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Usa, indovinate chi paga?

Di Michele Paris
Nelle difficili trattative in corso tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito pubblico americano, sono intervenuti negli ultimi giorni voci autorevoli del mondo economico e finanziario. Le pressioni sul Congresso e sulla Casa Bianca si stanno facendo sempre più forti, così da giungere ad un accordo bipartisan che permetta al governo federale di rispettare le proprie scadenze e, soprattutto, che preveda sostanziali tagli alla spesa pubblica nei prossimi anni.
Il più recente intervento per mettere in guardia dalle conseguenze di un possibile default, se il limite massimo dell’indebitamento americano non verrà alzato entro il 2 agosto prossimo, è stato quello dell’agenzia di rating Moody’s. Con un consolidato metodo ricattatorio – già impiegato negli ultimi mesi per i casi di Grecia, Irlanda e Portogallo – l’agenzia statunitense mercoledì ha minacciato di rivedere a breve la “tripla A” riservata agli USA se la politica non troverà una soluzione concordata per evitare una nuova crisi.
Per Moody’s anche solo una breve interruzione delle capacità del Tesoro americano di pagare gli interessi sui propri bond sarà da considerarsi come un default, con tutte le conseguenze sul sistema finanziario domestico e internazionale. La presa di posizione degli analisti di Moody’s fa seguito a quella dei colleghi di Standard & Poor’s, che lo scorso aprile avevano già declassato la prospettiva dell’economia americana da stabile a negativa a causa dell’elevato deficit di bilancio.
L’avvertimento di Moody’s era stato preceduto di un giorno dall’appello lanciato da 500 top manager d’oltreoceano, riuniti sotto alcune sigle imprenditoriali come la Camera di Commercio e il Forum per i Servizi Finanziari, per agire al più presto sul fronte del debito. Le preoccupazioni del business americano non riguardano naturalmente le possibili conseguenze sul finanziamento dei programmi sociali in caso di default, bensì gli effetti devastanti che si abbatterebbero sul sistema finanziario.
Sempre mercoledì, anche il governatore della Fed, Ben Bernanke, ha ritenuto di dover sollecitare i politici americani a muoversi in fretta nel corso di un’audizione alla Camera dei Rappresentanti. Oltre a confermare che la Fed è pronta a nuove misure di “stimolo” per rilanciare un’economia ancora stagnante, Bernanke ha avvisato che, se non arriverà l’innalzamento del tetto del debito, le conseguenze sociali saranno rovinose. Ai primi di agosto scatterà infatti un taglio di circa il 40 per cento della spesa federale che colpirà i programmi pubblici come Medicare, dal momento che il governo non potrà più fare ricorso alle entrate provenienti dal denaro raccolto sul mercato dei bond.
A conferma delle apprensioni a livello internazione per la situazione di stallo nelle trattative sul debito negli Stati Uniti, ieri è giunto un appello anche dalla Cina. Sia pure in maniera misurata, il maggior detentore del debito pubblico USA – oltre mille miliardi di dollari in titoli del Tesoro – ha chiesto ufficialmente al governo di Washington di proteggere gli interessi degli investitori.
Sul fronte politico, intanto, le trattative tra i due partiti hanno fatto segnare mercoledì un altro punto morto. Il summit alla Casa Bianca tra il presidente Obama e la leadership democratica e repubblicana si è chiuso tra nuove tensioni. Secondo i resoconti dei testimoni, Obama avrebbe abbandonato bruscamente il vertice dopo uno scontro verbale con il leader di maggioranza alla Camera, il deputato Eric Cantor della Virginia.
Nonostante i due schieramenti condividano sia le ansie sulla questione del tetto del debito sia la necessità di tagliare selvaggiamente la spesa pubblica, rimangono dei contrasti sui contenuti dell’accordo. Mentre i repubblicani sono disposti ad acconsentire all’aumento del debito solo a condizione che vengano fatti tagli di spesa per l’importo corrispondente e che un accordo complessivo sul deficit non preveda nessuna crescita del carico fiscale, i democratici non intendono in nessun modo stralciare dai negoziati modesti aumenti delle tasse per i redditi più alti.
Dopo aver ceduto abbondantemente alle richieste repubblicane sulla riduzione della spesa, i democratici si trovano ora costretti almeno a salvare le apparenze, in modo da poter sostenere che l’abbattimento del deficit non graverà interamente su lavoratori e pensionati americani. In realtà, le proposte democratiche appaiono in larga misura trascurabili e comprendono, tra l’altro, la soppressione di alcune scappatoie legali che permettono alle corporation di non pagare tasse, delle detrazioni fiscali per i jet privati dei manager delle grandi aziende e dei sussidi alle compagnie petrolifere. L’impatto di questi provvedimenti sarebbe peraltro neutralizzato dalla proposta di abbassare sensibilmente l’aliquota fiscale applicata al business americano.
Il presidente Obama, inoltre, nel dibattito in corso sul debito si sta dimostrando per certi versi ancora più a destra del Partito Repubblicano. L’accordo sul risanamento avanzato dalla Casa Bianca prevede infatti tagli a tutto campo che ammontano a 4 mila miliardi di dollari in un decennio, una cifra di gran lunga superiore a quella proposta dai repubblicani e dalla moribonda commissione bipartisan guidata dal vice-presidente Biden. Sul tavolo per Obama c’è anche il ridimensionamento dei programmi pubblici Medicare e Medicare e del sistema pensionistico, cosa che una parte dei repubblicani aveva invece escluso.
Di fronte alle resistenze dei colleghi democratici, i repubblicani cominciano ora a valutare i possibili contraccolpi negativi di un mancato accordo e di doversi assumere interamente la responsabilità politica di un default. Per questo, il leader di minoranza al Senato, Mitch McConnell, ha proposto un’insolita soluzione per uscire dall’impasse lasciando tutte le conseguenze politiche ai democratici. Secondo il piano, dovrebbe essere Obama a prendere la decisione di alzare il tetto del debito. A quel punto il Congresso finirebbe per bocciare il provvedimento della Casa Bianca ma Obama sarebbe in grado di implementarlo ugualmente usando il proprio diritto di veto.
Questa manovra proposta dal senatore del Kentucky ha suscitato le ire immediate di quasi tutto il suo partito, soprattutto dei deputati più a destra vicini ai Tea Party. Tuttavia, successivamente, in molti si sono detti disponibili a valutare la proposta – compresa la Casa Bianca – nel caso non dovesse emerge nessun’altra alternativa percorribile. In ogni caso, Obama ha fissato a venerdì la data ultima per trovare un accordo di ampio respiro sul deficit. Se lo scontro persisterà, si lavorerà allora ad una soluzione più limitata per evitare il default. Il tutto in tempi rapidi, visto che secondo il Tesoro dopo il 22 luglio potrebbero mancare i tempi tecnici per fare entrare in vigore un eventuale provvedimento.
Nel dibattito sul debito negli Stati Uniti, va ricordato, non è praticamente mai emerso il problema del persistente altissimo livello di disoccupazione. Persino Bernanke durante la già ricordata audizione al Congresso ha ricordato ai politici americani che gli USA stanno vivendo due crisi: quella del debito e quella di una disoccupazione risalita al 9,2 per cento secondo i dati più recenti. Ciononostante, l’intera classe politica appare sorda e anzi ben decisa a varare misure che aggraveranno la situazione.
L’insistenza da parte di democratici e repubblicani sulla questione del deficit e dei tagli alla spesa pubblica, d’altra parte, non è altro che il riflesso di un sistema nel quale gli unici due partiti del panorama politico di Washington difendono unicamente gli interessi delle élite economiche e finanziarie del paese.
Per questi ultimi, lo smantellamento di ciò che resta dei programmi pubblici e il mantenimento di un elevato livello di disoccupazione fanno parte della medesima strategia volta a proteggere i loro profitti, comprimendo gli stipendi di decine di milioni di americani, assestando colpi mortali ad uno stato sociale traballante e distruggendo le residue garanzie rimaste ai lavoratori.

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