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Tutte le tensioni petrolifere tra Erdogan, Putin e Assad

Di Michele Perri
Fatti, numeri, commenti e analisi

Dopo le nuove tensioni tra Turchia e Russia, salite alle stelle due giorni fa dopo l’abbattimento di un bombardiere Sukhoi-24 di Mosca da parte degli F-16 di Ankara per un poco chiaro sconfinamento oltre il confine di Damasco, la situazione è ancora delicata. Il Cremlino è passato al contrattacco, rafforzando il proprio dispositivo militare e colpendo i ribelli filo-turchi. Ma i problemi tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan non dipendono solo da divergenze geopolitiche, ma anche da un attore finora poco visibile sul palcoscenico siriano-iracheno: il petrolio.
IL NODO SIRIANO
Il focus delle tensioni tra i due Paesi oggi è Damasco. Ankara e Mosca, come detto, sono lontane su molti temi, compreso il destino del presidente siriano Bashar al-Assad. Erdogan lo vorrebbe fuori dai giochi, così come gli americani. Putin lo sostiene. Entrambi i Paesi sono attivi militarmente in Siria in questo momento e, nonostante il comune nemico Stato Islamico, non viaggiano l’uno al fianco dell’altro, ha evidenziato il generale Mario Arpino.
“Il Cremlino – ha scritto l’altro ieri Maurizio Molinari sulla Stampa – ha un contingente di almeno duemila uomini e oltre cento jet nelle basi di Latakia da dove conduce raid contro i ribelli, Ankara ha oltre 10mila soldati schierati a ridosso del confine ed i suoi jet effettuano raid contro basi curde siriane”. La differenza di approccio alla guerra in territorio di Damasco, ha proseguito il giornalista, “è divenuta lampante al recente G20 quando Putin ha accusato individui di 40 Paesi – Turchia inclusa – di finanziare lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi”. Un’accusa a cui Erdogan ha replicato accusando invece Assad, alleato di Mosca, “di acquistare greggio proprio da Isis per finanziare un nemico che lo rilegittima come leader nazionale”.
IL BUSINESS DEL PETROLIO
Da qualunque punto la si guardi, hanno scritto ieri Alessandro Ovi e Luca Longo sul Sole 24 Ore, una parte consistente del “prodotto interno lordo” dello Stato Islamico “deriva dal petrolio. Secondo stime del governo Usa, l’Isis guadagna almeno 50 milioni di dollari al mese da estrazione e vendita illegale di petrolio a prezzo di saldo: dai 35 $ fino a soli 10 $ al barile. Infatti, la strategia di espansione dell’Isis in Iraq e Siria non ha fatto altro che puntare al controllo dei pozzi. L’ultimo pozzo siriano è stato conquistato a luglio 2015: i terroristi controllano ora 253 pozzi e di questi circa 161 risultano ancora operativi. Secondo il comitato parlamentare per l’Energia del legittimo governo dell’Iraq, l’Isis estrae ora 30-40mila barili di petrolio al giorno dalla Siria e circa 20mila dai pozzi iracheni attorno a Mosul”.
L’ORO NERO CHE DIVIDE
Dove finisce questo petrolio? Le tesi di Russia e Turchia sono appunto contrapposte. “Convogli costituiti da centinaia di autocisterne – prosegue il quotidiano confindustriale – partono giorno e notte da Raqqa per passare clandestinamente in Turchia lungo rotte che si distaccano dalla strada per Aleppo, oppure verso sud per poi passare in Medio Oriente”. Sarebbero gestiti in larga parte dello stesso Stato Islamico, che provvederebbe a scortare i convogli “finché non vengono ceduti a broker che a loro volta li passano ad altri intermediari, finché il petrolio non risulta ripulito dalle proprie impresentabili origini ed è pronto per entrare nei rispettabili canali di distribuzione ufficiali”.
L’attrito, secondo alcuni osservatori, sarebbe anche di natura personale. Il 20 novembre il Cremlino, dice Il Fatto Quotidiano, ha comunicato “di aver distrutto raffinerie nella principale zona di produzione dello Stato Islamico, Deir Ezzor. Un colpo per chi fa affari con i jihadisti: secondo Gürsel Tekin, vicepresidente del principale partito d’opposizione (il Chp), tra questi ci sarebbe anche l’azienda di trasporti Bmz Ltd., che appartiene a Bilal Erdogan, figlio del presidente”.
Secondo Business Insider, invece, “l’Isis vende petrolio” principalmente “alla Siria”, lo stesso Paese che sta “cercando di sopraffare”. Il governo siriano, prosegue l’analisi, “governato dal brutale dittatore Assad, è attualmente impegnato in una guerra civile con vari gruppi ribelli, così come una guerra contro lo Stato Islamico, che sta cercando di stabilire un califfato nella regione. La Siria ha bisogno di petrolio per combattere queste guerre, e dal momento che l’Isis controlla una quantità significativa di infrastrutture di produzione di petrolio del Paese, sono costretti a comprarlo da loro”.

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