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Thailandia:un disastro di natura umana

Di Paola Desai
La Thailandia affronta la più disastrosa alluvione degli ultimi 50 anni, che ha già ucciso 283 persone: e mentre la capitale Bangkok si prepara al peggio, molte voci hanno cominciato a discutere le cause «umane» che hanno trasformato piogge monsoniche abbondanti in un vero disastro. Discussione riassunta in un titolo del giornale The Nation, quotidiano di Bangkok (in lingua inglese): «Raccogliamo ciò che abbiamo seminato distruggendo la natura».
Il monsone quest’anno ha portato piogge davvero eccezionali su tutto il sud-est asiatico – Vietnam, Cambogia, le Filippine investite da due tifoni in pochi giorni. In Thailandia l’impatto è particolarmente pesante. Intere città sono state inondate, oltre a zone rurali intensamente coltivate: già si prevede che la produzione di riso sarà ridotta di 5 milioni di tonnellate, dalla media annuale di 20 milioni di tonnellate.
Il fiume Chao Phraya (quello che poi attraversa la capitale) è straripato in più punti, ha allagato le citta di Nakhon Sawan e Ayutthaya nella regione centrale, da cui ora sta defluendo verso sud – cioè verso Bangkok. La corsa a parare il danno è disperata. Lunghe barriere di sacchi di sabbia sono state messe qua e là a salvare le zone direttamente minacciate nella provincia di Ayutthaya – dove si trovano alcune delle più importanti zone industriali: i giornali ieri facevano un bilancio di 930 fabbriche sott’acqua ed elencavano le ditte (dalle aziende automobilistiche giapponesi a quelle elettroniche) che hanno dovuto sospendere la produzione. Circa 200mila lavoratori ora sono senza lavoro, si leggeva ieri su The Nation. Ma i giornali riferiscono anche di «guerre tra poveri» come quella scoppiata tra due villaggi: un certo terrapieni di sacchi di sabbia avrebbe salvato uno a spese dell’altro, e nel conflitto c’è scappato un morto; ora l’esercito è discpiegato non solo a costruire terrapieni ma anche a difenderli. riferisce la stampa thailandese anche di colonne di camion che trasportano 150mila sacchi di sabbia verso sud, dalle zone dove la piena è passata a quelle minacciate.
Ora l’emergenza di concentra su Bangkok, dove almeno 70 chilometri di sacchi di sabbia sono stati usati per rafforzare gli argini del Chao Phraya, si costruiscono nuove barriere e canali. Le autorità stanno lavorando per deviare l’acqua in canalizzazioni collaterali per salvare la città, così le previsioni sull’estensione dell’allagamento da attendersi sono incerte. Ad ogni buon conto i cittadini già da giorni hanno svuotato i supermercati di alimentari, pile, candele, acqua. Diverse zone della capitale sono in effetti già allagate, ma ancora deve arrivare la vera e propria piena.
Alcuni commentatori si chiedono perché importanti poli industriali siano state piazzati in zone basse e soggette ad alluvioni. ma le critiche più forti vengono da architetti, urbanisti, esperti in gestione idrica, ambientalisti. parlano della deforestazione compiuta nei decenni passati, di interi quartieri e città costruiti in zone che erano bacini di captazione delle acque, di fiumi soffocati dall’espansione urbana. Un noto meterologo, Smith Dharmasaroya, ex direttore dell’ente meterologico nazionale, dice (al New York Times) che le piogge sono eccesionali ma l’alluvione è aggravata dalla pessima gestione idrica. Sostiene che bisognava scaricare acqua dalle dige molto prima nella stagione – ora sono piene e rilasciano acqua sulle aree sottostanti. Accusa: costruttori e palazzinari costruiscono nelle zone che erano reservoirs, semplicemente costruendo argini per bloccare acqua, e bloccando così il flusso dell’acqua in eccesso nella stagione delle piogge. A Bangkok poi la città ha perso le sue difese naturali: la sua enorme rete di canali è stata in gran parte interrata, quelli che restano sono ostruiti (o pieni di spazzatura). Conclude. «E’ un segno che dobbiamo preservare le foreste», lasciar respirare i fiumi… «Abbiamo offeso la natura per tanto tempo, ora la natura ci ripaga».
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Da il Manifesto

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