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Steve Jobs:oltre il mito

L’Icona Steve Jobs(a seguire “La Libertà non è Jobs,ma Mozilla”)

Di Gianluca Bifolchi

L’annuncio della scomparsa di Steve Jobs ha dato il via in America a un’alluvione di commenti improntati ai toni del cordoglio nazionale. Lo stesso sta accadendo in queste ore fuori dai confini degli USA. E’ in atto, a quanto sembra, una beatificazione laica dell’inventore dell’iPod per gli eccelsi meriti da lui accumulati nella sua esistenza terrestre.

La mia ironia non è in contrasto né col rispetto che si deve a un uomo prematuramente scomparso né con l’ammirazione che dovrebbe suscitare l’esempio di una vita così evidentemente ben spesa. E’ piuttosto una lente di ingrandimento per guardare tra le pieghe dello statuto delle merci nella società contemporanea.

Non posso fare a meno di tracciare un legame tra la sensazione che accompagna questa morte e l’atteggiamento di frenesia consumista che denota quanti fanno la fila davanti agli Apple Store la notte prima della messa in commercio di un nuovo prodotto (o per l’inaugurazione di un nuovo punto vendita, come è accaduto di recente a Bologna). Una buona notte di sonno dovrebbe ben valere il ritardo di qualche ora, o addirittura di un giorno intero nel mettere le mani sull’agognato iPad, se non fosse l’evento in sé e non la transazione commerciale ad attirare i clienti. E’ una ritualità di portata globale — ben oltre quella dei credo religiosi — che permette all’avventore di credere di aver trasceso la propria natura di consumatore per affiliarsi a una comunità spirituale.

Steve Jobs era il gran sacerdote di questa Chiesa. E non conta nulla di fronte alla forza dei simboli l’opinione di quelli come me che credono che chi si è distinto in un campo come l’elettronica di consumo vede il suo credito verso la società andare in pari quando il cliente fa addebitare sulla propria carta di credito il controvalore della merce che si porta a casa. E particolarmente se si possiede una compagnia come la Apple non particolarmente nota per la sua politica di prezzi popolari.

Il mito di Steve Jobs si è consolidato durante la sua lunga lotta contro il cancro al pancreas, anni peraltro molto operosi e densi di soddisfazioni professionali per lui. L’iconografia impostasi nei media – spesso con foto di grande formato, ben diverse dal mezzobusto canonico che si riserva ai politici – era quella di un magro signore di mezza età, di bell’aspetto, con barbetta, occhialini e dolcevita scura che lo facevano sembrare molto più simile a un professore universitario di matematica che al fondatore di una delle più potenti compagnie commerciali del mondo. Meno che mai assomigliava a un pescecane di Wall Street, look al quale ha finito per adattarsi persino Bill Gates, il “ragazzo prodigio” di Seattle.
Quest’immagine era per lo più pescata dai workshop in occasione del lancio di un nuovo prodotto, in cui Jobs prendeva la parola di fronte al mondo in nome della Apple. E se si tiene conto dell’ossessiva attenzione ai dettagli con cui viene preparata questa delicata fase del marketing è difficile credere che Jobs non fosse il creatore della propria icona così come era il creatore dell’ iPhone.
Non gliene faccio una colpa, ma è impressionante la permeabilità dei media a questi messaggi e la loro disponibilità a riprodurli esattamente come sono stati concepiti dalla mente strategica che li ha assemblati ed emessi (stamattina l’homepage del Fatto Quotidiano presentava un cubitale primo piano di Jobs).
Io credo che un’economia in cui il valore di scambio delle merci si distanzia sempre più dal loro valore d’uso per incorporare valori simbolici ampiamente manipolatori non sia una buona economia, perché compromette la nostra capacità di valutare razionalmente l’importanza delle risorse. Questo è un serio problema in un’epoca che ci pressa con la necessità di riconvertire la nostra economia in senso sostenibile.
E poi io uso il PC.

La libertà non è Jobs, ma Mozilla

Di Giuseppe Morello
La rete gronda lacrime e citazioni, Facebook oggi è ingolfato di post che piangono la morte del guru e ripropongono – anche con un eccesso di retorica – il celebre discorso di Stanford e le frasi che già da tempo circolavano su internet come il mantra della nuova era digitale, il vangelo uscito dalla bocca di un grande innovatore, ma anche di un gran furbo.
Jobs ha creato schiere di fanatici facendo diventare business e ideologia il pensiero ribelle e lisergico degli anni ’60, dal quale proveniva.  Ha inventato prodotti, marchi e uno stile che hanno fatto di lui l’Armani della tecnologia, un genio dell’innovazione e dell’eleganza, ma allo stesso tempo ha utilizzato l’armamentario libertario e sessantottino con il malcelato intento di intruppare tutti noi consumatori all’uso esclusivo dei suoi prodotti.

Da un lato predicava di “pensare differente”, di mordere la mela del peccato originale che ci rende liberi e non sottomessi ad alcuna divinità, come lui ha fatto nella vita, ma dall’altro ci ha voluto tutti allineati e omologati all’uso dei suoi prodotti, belli ma chiusi, funzionali ma esclusivi, comodi ma impermeabili ad altri software e ad altre tecnologie, ma soprattutto sempre carissimi.

Ha predicato l’anticonformismo e il pensiero laterale ma ha finito per produrre in legioni di seguaci invasati il conformismo dell’anticonformismo, una trasgressione di massa un po’ bovina, in cui si è fuori dagli schemi, ma in compagnia di miliardi di persone.
È stato un genio, ma non senza ricavarne un profitto. Come quei santoni che ti vendono la ribellione e l’uscita dall’asservimento, accompagnandoti verso un’altra dipendenza, facendoci su anche un bel pacco di soldi.
Spiace dirlo in mezzo a questa alluvione di retorica, ma la libertà non è Jobs, che con una mano ci vendeva il sogno di una vita tecnologica leggera e facile, seducente e trendy, ma dall’altro ci obbliga a usare prodotti che comunicano e funzionano solo tra loro e accessori costosi e non sostituibili con qualcosa di analogo che non abbia una mela stampata da qualche parte.
I simboli della libertà tecnologica e della rete restano Mozilla e Wikipedia, l’open source e gli strumenti che si adattano e dialogano con le altre tecnologie, non il mondo isolato e protetto della Apple, per quanto esteticamente glamour.

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