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Strage di cristiani in Pakistan. La denuncia dei vescovi:la polizia non è intervenuta perché “guardava il cricket in tv”

Di Paolo Affatato
A morire sono stati i giovani volontari cattolici che hanno cercato di fermare i terroristi. Sì, perché  i poliziotti che avrebbero dovuto essere davanti alla chiese – disposizione del ministero degli interni – sono sani e salvi: erano impegnati a vedere in tv la partita di cricket, lo sport nazionale in Pakistan.
La nota della Commissione «Giustizia e pace» dei vescovi cattolici pakistani lancia accuse pesanti. «La chiesa di Youhanabad aveva supplicato il governo e la polizia di aumentare la sicurezza, date minacce ricevute di recente. Ma gli agenti presenti erano pochissimi. E, invece di fare il loro dovere di vigilanza, erano occupati a guardare la partita di cricket. In conseguenza di questa negligenza, molti cristiani hanno perso la vita». Di fronte a gravi e ripetuti episodi di violenza sui cristiani, i vescovi reclamano la «volontà politica» di fermare i terroristi.
Da qui l’esasperazione e la protesta della folla che, dopo gli attentati, ha linciato altri due uomini sospettati di essere coinvolti nella strage.
Va detto che la polizia in Pakistan ha un problema sistemico. Quando va bene, le questioni sono negligenza o corruzione. Nel peggiore dei casi, il corpo per la sicurezza dei cittadini si trasforma in braccio armato dei fondamentalisti islamici o si fa complice delle violenze sulle minoranze religiose. E mentre la divisa diventa uno scudo che giustifica l’abuso e l’arbitrio, i cristiani sono vittime privilegiate.
Gli ultimi casi hanno destato l’indignazione di organizzazioni della società civile, cristiane e non. Prima della strage di oggi, i cristiani hanno chiesto a gran voce giustizia per «l’omicidio di stato» consumatosi sempre a Lahore nei giorni scorsi. La polizia ha torturato e ucciso un giovane cristiano innocente. L’unica colpa imputata al 25enne Zubair Masih era quella di essere il figlio di Aysha Bibi, una vedova cristiana accusata di furto da  suo datore di lavoro, Abdul Jabar, musulmano di Lahore.
Percosse e insulti non sono bastati a estorcere una confessione alla donna. Tutta la sua famiglia è stata fermata e condotta alla stazione di polizia, che ha continuato il pestaggio (Aysha ne è uscita con le braccia fratturate). Poi tutti rilasciati, tranne Zubair. L’indomani la polizia lo ha scaricato, già cadavere, davanti alla casa di sua madre. Condotto in ospedale, i medici hanno potuto solo constatare il decesso del giovane.
Solo dopo due giorni di pacifica ma ferma protesta, una denuncia è stata ufficialmente registrata a carico del vicecommissario Sarajul Haque, di altri tre poliziotti e di Abdul Jabar. «Ma è molto difficile che in questi casi si arrivi a condanne. Spesso alla famiglia della vittima si offre un risarcimento in denaro, in cambio del ritiro della denuncia», ha spiegato Joseph Francis direttore dell’Ong «Centre for Legal Aid Assistance & Settlement», che ha offerto assistenza legale alla famiglia.
L’abuso di potere è ricorrente quando gli agenti – quasi tutti musulmani – hanno per le mani cittadini pakistani cristiani o indù. Lo testimonia un altro caso che ha scosso la nazione che a novembre del 2014 destò indignazione per l’atteggiamento indifferente della polizia. Allora alcuni agenti lasciarono che i due coniugi cristiani Shahzad Masih and Shama Bibi, accusati di blasfemia, fossero linciati e arsi vivi a Kot Radha Kishan, nella provincia del Punjab.
Di recente la Corte Suprema, nel chiedere al governo del Punjab di costituire una apposita commissione indipendente, dubitando che la polizia stessa potesse garantire un’inchiesta imparziale, ha censurato il comportamento dei poliziotti «che non hanno agito per fermare il linciaggio».
Solo raramente i cristiani presi di mira dalla polizia riescono ad avere giustizia, sempre dopo un calvario. Pochi giorni fa il cristiano pakistano Imtiaz Masih è stato assolto, dopo una battaglia legale durata quattro anni, durante i quali è stato torturato per costringerlo a confessare un omicidio mai commesso. In tal caso i giudici hanno smascherato i falsi testimoni dell’accusa.
«La prassi di usare false accuse è fin troppo comune in Pakistan. Spesso si usano per distogliere l’attenzione dal vero colpevole», ha spiegato l’European Center of Law and Justice (ECLJ), che ha seguito il caso di Imtiaz Masih.
«I cristiani pakistani, generalmente tra i meno abbienti della società, non hanno i mezzi per affrontare lunghe battaglie legali e diventano un comodo bersaglio. La corruzione dilagante nel dipartimento di polizia facilita la prassi delle false accuse», nota l’ECLJ.
I cristiani pakistani hanno spesso affrontato casi di blasfemia basati su false accuse: quello di Asia Bibi, donna e madre cristiana condannata a morte, ne è l’esempio più eclatante.

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