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Stati Uniti e Israele alleati storici: perché il paese a stelle e strisce lo appoggia?



Di Stefano Consiglio

La vicinanza degli Stati Uniti alla causa del popolo ebraico risale agli anni immediatamente successivi alla fine della guerra d’indipendenza americana. Diversi patrioti, che avevano combattuto per la nascita degli USA, guardavano con ammirazione alla cultura ebraica. John Adams, che fu Presidente degli Stati Uniti tra il 1797 e il 1801, scrisse in una lettera indirizzata a Thomas Jefferson che: “gli ebrei hanno contribuito, più di ogni altra nazione, alla civilizzazione dell’umanità”.

Alla fine del 1800 Theodor Herzl, scrittore, giornalista e avvocato ebreo-ungherese, creò il movimento sionista, il cui scopo primario era la creazione di uno Stato ebraico. Nel corso del primo congresso Sionista, tenutosi a Basilea nel 1897, il movimento selezionò la Palestina in quanto terra di origine del popolo ebraico. Questa non fu l’unica nazione ad essere valutata per la creazione di uno Stato ebraico. La Gran Bretagna, ad esempio, propose l’Uganda che all’epoca era sotto il controllo della Compagnia Britannica dell’Africa Orientale. Alla fine, tuttavia, i leader Sionisti scelsero la Palestina definendola: “Una terra senza popolo, per un popolo senza terra”, ignorando completamente l’esistenza di una popolazione araba preesistente.

Molti importanti politici americani supportarono con vigore questa aspirazione del Movimento Sionista di creare uno Stato ebraico. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, sostenne che l’insediamento degli ebrei nella loro terra natia, attraverso la creazione di uno Stato indipendente, era “un sogno condiviso da molti americani”. 
Quando nel 1917 la Gran Bretagna espresse l’intenzione di creare all’interno nei territori palestinesi una “National home” che potesse ospitare tutti gli ebrei dispersi nelle varie nazioni, il Presidente degli Stati Uniti Wilson manifestò il suo pieno supporto.


Dopo la fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti furono i promotori del così detto Piano di Partizione della Palestina, approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947.

Durante la guerra fredda Israele venne sostenuta sia economicamente sia politicamente dagli americani, in quanto venne considerata un’utile alleata, svolgendo il ruolo di mandataria degli Stati Uniti in Medio Oriente. Le sconfitte inflitte da Israele alla Siria e all’Egitto, entrambe alleate della Russia, non fecero altro che rafforzare la vicinanza esistente tra gli USA e lo Stato di Israele. Molto utili furono, inoltre, le informazioni fornite da Israele riguardo al potenziale bellico degli URSS e il sostegno garantito ad alcuni alleati americani presenti in Medio Oriente, tra cui re Hussein di Giordania. Il supporto americano fu continuo durante tutti i conflitti arabo-israeliani che si susseguirono, a fasi alterne, tra il 1948 e il 1973. La vicinanza degli Stati Uniti si rafforzò, in particolare, dopo che nel 1967 esplose la guerra dei sei giorni, che si concluse con l’occupazione da parte di Israele della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. In quel momento gli Usa capirono che potevano avere un ruolo da protagonisti in Medio Oriente e che la presenza di un alleato come Israele avrebbe senza dubbio facilitato questo processo.


Nel corso degli anni ’80 gli Stati Uniti continuarono a sostenere Israele sia economicamente che politicamente, proteggendo gli ebrei dall’imposizione di sanzioni internazionali attraverso l’esercizio del diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. 
L’alleanza anti-sovietica, che durante la guerra fredda aveva garantito agli Stati Uniti un alleato in Medio Oriente, si trasformò negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino in una sorta di “lega santa” anti-musulmana. Questa guerra al terrorismo musulmano divennne totale dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001, che furono la causa del successivo intervento americano in Afghanistan.
Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, cioè i tre presidenti che si sono susseguiti dal 1993 ad oggi, hanno tutti ribadito la solida alleanza esistente tra Israele e gli Stati Uniti. Alleanza che non è mai stata messa seriamente in discussione nè durante gli accordi di Oslo del 1993, nè a seguito della decisione di Israele di avviare l’Operazione Piombo fuso, che tra il dicembre del 2008 e il gennaio del 2009 causò 1203 vittime tra la popolazione palestinese.

Come abbiamo avuto modo di vedere il sostegno americano alla causa di Israele è stratificato nel tempo. A questo punto una domanda sorge spontanea: in che cosa consiste questo continuo supporto garantito dagli americani al popolo ebraico?
Si tratta di un supporto anzitutto finanziario. Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, infatti, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele circa 150 miliardi di dollari. Con 3 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti diretti, Israele è il maggior beneficiario di finanziamenti stanziati dal popolo americano. Israele gode anche di un vantaggio rispetto agli altri beneficiari: il denaro le viene accreditato annualmente e non su base trimestrale, permettendole di ottenere ulteriori vantaggi dagli interessi. La maggior parte dei beneficiari ha l’obbligo di spendere tutta la cifra finanziata per acquistare prodotti o servizi offerti dagli americani, motivando le spese effettuate. Israle, invece, ha la possibilità di utilizzare il 25% dei finanziamenti per sviluppare la propria industria bellica e non è nemmeno tenuta ad una rendicontazione finale.

Anche dal punto di vista militare e diplomatico gli Stati Uniti hanno fornito un grande aiuto ad Israele. Per fare un esempio gli USA hanno venduto a Israele molti degli aerei utilizzati dalla Israeli Air Force, tra cui gli F-15, gli F-16, gli elicotteri Apache.

 Dopo che Israele si è dotata di ordigni nucleari, inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto in modo che le armi israeliane non venissero inserite nel programma di disarmo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Gli Usa, infine, hanno sempre protetto gli interessi di Israele durante le riunioni del Consiglio di sicurezza, di cui gli Stati Uniti sono membri permanenti con diritto di veto. A partire dal 1982 più di 30 risoluzioni contrarie ad Israele sono state bloccate dal Governo americano.


A questo punto una domanda sorge spontanea: perché gli Stati Uniti sostengono economicamente, militarmente e diplomaticamente Israele?
Ufficialmente il Governo americano sostiene che l’alleanza tra USA e Israele dipende dalla condivisione di ideali comuni, fondati sulla democrazia e sull’uguaglianza. L’attuale Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pubblicamente dichiarato che: “noi stiamo dalla parte di Israele perché sappiamo che Israle è fondata su valori che noi, come americani, condividiamo: una cultura basata sulla giustizia, una terra che accoglie i bisognosi, un popolo votato a perfezionare il mondo”. Si tratta di una dichiarazione fondata su valori che non solo appaiono in contrasto con la politica di segregazione adottata da Israele nei confronti della popolazione palestinese, ma che di per se non sono sufficienti a giustificare il sostegno degli Usa allo Stato di Israele.

In parte le ragioni che spingono gli Stati Uniti a sostenere Israele debbono ravvisarsi nel vantaggio strategico rappresentato dall’esistenza di un forte alleato occidentale in Medio Oriente. Israele, in altre parole, è come se fosse una testa di ponte degli Usa in territorio arabo, tanto che il Governo americano ha definito Israele: “la nostra portaerei in Medio Oriente”. Alcuni studiosi, tuttavia, non concordano sul fatto che l’esistenza di Israele faciliti il controllo della situazione mediorientale da parte degli Stati Uniti. Secondo queste interpretazioni gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo internazionale proprio a causa del loro sostegno a Israele. Da sottolineare, inoltre, che il sostegno strategico degli Stati Uniti alla causa di Israele appare alquanto unilaterale, dal momento che lo Stato ebraico non si fa il minimo scrupolo quando vende i suoi armamenti (Israele è tra i principali esportatori di droni al mondo) a nazioni rivali degli Stati Uniti, come la Cina o la Russia.
Ma c’è di più. Secondo molti autori, tra cui Edward Tivnan che nel 1988 pubblicò il il libro The Lobby, il principale motivo che spinge l’America a sostenere la causa di Israele è l’esistenza negli Stati Uniti di una Lobby ebraica che indirizza la politica estera statunitense in modo che sia in linea con gli interessi israeliani. Questa Lobby è composta da una serie di organizzazioni aventi un enorme peso politico quali il Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici o la Conferenza dei Presidenti delle principali organizzazioni ebraico-americane. Tutte queste organizzazioni agiscono a stretto contatto con il Likud, partito nazionalista ebraico di cui fa parte l’attuale Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e che ha le sue radici nel partito sionista riformista.

Il sistema politico americano, in cui le elezioni sono fortemente influenzate dai finanziamenti offerti dai privati, garantisce un enorme vantaggio a questa Lobby: per fare un esempio: nel 1996 le varie organizzazioni ebraiche hanno contribuito per più del 50% ai fondi utilizzati dal Presidente Bill Clinton durante la campagna per la sua rielezione. Il peso economico della Lobby viene utilizzato per influenzare le nomine al Congresso e ai vertici degli apparati esecutivi, così da attuare le politiche decise dal Governo di Israele.  Questa Lobby ebraica ha, inoltre, un peso enorme in settori chiave quali l’editoria o il cinema, permettendo un controllo dell’opinione pubblica americana la cui maggioranza, secondo un sondaggio compiuto dalla CNN, giustifica gli attacchi portati da Israele contro la Palestina e contro Hamas.

Oltre alle varie ragioni che abbiamo esaminato finora, spesso viene sostenuto che la protezione fornita dagli Stati Uniti a Israele, così come l’istituzione stessa di questo Stato, trovano una giustificazione nelle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia. Non volendo sminuire in alcun modo quanto è stato patito dal popolo ebraico, queste sofferenze dovevano essere un incentivo a comprendere quali conseguenze avrebbe causato la colonizzazione della Palestina. Il popolo palestinese, al contrario, si è visto ridurre sempre di più il proprio territorio, si è visto negato il riconoscimento di uno Stato indipendente e ha continuato a subire negli anni migliaia di vittime a causa degli attacchi compiuti dall’esercito israeliano. Gli attentati terroristici compiuti da Hamas debbono, senza dubbio, essere condannati nel modo più assoluto. 



Per evitare, tuttavia, che questa guerra si trasformi in una sorta di “scontro tra tifoserie” è fondamentale studiare con attenzione la storia del conflitto, capirne le origini, allo scopo di sensibilizzare l’opionione pubblica così da indurla a esecitare pressioni sui rispetti Governi. Questi, a loro volta, adotteranno decisioni in seno alle varie Organizzazioni internazionali coinvolte, in primis alle Nazioni Unite, ode garantire il prima possibile la piena realizzazione di quel processo di pacificazione che appare ormai fermo dagli Accordi di Oslo del 1993.


Fonte:http://it.ibtimes.com/articles/68697/20140721/stati-uniti-israele-alleanza.html

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