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Siria: il fronte frammentato dei ribelli anti-Assad

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Se la guerra in Siria fatica a trovare una soluzione, è soprattutto per via dell’estrema frammentazione che caratterizza gli attori che si fronteggiano sul campo. La divisione tra forze pro–Assad e forze anti–Assad non basta, infatti, a rendere da sola l’idea di quanto sia frastagliato il panorama delle organizzazioni e dei gruppi che operano nel contesto del conflitto siriano.

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 In realtà, il fronte pro–Assad risulta molto ben definito: al suo interno è composto dalle forze del regime rimaste fedeli al Presidente siriano, mentre dall’esterno è sostenuto da guerriglieri provenienti da Hezbollah, da gruppi di milizie sciite iraniane che combattono direttamente al fianco dei lealisti e, infine, dalla Russia di Putin, anch’essa nelle ultime settimane intervenuta con maggiore presenza sul territorio. Ma come e da chi è composto il fronte anti–regime? Prima di tutto occorre sottolineare come non esista un unico fronte anti–Assad e che, spesso, le fazioni che combattono le forze lealiste sono impegnate contemporaneamente in guerre intestine. Lo spettro delle forze ribelli va dai gruppi meno ideologizzati e più propriamente “rivoluzionari” (thawri, in arabo), ai curdi, fino a quelli salafiti–jihadisti, al cui interno si consuma un’ulteriore guerra tra lo Stato Islamico (IS) e Jabhat al–Nusra, gruppo siriano affiliato ad al–Qaida.
I “Ribelli”
Sotto la generica etichetta di “ribelli” rientrano tutti i gruppi di opposizione armata ad Assad al di fuori della galassia salafita jihadista. Il principale gruppo attorno al quale i ribelli organizzano le proprie azioni militari è l’Esercito Libero Siriano (FSA), fondato nell’estate del 2011 e composto principalmente da disertori del regime, le cui unità sono intorno alle 40.000. Questo è sostenuto soprattutto dalla Turchia e dagli Stati Uniti ed è presente in misura maggiore nell’area nord–occidentale e sud–occidentale della Siria. Nel Sud, intorno all’area di Dara‘a, l’FSA riceve degli appoggi dalla Giordania (vedi mappa ISPI). Fa parte del fronte dei ribelli anche il Fronte Islamico, raggruppamento di sette diverse milizie sorto nel novembre del 2013, il maggiore dei quali è Ahrar al–Sham, organizzazione di stampo islamista che ambisce alla costituzione di uno Stato islamico, ma con una qualche forma di legittimità popolare (Majlis Al–Shura). Il suo obiettivo rimane momentaneamente circoscritto alla Siria ed è legato alla caduta di Assad. Il Fronte Islamico può contare su circa 50.000–60.000 uomini. Accanto a queste due sigle principali, i ribelli si avvalgono, per motivi tattici, del sostegno anche delle forze curde e, saltuariamente, di Jabhat al–Nusra, anche se in questo caso gli obiettivi di lungo termine sono decisamente diversi.
Jabhat al–Nusra
È il gruppo affiliato ad al–Qaida in Siria. Può contare su una forza di circa 10.000 uomini ed è guidato da Mohammed al–Julani, jihadista siriano formatosi in Iraq durante gli anni della guerriglia di al–Qaida in Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003. A differenza di Ahrar al–Sham, ha obiettivi più regionali e non solo legati alla caduta di Assad e non può dirsi con esattezza un alleato o un nemico di alcuna fazione sul campo, in quanto per motivi tattici opera alleanze a geometrie variabili. In funzione anti–Assad, partecipa alle operazioni dei ribelli nel Nord–Ovest del paese, dove ha la sua roccaforte intorno all’area di Idlib. Allo stesso tempo, ha tra i propri nemici gli Stati Uniti, che nel 2012 l’hanno catalogata tra le organizzazioni terroristiche. Inoltre combatte IS, nonostante il leader di al–Qaida al–Zawahiri abbia fatto un appello affinché Jabhat al–Nusra si unisca – temporaneamente – al Califfato per combattere Assad. Come i maggiori gruppi jihadisti, mette in atto anche attacchi suicidi e ciò la rende più efficace. Il suo obiettivo attuale è quello di espandersi verso l’area di Lattakia, roccaforte alawita del regime. Secondo l’Institute for the Study of War, il recente coinvolgimento diretto della Russia proprio nell’area controllata dai ribelli e da Jabhat al–Nusra, potrebbe spingere molti foreign fighters ceceni presenti in Siria a unirsi al gruppo jihadista. Jabhat al–Nusra riceverebbe inoltre il sostegno esterno da parte dei paesi del Golfo arabo, interessati a controbilanciare da un lato l’IS e dall’altro le forze islamiste più moderate e vicine alla Fratellanza Musulmana.
I curdi
Quando si parla di forze curde in Siria, ci si riferisce soprattutto alle Unità di protezione popolare (YPG), braccio armato del partito curdo siriano PYD (Partito dell’unione democratica). Le forze curde possono contare su circa 50.000 uomini e controllano gran parte del territorio lungo la fascia nord–orientale della Siria, al confine con la Turchia. I guerriglieri curdi, sia in Siria (emblematica la vicenda di Kobane), sia in Iraq sono ritenuti essere coloro che più di tutti si stanno adoperando per combattere sul campo l’IS e, per questo, hanno avuto il sostegno finanziario, logistico e militare di molti attori esterni, soprattutto occidentali, tra cui la stessa Italia. Nelle aree controllate, i curdi hanno istituito una sorta di governatorato autonomo, chiamato Rojava. La vicinanza dei curdi siriani al PKK turco ha costituito un problema nel momento in cui Ankara, intervenendo con bombardamenti diretti in Siria e Iraq ufficialmente per colpire l’IS, ha duramente colpito anche postazioni curde stesse, rischiando di indebolirne l’efficacia. Secondo un recentissimo rapporto di Amnesty International, comunque, anche i curdi siriani, nel contesto della guerra civile, si sarebbero macchiati di diversi crimini di guerra, tra cui il forzato spopolamento della popolazione araba presente nelle zone sotto il loro controllo e la distruzione di alcuni villaggi nel Nord–Est della Siria.
IS
Il gruppo guidato dal sedicente Califfo Abu Bakr al–Baghdadi è, tra i movimenti anti–Assad, quello che apparentemente ha più nemici, anche all’interno dello stesso fronte delle opposizioni. Con la presa di potere di Mosul, l’autoproclamazione del Califfato e l’espansione verso la Siria, ha di fatto costituito un momento di rottura all’interno delle dinamiche della guerra civile siriana. Nel Nord e nell’Est del paese, fatte salve le roccaforti curde di al–Hasaka, Kobane, Tel–Abyad e Qamishli, l’IS controlla gran parte del territorio abitato, tra cui l’importantissimo snodo di Raqqa, città divenuta la “capitale” del Califfato, e soprattutto, la maggior parte delle risorse petrolifere siriane, presenti nell’area di Deir el–Zor. Ciò permette all’IS in parte di autofinanziarsi e mantenere la propria struttura. Negli ultimi mesi l’avanzata dell’IS si è spinta fino alla conquista di Palmira, altro punto strategico per le vie di comunicazione interne. Nonostante sia la Russia che la Turchia siano intervenute con bombardamenti atti a colpire postazioni dell’IS, questi non sono stati del tutto efficaci, in quanto si sono concentrati rispettivamente soprattutto contro i ribelli anti–Assad nell’Ovest e, dall’altro lato, i curdi. Il rischio è che l’IS, la cui ideologia jihadista globale fa della guerra ad Assad solo un tassello di una strategia regionale ben più ampia, possa giovare delle divisioni interne al fronte anti–Assad per acquisire sempre maggiore influenza e territorio.

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