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Uhchr denuncia: “Violenze e abusi contro i civili sunniti iracheni nelle aree liberate dallo Stato Islamico” da parte dei miliziani peshmerga

 “Le forze di sicurezza curde e irachene, e le loro milizie affiliate, sono responsabili di furto, distruzione di proprietà appartenenti alle comunità arabo sunnite, sgomberi forzati, rapimenti, detenzioni illegali e, in alcuni casi, di omicidi extra giudiziari”. A denunciarlo è stata ieri a Ginevra la portavoce dell’Alto Commissionariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Uhchr), Cécile Pouilly.
“Esortiamo il governo iracheno ad indagare su tutti gli abusi e le violazioni dei diritti umani affinché gli autori delle violenze siano portati di fronte alla giustizia e le vittime possano ricevere le adeguate riparazioni” ha detto Pouilly. I civili delle aree liberate dai jihadisti, ha spiegato la portavoce dell’Ohchr, vengono puniti da altri gruppi religiosi ed etnici perché accusati di essere sostenitori dello Stato Islamico (Is). Oltre a subire violenze, i residenti dei villaggi da cui cui l’Is è stato allontanato, riceverebbero anche un accesso limitato ai servizi e ai beni di base come cibo, acqua, assistenza medica e casa. L’Agenzia Onu per i diritti umani ha perciò chiesto a Baghdad di assicurare il ritorno degli sfollati ai loro luoghi di origine senza coercizione o fastidi di alcun genere.
Particolarmente grave è la situazione nei pressi di Sinjar. Qui 1.300 arabi sunniti sono bloccati in una terra di nessuno che è sotto il fuoco incrociato dei peshmerga e dei miliziani dell’autoproclamato califfato.
Proprio questi ultimi, ha evidenziato il rapporto dell’Ohchr, sono responsabili di almeno 16 fossi comuni scoperte a Sinjar, città irachena recentemente liberata dai peshmerga curdi e da milizie yazide. “Pesanti violazioni dei diritti umani continuano ad essere documentate nelle aree controllate dall’Isis [altro acronimo per Stato Islamico, ndr], ha affermato Pouilly. “Gli individui sospettati di infedeltà o non conformi all’ideologia del gruppo – ha aggiunto – sono presi di mira. Si registrano casi di civili rapiti, decapitati o messi a rogo”.
La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq e l’Agenzia dell’Onu per i bambini (Unicef), intanto, hanno espresso “grave preoccupazione” per i 189 bambini morti in Iraq (301 i feriti) dall’inizio del 2015 nel corso della guerra contro i fondamentalisti islamici. “Invitiamo tutte le parti del conflitto ad attenersi ai principi di proporzionalità e di distinzione durante le operazioni militari, di proteggere nel miglior modo possibile i bambini e gli altri civili dagli effetti della violenza e di rispettare la natura civile delle scuole e delle strutture mediche” hanno scritto in un comunicato congiunto il capo dell’Unami Jan Kubish e il rappresentante di Unicef Iraq Peter Hawkins. “Come Unami e Unicef – si legge ancora nella nota – siamo molto preoccupati per la sicurezza dei bambini iracheni che continuano ad essere vittime delle ostilità che hanno luogo nel Paese. Le operazioni militari in corso a Ramadi, Mosul, Tala’afar e in altre aree interessate dalla guerra aumentano il rischio di gravi violazioni dei loro diritti”.
Le violenze e le brutalità denunciate dall’Uhchr ieri non sono tanto dissimili a quelle associate comunemente al nome dell’Is. Tuttavia, non fanno ancora notizia né destano scalpore in Occidente troppo impegnato, in modo manicheo, a leggere il conflitto in Iraq (e per certi versi anche in Siria) come la battaglia tra “noi”e “loro”, tra la “liberazione” operata dai “nostri” alleati sul terreno (in alcuni casi ancora nemici sulla carta) con il contribuito dei nostri raid aerei e le “barbarie” dello pseudo califfato. Denunciare le violenze e le discriminazioni subite dalle popolazioni sunnite non solo permette di leggere la mattanza in corso in Iraq e Siria nella sua interezza, ma è anche l’unico modo per iniziare a contrastare seriamente il settarismo interno, humus ideale per organizzazioni come lo Stato islamico per prosperare.

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