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Venere non competa con Marte: gli Usa temono un’Europa militarmente autosufficiente che potrebbe dare fastidio ai loro interessi

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Di Giuseppe Cucchi *

Victoria Nuland, per anni rappresentante permanente degli Stati Uniti alla Nato, poi portavoce di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, ora sottosegretario con delega per l’Europa, auspica una politica molto più dura e decisa degli alleati europei nei riguardi della Russia e di Putin e preme in continuazione, noncurante dei rischi di escalation che ciò potrebbe comportare, perché agli ucraini venga fornito un supporto più deciso e concreto.
Travolta dal fuoco della discussione politica, allorché tratta l’argomento la diplomatica si lascia a volte andare all’insulto. Famoso, a riguardo, un suo “fuck the EU!” pronunciato nel corso di una telefonatariservata ma subito divenuto di pubblica conoscenza, grazie ad accidentali o pilotate indiscrezioni.
Che la Nuland si comporti così è abbastanza logico. Ebrea nata in una famiglia di origine russa, ella ha infatti lavorato per un certo periodo con il sottosegretario agli esteri Strobe Talbott nel settore Urss del Dipartimento di Stato, circondata da quei sovietologi americani che avevano la distruzione o il ridimensionamento dell’Unione Sovietica come primo obiettivo e che anche dopo la caduta del Muro di Berlino non hanno mai completamente accettato il fatto che la Russia del dopo non fosse più l’Urss del prima.
Quando si è sposata, Victoria ha scelto come marito Robert Kagan, uno dei massimi ideologi del gruppo neoconservatore repubblicano, i neocons della più recente presidenza Bush. Si tratta, per intenderci, dell’uomo che per sottolineare la nostra propensione a privilegiare le soluzioni diplomatico/politiche delle crisi rispetto a quelle militari ha coniato il detto secondo cui “gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere“.
C’è da chiedersi perché, con premesse come queste, l’amministrazione Obama tolleri la Nuland in un incarico che dovrebbe essere una delle pietre di volta della sua politica estera. E perché lo faccia nonostante la Nuland sia da più parti indicata come il candidato favorito per la corsa alla poltrona del Dipartimento di Stato nel caso in cui alle prossime elezioni a Obama succedesse un’amministrazione repubblicana… ma questi sono interrogativi che ci  conviene per il momento lasciare aperti. Riserviamoci però di dar loro risposta in seguito.
Il Supreme Allied Commander in Europe, il Saceur ( in gergo Nato “El Supremo”), è in questo momento il Generale a quattro stelle Philip M. Breedlove, dell’Air Force Usa. Un ufficiale con una carriera di tutto rispetto equamente scaglionata fra periodi operativi e intervalli ministeriali, ma comunque caratterizzata da lunghe assegnazioni a basi Nato in Europa, con una particolare predilezione per Ramstein, in Germania.
Nella tradizione della Alleanza Atlantica, i Saceurs si suddividono in due categorie. Ci sono quelli che stanno zitti e si limitano a tradurre in termini militari le decisioni politiche del Consiglio Atlantico; e ci sono quelli che le decisioni politiche cercano di influenzarle, magari interpretando in maniera un po’ troppo estensiva il loro ruolo.
In passato ci sono stati Saceur come il Generale Clark, che non voleva accettare la tregua d’armi offerta da Milosevic e pretendeva di continuare la guerra del Kosovo sino alla completa debellatio dell’avversario e all’occupazione della Serbia. E ci sono stati  Saceur come il Generale Ralston che si sono limitati a marciare disciplinatamente senza coltivare ambizioni particolari. Guarda caso, al termine del mandato Clark – sia pur senza successo – si è inserito come candidato nella corsa alla nomination per le presidenziali americane, mentre Ralston non ha tentato di effettuare quel salto fra il militare e il politico che negli altissimi gradi Usa è abbastanza frequente.
Breedlove appartiene chiaramente al gruppo dei Saceurs ingombranti. L’ufficiale parla forte e spesso, di norma enunciando sulla crisi ucraina presunte verità che il prestigio connesso al suo grado e al suo incarico rendono particolarmente pericolose. Le esternazioni di Breedlove, centrate in genere sull’afflusso di armi e di combattenti russi nelle aree del Dombass che regolari ed indipendentisti si disputano ancora ferocemente, avvengono sempre in momenti particolarmente delicati per i negoziati in corso. Oltretutto l’azione della Nuland da un lato e quella di Breedlove dall’altro sono articolate in maniera tale da far pensare alla possibilità di uno stretto coordinamento fra i due.
Lo scontento verso il Saceur di una parte degli europei, costretti in continuazione in ambito Nato a smentire notizie che i vari servizi segreti nazionali ritenevano fortemente esagerate o addirittura false, è andato così continuamente crescendo. Fra i membri dell’Ue si è altresì diffusa la convinzione che l’ambasciatore e il Generale non stiano assumendo iniziative personali ma diano voce a una linea politica americana di estrema rigidità verso la Russia, che Obama forse non condivide completamente ma che per il momento non si sente di contrastare con decisione. Ciò spiegherebbe perché anziché rimuovere i due falchi egli li lasci al loro posto, nonostante il chiaro rischio di deterioramento delle relazioni fra gli Usa e alcuni dei maggiori alleati.
Non siamo ancora a una rottura tragica, ma intanto il malcontento ha trovato espressione in una serie di pesanti articoli pubblicati da uno dei più importanti giornali tedeschi – se non ispirati, certo non sgraditi alla stessa Angela Merkel. In grave crisi appare anche il cosiddetto “legame transatlantico”, pietra fondante di una Nato che era indispensabile in altri tempi ma che ora rimane soltanto utile, perlomeno sino al momento in cui non dovesse evidenziarsi come lo strumento utilizzato dagli Usa per coinvolgerci in avventure che, almeno nella loro forma bellica, non intendiamo condividere.
Un sintomo dell’insoddisfazione europea attuale verso l’Alleanza Atlantica, chiarissimo anche se percepibile e percepito soltanto dagli addetti ai lavori, è stato il recente richiamo del presidente della Commissione Europea Juncker alla necessità di dare realmente vita a uno strumento di Difesa europeo. La cui esistenza ci consentirebbe di non dipendere più nello specifico settore dalla volontà di un partner talmente più grande di ciascuno di noi da poter essere sicuro di riuscire sempre, in un modo o nell’altro, a imporci di condividere le proprie scelte.
Con una reale difesa europea saremmo infatti in grado di affrontare anche quell’ipotesi che sino a oggi è sempre stata considerata unicamente come un caso di scuola che non aveva alcuna possibilità di realizzarsi e come tale è stata sempre scartata: vale a dire, l’ipotesi di interessi diversi e divergenti di Usa e Ue di fronte a una crisi che possa comportare il ricorso allo strumento militare.
Un’Europa che possa prendere decisioni in piena autonomia in casi del genere sarebbe finalmente un’Europa adulta. De Gaulle a suo tempo lo aveva capito. Noi no, e con gli anni persino i francesi sembrano averlo dimenticato. Probabilmente invece non lo hanno dimenticato gli americani, considerato come intervengono immediatamente a gamba tesa ogni volta che proviamo a perseguire le nostre politiche di “venusiani” rifiutando quelle “marziane” del grande alleato.
* L’autore di questo articolo è Generale della riserva dell’Esercito. Già direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare del presidente del Consiglio, rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato, Ue e Ueo. Consigliere scientifico di Limes.

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