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Tor Sapienza e gli esperimenti di Konrad Lorenz



Di Salvatore Santoru

Negli ultimi giorni si è parlato molto delle vicende di Tor Sapienza e di ciò che ne è seguito.
Personalmente ho trattato la questione con un articolo intitolato “Guerra tra Poveri“, che penso riassuma sufficientemente i tratti salienti della situazione.

C’è da constatare purtroppo che nei media e nei talkshow politici o sui social network, le analisi sulla vicenda non si sono distanziate da delle generiche discussioni da bar, farcite da insulti, luoghi comuni e opinioni a dir poco approssimative.

Tra le eccezioni trovo che sia da segnalare l’analisi dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco, che in un’intervista di Bruno Giordano per il Giornale Off ( rubrica artistica del Giornale ), ripresa nella rassegna stampa dal quotidiano l’Intelettuale Dissidente, ha fornito un’interpretazione interessante e personalmente condivisibile sulla questione.

In essa Buttauoco per descrivere la precaria situazione di Tor Sapienza e delle altre periferie a rischio, ha fatto riferimento metaforico agli esperimenti dell’etologo Konrad Lorenz, basati sui ” grandi recinti in cui venivano collocate le cavie, che a forza di stare ammassate esplodevano in comportamenti aggressivi le une verso le altre”.

Difatti, si potrebbe ben affermare che tali situazioni sembrano essere frutto di una vera e propria ingegneria sociale, una sapiente strategia di controllo sociale pianificato e di ghettizzazione del disagio, che sempre più concentrato e non sconfitto, degenera nel caos e nell’animalesca lotta di tutti contro tutti.

La questione fondamentale per capire i fatti di Tor Sapienza è proprio l’abbandono a sé delle periferie, lasciate per lungo tempo al degrado, all’ignoranza e alla miseria, facendo crescere sempre di più rabbia e indignazione.

Detto questo, la questione dell’immigrazione risulta in secondo piano e non può essere considerata la sola causa scatenante, anche se bisogna riconoscere che la pessima gestione che ne è stata fatta in tempi recenti e che ha portato svantaggio sia agli italiani che agli immigrati, ha indubbiamente peggiorato la situazione.

Tornando all’intervista, Buttafuoco si concentra anche sull’urbanistica affermando che alla base di tale “esperimento sociale” sopra descritto vi sarebbe anche “l’ossessione totalitaria di creare ghetti pulviscolari cui destinare sacche di popolazione da indottrinare”, riferendosi a quei processi edilizi che dagli anni 60 hanno trasformato buona parte delle periferie in “luoghi dove la gente vive come se si trovasse infilata in scaffali”, progetti ispirati dalle tendenze e dalle miopie di una classe dirigente culturale e non, che al tempo era invaghita dalla fascinazione verso una certa estetica totalitaria di stampo para-sovietico, e il cui “mito architettonico della città ideale si è incarnato in palazzoni e colate di cemento. Luoghi dove la gente vive come se si trovasse infilata in scaffali” .

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