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Soldati israeliani choc: “A Gaza abbiamo violato tutte le leggi di guerra”



Di Giovanni Masini

Sono accuse infamanti, quelle che piovono sull’esercito israeliano. Accuse che parlano di leggi di guerra completamente ignorate, civili deliberatamente presi di mira e crimini di ogni sorta, che sarebbero stati commessi l’estate scorsa nella Striscia di Gaza durante l’operazione “Protective Edge“, l’estate scorsa.

Accuse rese ancora più pesanti quando se ne considera la provenienza: a gettare ombra sull’operato delle forze armate di Tel Aviv sono infatti gli stessi militari israeliani. Più di sessanta soldati coinvolti nelle operazioni militari della striscia di nove mesi fa, racconta infatti l’Ong per i diritti umani Breaking the Silence, hanno testimoniato presunte violazioni delle leggi di guerra: tra di essi anche circa una dozzina di ufficiali fino al grado di maggiore.
Secondo le ricostruzioni raccolte dal gruppo umanitario, i soldati parlerebbero di truppe israeliane istruite a considerare come una minaccia praticamente qualsiasi cosa si muovesse nel territorio di Gaza e a “non risparmiare munizioni”, come anche di raid condotti per vendetta contro obiettivi che ancora non si sapeva se fossero abitati da militari o da civili.
Un sergente racconta di briefing appena precedenti gli scontri a fuoco in cui le truppe israeliane sarebbero state spinte a non lesinare munizioni, per nessun motivo: “Il comandante ci diceva di non prenderci rischi inutili e di non risparmiare le cartucce. L’area (quella di Gaza, ndr) dev’essere sterilizzata, sgombra di persone”.
“A meno che non vediamo qualcuno che sventola una bandiera bianca gridando ‘mi arrendo’ – prosegue il militare citando le parole del proprio superiore – Chiunque vediamo rappresenta una minaccia e pertanto siete autorizzati ad aprire il fuoco. Lì dentro non c’è nessuno che non sia coinvolto.”
Dalle testimonianze dei soldati emerge anche la storia di due donne che sarebbero state uccise da membri dell’esercito israeliano sebbene disarmate, solo perché una delle due era in possesso di un telefono cellulare. Ancora, i militari hanno raccontato di un presunto raid di rappresaglia seguito alla morte di una recluta israeliana e condotto contro edifici fatti saltare in aria “in memoria del camerata rimasto ucciso.”
Tutti comportamenti che, se confermati, costituirebbero altrettante gravissime violazioni tanto delle leggi di guerra quanto del codice etico della stessa Israeli Defence Force, che impegna i propri membri a non fare alcun male a chi non sia un combattente o un prigioniero di guerra.
L’esperto di diritti umani Philippe Sands, sentito da The Guardian, conferma l’importanza delle testimonianze spiegando che questo tipo di accuse “non può essere ignorato perché proviene da individui presenti in prima persona sul campo.” Tali accuse, peraltro, non si riferiscono solo a un numero limitato di casi isolati, ma coinvolgono per intero la stessa strategia di guerra dell’esercito israeliano.
Che, dal canto suo, non ha ancora risposto ad alcuna accusa circostanziata, ma ha promesso di istruire “indagini appropriate” per ogni insinuazione sollevata attraverso i media o le ong. La Israeli Defence Force, inoltre, ha aggiunto che a soldati ed ufficiali è sempre stata data la possibilità di protestare contro eventuali irregolarità.
Nel corso della guerra dei Cinquanta giorni della scorsa estate hanno trovato la morte oltre duemila palestinesi e un’ottantina di israeliani.

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