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Siria, la guerra degli uomini distrugge la storia

Il sito di  Qal'at al-Mudiq

Di Giorgia Grifoni

 Ci sono due guerre, in Siria. C’è quella dei morti, dei feriti, degli sfollati e dei profughi. Degli uomini che si combattono e di quelli che finiscono in mezzo agli scontri. E poi c’è quella, più silenziosa, che prende di mira le antichità e la storia. Castelli crociati isolati, bocconi prediletti di chi vuole controllare ampie zone dall’alto. Ma anche cunicoli bizantini di vecchi suq e cittadelle, al centro delle metropoli siriane, dove si cerca riparo. Quasi tutto distrutto o trafugato e perduto per sempre. 

E proprio il retaggio artistico millenario della Siria è al centro della sessione annuale dell’Unesco, iniziata domenica scorsa a Phnom Penh, per decidere i nuovi siti che meritano di diventare Patrimonio mondiale dell’umanità. Assieme a sei siti archeologici siriani già protetti dall’Unesco, anche la grande barriera corallina australiana, le antiche città del Mali e della Repubblica Centrafricana sono in lista per ricevere lo status di “a rischio”. 

Una forma di protezione che però poco cambierà sul terreno. 
Dei sei siti siriani protetti dall’Unesco – Aleppo, Damasco, Bosra, il Crac des Chevaliers, Palmyra e le “città morte” – Aleppo non esiste quasi più. Asserragliata l’autunno scorso dai ribelli dell’esercito siriano libero che volevano strapparla al regime, ha assistito alla distruzione di quasi tutto il suq, al danneggiamento delle mura di cinta e della cittadella e, infine, allo sbriciolamento del minareto millenario della moschea degli Omayyadi.

Nota per essere la seconda città più antica del mondo abitata in modo continuativo – la prima è Damasco – la sua fondazione data almeno del II millennio a.C. Il suq, il più grande, antico e articolato tra quelli oggi presenti in Medio Oriente, fu costruito nel XIV secolo sviluppando la strada del mercato – presente dal XIX secolo a.C- che conduceva alla cittadella. Negli scontri dell’ottobre scorso tra l’esercito stanziato nella cittadella e i ribelli nascosti negli antichi caravanserragli, circa 1500 negozi sono bruciati. 

Ma se le città più colpite dalla guerra finora sono state Homs, Aleppo e Dera’a – anch’essa sede di un importante sito archeologico – non se la sono cavata neanche le città vecchie di Damasco – straziata da decine di attentati -e di Bosra, con il suo anfiteatro di epoca romana colpito diverse volte dalle bombe e dai raid aerei. Il Crac des Chevaliers, fiore all’occhiello di una serie di castelli crociati costruiti dagli europei durante il Medioevo e sparsi su tutta la costa della Siria fino al Libano, all’inizio della guerra era stato scelto come fortino dai ribelli e ridotto quasi in macerie dai bombardamenti dell’esercito di Assad. 

Per quanto riguarda le città morte – un complesso di circa 800 villaggi bizantini sparsi nelle campagne a nord ovest di Hama, abbandonati circa mille anni fa e miracolosamente intatti – sono diventate la tana dell’esercito e non sono certo state risparmiate dai bombardamenti che hanno colpito il centro abitato più vicino, Maaret al-Nuaman. Una sorte diversa, ma non meno temibile, è toccata invece alla “Sposa del deserto”, Palmyra. Costruita dai Seleucidi su un precedente sito assiro, è stata per centinaia di anni una fiorente città commerciale, tappa obbligata delle carovane dirette verso la costa del Mediterraneo. Situata a 240 km a nord est di Damasco, dall’inizio della guerra ha visto sparire a poco a poco le sue statue, i suoi mosaici e altri oggetti ancora nascosti nella sabbia. Non dalle bombe, ma dai trafficanti di antichità. 

In un interessante reportage del maggio scorso, il Washington Postha svelato come una rete di siriani e libanesi stanziati a Majdal Anjar, cittadina al confine tra i due paesi, smerci le antichità di Apamea, Palmyra e di altri siti isolati nel deserto siriano per poi dirottarli ai maggiori compratori: Israele, Stati Uniti ed Europa. Quello che è stato portato via dalle ruspe a notte fonda nei siti abbandonati a loro stessi, può essere facilmente ritrovato in un antiquario di Beirut. Sono i miliziani dell’esercito libero siriano che se ne servono per poter comprare armi e tutto ciò che il mercato nero può offrire: con 20.000 dollari ricavati da una tavoletta cuneiforme si possono comprare 14 AK-47 e un M4. 

Non meno a rischio sono i musei. Situati nei focolai di guerra – come quello di Aleppo o di Damasco – potrebbero essere distrutti in qualsiasi momento dagli scontri. Il direttore generale delle antichità siriane, Maamun Abdul Karim, giura che la situazione è “sotto controllo”. Circa 77.000 opere presenti al museo di Damasco sono state impacchettate e messe al sicuro, mentre nel 2012 più di 4.000 opere trafugate sono state intercettate alle frontiere.

Eppure Joanne Bajjaly, archeologa libanese intervistata dalWashington Post, non crede che il direttore dovrebbe prendere le cose così alla leggera: “Visto che nessuno nel paese si aspettava una guerra – spiega – sicuramente gli addetti alla messa in sicurezza delle antichità non saranno stati preparati a sufficienza”. E’ lo stesso allarme lanciato da alcuni attivisti che, dall’inizio del 2012, stanno monitorando i musei e le aree archeologiche del paese per aiutare la salvaguardia delle opere: gli oggetti, infatti, sarebbero stati portati via senza essere registrati elettronicamente come vuole la procedura standard. “Neanche le loro fotografie – denuncia uno degli attivisti – sono state inserite in un database elettronico. Questo vuol dire che ogni pezzo perso negli spostamenti potrebbe esserlo per sempre”. 

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