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Teenager milionari a caccia di clic: il mondo segreto dell’affiliate marketing

Di Daniele Virgillito
Non hanno blog famosi, canali YouTube con milioni di iscritti o grossi seguiti sui social network.Di alcuni fra i più bravi non si conosce nemmeno il vero nome.È un esercito di mercenari del web che promuove prodotti e servizi altrui attraverso varie tattiche pubblicitarie, in cambio di una percentuale sulle vendite o un compenso per obiettivi.


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Come consulente e autore mi confronto quotidianamente con vari tipi di business digitale, ma non ero a conoscenza del mondo quasi segreto, e della cultura “underground” che sembra caratterizzare l’universo affiliate marketing.
Mi sono imbattuto nel teaser di “The Angle”, il primo documentario mai realizzato sull’argomento, in uscita nel 2016.
Per capirci qualcosa in più, ho chiesto a Dario Vignali, fondatore di uno dei blog di marketing digitale più seguiti in Italia e co-autore di Affilobook.
Dario, tu pratichi con successo l’affiliate marketing e conosci da vicino Stack That Money, la community di marketers affiliati più nota al mondo, la stessa che ha prodotto il documentario The Angle.
La domanda è d’obbligo: è possibile guadagnarci tanto quanto dicono, o è tutta una truffa?
Ti confesso che quando ho letto i numeri che giravano su quel forum anch’io ho pensato fosse una truffa ben architettata. Poi, imparando le tecniche necessarie e cominciando a praticare, ho scoperto che c’era del potenziale, e che esistono davvero persone al mondo che guadagnano mille, cinquemila, diecimila dollari o più ogni singolo giorno grazie all’affiliate marketing.
Dario Vignali a Incitement Italy

Dario Vignali a Incitement Italy
Come fanno, in pratica? Che tipo di prodotti promuovono? E come li pubblicizzano?
Uno dei primi programmi di affiliazione nei quali mi sono imbattuto è molto noto, Amazon. Lì è semplice: ti iscrivi, ottieni un link personalizzato e guadagni una percentuale su ogni vendita generata da quel link.
Esistono però centinaia di network e prodotti/servizi in affiliazione: dai corsi digitali alle applicazioni mobile, dai notai (strano ma vero: pagano per ciascuna chiamata telefonica ricevuta) alle assicurazioni.
Insomma, gli affiliate marketers promuovono praticamente tutto.
Come fanno a fare arrivare il proprio link affiliato al maggior numero di persone potenzialmente interessate? Principalmente con le campagne di advertising.
Si mostrano i propri banner su piattaforme come Facebook Ads, AdWords, decisive.is o go2mobi (ma ce ne sono tante altre).
Ogni banner rimanda all’url di affiliazione del prodotto che si promuove.
Non per forza l’obiettivo è generare una vendita, anzi. Ci sono campagne CPI (cost per install) dove si viene pagati per far installare applicazioni (anche gratuite), o campagne CPA dove l’obiettivo sta nel convincere le persone a inserire la propria mail in un form d’iscrizione.
Nel tempo, le cose sono cambiate. Qualche anno fa bisognava disporre di competenze specifiche e possedere addirittura un server. Oggi invece sono nate soluzioni self-hosted che hanno abbassato le barriere all’entrata di questo strano mercato.
Non ci sono più grandi costi fissi da sostenere, e basta qualche centinaio di euro per avviare le prime campagne.
Ovviamente la concorrenza si è fatta più agguerrita, e molti si sono buttati sul mercato mobile, dove c’è ancora un grande margine di crescita ed innovazione.
angle1

da “The Angle”, il primo documentario sul mondo dell’affiliate marketing
Sembra che molti degli affiliate marketers di maggior successo siano addirittura teenager. Perché, secondo te?
Per farcela servono competenze trasversali e un approccio olistico. Copywriting, grafica, matematica, advertising ed altro ancora.
Per i nativi digitali, logicamente, la curva di apprendimento è molto più breve.
Alcuni hanno cominciato per gioco, con semplici pagine Facebook. Altri hanno deciso di dedicarsi a questo piuttosto che a scuola ed università.
In America il mercato delle affiliazioni è ben conosciuto e, proprio per questo, il traffico negli Stati Uniti è divenuto fin troppo costoso.
Alcuni noti marketer consigliano infatti di lanciarsi sul mercato del sud-est asiatico: qui il traffico costa meno e la gente, appena digitalizzata, clicca più spesso sui banner.
Uno di questi è Charles Ngo, un affiliate marketer asiatico che è riuscito a generare milioni di dollari in campagne di affiliazione.
E in Italia? Il mercato è abbastanza grande per farcela?
Ne parlavo pochi giorni fa con il CEO di Clickmeter durante un’intervista per Affilobook: in Italia i “big players” che si dividono il mercato delle campagne di affiliazione sono molto pochi. Solamente negli ultimi due anni si sono viste nascere le prime agenzie Italiane di performance marketing dedicate al mondo delle affiliazioni.
Da noi la cultura delle affiliazioni esiste da tempo, ma è sempre stata incentrata sul money blogging: invece che “scalare” i profitti investendo nell’advertising, molti utenti della rete preferiscono pubblicare i propri link di affiliazione sul proprio blog o sito web.
Spesso basta scrivere la recensione di un prodotto riportando il suo link di affiliazione per riuscire a guadagnarci qualcosa.
Ovviamente i margini di miglioramento ci sono, a patto che si sia disposti a buttarsi in un mercato che è tutt’altro che semplice.

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