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Terrorismo islamista: tutte le responsabilità dell’imperialismo occidentale

Di Jeffrey D. Sachs
Gli attacchi terroristici sui civili – che si tratti dell’aereo russo precipitato nel Sinai che ha causato la morte di 224 passeggeri civili, o l’orribile massacro di Parigi che ha colpito 129 innocenti, o il tragico bombardamento ad Ankara che ha ucciso 102 attivisti per la pace – sono crimini contro l’umanità. Gli aggressori – in questo caso, lo Stato Islamico (ISIS) – devono essere fermati. Ma questo sarà possibile solo se si comprendono appieno le radici in cui affonda questa spietata rete di jihadisti.
Per quanto sia doloroso ammetterlo, sull’Occidente e soprattutto sugli Stati Uniti grava una parte significativa di responsabilità per aver creato le condizioni in cui si è sviluppato l’ISIS. Solo con un cambiamento della politica estera americana ed europea rispetto al Medio Oriente si può ridurre il rischio di ulteriori attacchi terroristici.
I recenti attacchi terroristici dovrebbero essere intesi come una forma di “blowback”(letteralmente ‘contraccolpo’ in inglese), ossia come la conseguenza indesiderata e spiacevole delle ripetute azioni militari americane ed europee, segrete e non, adottate in Medio Oriente, Nord Africa, nel Corno d’Africa e in Asia centrale con l’obiettivo di sovvertire governi ed installare regimi conformi agli interessi occidentali. Tali operazioni non hanno solo destabilizzato le regioni interessate, causando grandi sofferenze; hanno anche esposto al rischio di terrorismo le popolazioni degli USA, dell’Unione europea, della Russia e Medio Oriente.
Non è mai stata realmente raccontata alla gente la vera storia di Osama bin Laden, di al-Qaeda o dell’ascesa dell’ISIS in Iraq e Syria. A partire dal 1979, la CIA ha mobilitato, reclutato, addestrato e armato giovani uomini sunniti per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA ha reclutato soldati soprattutto tra la popolazione musulmana (inclusa quella in Europa) per formare i mujahideen, una forza combattente sunnita multinazionale mobilitata per cacciare l’Unione Sovietica infedele dall’Afghanistan.
Bin Laden, appartenente ad una ricca famiglia saudita, fu chiamato per aiutare a guidare e a cofinanziare l’operazione. Questo era tipico delle operazioni della CIA: ricorrere a finanziamenti estemporanei di una ricca famiglia saudita e ai proventi derivanti dal contrabbando locale e dal traffico di stupefacenti.
Promuovendo l’idea di una jihad per difendere i territori dell’Islam (Dar al-Islam) dagli outsider, la CIA ha prodotto una massiccia forza combattente composta da migliaia di giovani uomini allontanatisi dalle proprie famiglie ed entusiasti della guerra. È questa iniziale forza combattente – e l’ideologia che la motivava – a formare ancora oggi la base dei gruppi di ribelli jihadisti sunniti, incluso l’ISIS. Se l’obiettivo originario dei jihadisti era l’Unione Sovietica, oggi gli “infedeli” sono gli USA, l’Europa (soprattutto la Francia ed il Regno Unito) e la Russia.
Alla fine degli anni ‘80, con la ritirata sovietica dall’Afghanistan, alcuni elementi dei mujahideen si sono trasformati in al-Qaeda (‘la base’ in arabo), che ricorreva alle basi militari e ai campi di addestramento in Afghanistan costruiti per i mujahideen da bin Laden e dalla CIA. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, il termine al-Qaeda, che prima indicava una specifica base militare, ha poi assunto il significato di base organizzativa delle attività jihadiste.
Il blowback contro gli USA iniziò nel 1990 con la prima guerra del Golfo, quando gli USA crearono ed espansero le proprie basi militari nel Dar al-Islamsoprattutto in Arabia Saudita, patria della fondazione dell’Islam e dei siti più sacri. Questa ampliata presenza militare americana divenne una minaccia per l’ideologia jihadista che tanto era stata favorita dalla CIA.
La guerra immotivata dell’America contro l’Iraq nel 2003 ha scatenato i demoni. Non solo la guerra era stata lanciata sulla base delle menzogne della CIA, ma era anche finalizzata a creare un regime a guida sciita asservito agli USA – un anatema per i jihadisti sunniti e per tutti i sunniti iracheni. Più recentemente, gli USA, la Francia ed il Regno Unito hanno rovesciato Muammar Gheddafi in Libia, e gli USA hanno lavorato con i generali egiziani che hanno cacciato il governo eletto della Fratellanza musulmana. In Siria, a seguito della violenta soppressione da parte del presidente Bashar al-Assad delle pacifiche proteste pubbliche nel 2011, USA, Arabia Saudita, Turchia e altri alleati regionali hanno dato il proprio aiuto per fomentare la ribellione militare che ha spinto il paese in una spirale di caos e violenza.
Queste operazioni non sono riuscite – ripetutamente e spesso in modo disastroso – a produrre né governi legittimati né tantomeno una qualche stabilità rudimentale. Anzi, ribaltando i governi stabili, per quanto autoritari, dell’Iraq, della Libia e della Siria, e destabilizzando il Sudan e altre parti dell’Africa ritenute ostili all’Occidente, non hanno fatto altro che alimentare caos, massacri e guerre civili. Sono state queste turbolenze a permettere all’ISIS di catturare e difendere il territorio in Siria, Iraq e in alcune zone del Nord Africa.
Servirebbero tre azioni per sconfiggere l’ISIS e gli altri gruppi jihadisti violenti. Primo, il presidente Barack Obama dovrebbero interrompere le operazioni segrete della CIA. L’uso della CIA come esercito segreto di destabilizzazione detiene una lunga e tragica storia di fallimenti, tenuti nascosti dall’alone di segretezza dell’agenzia. Porre fine al caos provocato dalla CIA permetterebbe di arrestare il flusso di instabilità, violenza e odio anti-occidentale che alimenta il terrorismo di oggi.
Secondo, gli USA, la Russia e gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbero immediatamente fermare le loro lotte interne e creare le condizioni per favorire il processo di pace in Siria. Tutti i paesi sono tutti vittime del terrorismo e hanno interesse a fronteggiare l’ISIS. L’azione militare contro l’ISIS può funzionare solo con la legittimità ed il supporto del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Il piano ONU dovrebbe includere l’immediata cessazione della rivolta contro Assad perseguita dagli USA, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, il cessate il fuoco in Siria, una forza militare ONU per affrontare l’ISIS ed una transizione politica in Siria dettata non dagli USA, ma da un accordo ONU finalizzato a sostenere una ricostruzione politica non violenta.
Terzo, la soluzione a lungo termine per l’instabilità regionale risiede nello sviluppo sostenibile. Tutto il Medio Oriente è attanagliato non solo dalle guerre ma anche dal sottosviluppo: forte stress idrico, desertificazione, elevata disoccupazione giovanile, sistemi d’istruzione scarsi e altri problemi gravi.
Più guerre – e in particolare guerre guidate dall’Occidente e sostenute dalla CIA – non risolveranno nulla. Al contrario, maggiori investimenti a livello di istruzione, sanità, energia rinnovabile, agricoltura e infrastrutture, finanziati sia dalla regione che su scala mondiale, rappresentano la vera chiave per costruire un futuro più stabile per il Medio Oriente e il mondo.
Pubblicato su Project Syndicate il 19 novembre 2015. 

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