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Strage di Tunisi, scovata una “cellula” islamista anche a Macomer

Tra la strage di Tunisi e la Sardegna c’è un filo sottile. Un legame che passa per la detenzione nell’istituto di Macomer. La linea la traccia dalla sua pagina Facebook il giornalista Toni Capuozzo: “Da valutare voce insistente che parla di connection italiana: una rete di cui farebbe parte un detenuto a Macomer e altri tre tunisini. Le stesse voci dicono di uno del commando che parlava italiano”. Capuozzo nell’analisi praticamente in diretta che fa sul social media addirittura ipotizza che fossero gli italiani l’obiettivo principale dell’attacco:  “Sapevano di nave arrivata, quello tra i terroristi che parlava italiano ha identificato con più facilità turisti italiani nel museo. Nel mirino impegno italiano in Libia…”
La pista italiana e sarda porta proprio nell’istituto del Marghine, chiuso ormai da mesi, in cui si sarebbe creato l’humus ideale. Qui scontavano la pena, nella sezione speciale AS2,  detenuti condannati per reati di terrorismo islamico, vicini ad Al Qaeda. Non personaggi qualsiasi, ma di spicco, con un certo ruolo, capaci di reclutare altri proseliti e seguaci. In grado di metter su piani e missioni. Non è un caso che al carcere fosse stato ribattezzato “Guantanamo italiana” per l’alta percentuale di terroristi: una concentrazione a rischio. In particolare sono due i nomi: l’egiziano Mohamed Rabei, coinvolto nell’attentato alle stazioni di Madrid nel 2004 con quasi 200 morti, e il tunisino Alì Bu Ya Yia, vicino ai componenti del comando che nel 2005 parteciparono alla strage di Londra con 50 morti.
Il nome del detenuto di Macomer è circolato già nei giorni immediatamente successivi alla strage al giornale parigino Cherlie Hebdo. Si tratta del tunisino Jarray Khalil, ma non farebbe parte della lista speciale stilata dal ministero dell’Interno con i detenuti per reati di terrorismo di matrice islamica considerati più pericolosi.
Reclutatori islamici, una “cellula” a Macomer
Di Pier Luigi Piredda
Un attentato studiato in una cella del carcere di Macomer. Uno dei tanti che i detenuti stranieri avrebbero ipotizzato durante la loro permanenza in quel penitenziario che, fino al momento della chiusura, era stato definito: la “Guantanamo italiana” per l’altissima presenza di terroristi islamici vicini ad Al Qaeda. Questa la preoccupante ipotesi emersa subito dopo l’attentato di Tunisi.
«Sicuramente uno dei terroristi, ma forse anche altri due, parlava italiano» è stata una delle indiscrezioni trapelate nella concitazione di quei momenti drammatici. A collegare l’attentato di Tunisi con la Sardegna è stato il giornalista Toni Capuozzo che, nel suo profilo Facebook, ha fatto trapelare l’ipotesi di un preoccupante collegamento con l’Italia: «Nella rete terroristica internazionale che ha colpito a Tunisi ci sarebbe anche un tunisino che è stato detenuto nel carcere di Macomer e altri tre connazionali transitati in Italia».
«C’erano alcuni personaggi di grande carisma – ha ricordato uno degli operatori del carcere –. Si vedeva da come si muovevano, da come venivano trattati dagli altri che avevano un grande ascendente, che non erano semplici detenuti». Alcuni di questi erano stati arrestati per collegamenti con le cellule terroristiche internazionali. A Macomer sono passati terroristi di alto spessore che chissà dove sono finiti. Nelle celle del piccolo carcere modello, che però poco piaceva ai reclusi stranieri che più volte si erano lamentati per le condizioni di vita e inscenato anche eclatanti manifestazioni di protesta, sono stati detenuti due terroristi di enorme pericolosità vicini ad Al Qaeda: l’egiziano Mohamed Rabei, coinvolto nell’attentato alle stazioni di Madrid nel 2004 con quasi 200 morti, e il tunisino Alì Bu Ya Yia, vicino ai componenti del comando che nel 2005 sferrarono l’assalto a colpi di bombe alla metro di Londra causando oltre 50 vittime.

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