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Servitù volontaria e liberazione del lavoro

Di Giuseppe Laino    
Egregio signor direttore, mi consenta di esprimere la mia gioia.

Ho appena terminato il suo Dalla servitù volontaria all’illuminismo di massacontenuto nell’ultimo numero di MicroMega. Finalmente si ripropone al dibattito Ètienne de La Boétie, un pensatore che pur avendo ancora molto da dirci è invece ignorato anche dagli addetti ai lavori. Vorrei aggiungere a quanto da lei sostenuto, qualche breve e modesta considerazione da semplice autodidatta quale io sono (ovviamente sarei molto felice se lei mi rispondesse).<

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1 – Mi sono occupato di democrazia fin dai tempi della mia tesi di laurea in filosofia alla statale di Milano, quando in epoca avversa – 1980 – riproposi l’attualità del pensiero di Rosa Luxemburg. Da allora ho sempre continuato a rimuginarci sopra nonostante gli impegni che ho dovuto fronteggiare. Ho fatto, mentre mi occupavo di sindacato e di politica locale, svariati mestieri e per molto tempo l’insegnante di laboratorio di chimica organica. Nel 2009, finalmente in pensione, ho pubblicato, presso Edizioni Clandestine e con postfazione di Mario Agostinelli, un saggio intitolato Luoghi e modi del comune in cui, nel secondo capitolo, tratto La servitù volontaria dei tempi odierni.

2 – Proprio perché “La Boétie è un classico che può essere ri-scoperto solo come pensiero militante” è sempre da ri-utilizzare in un ottica che va oltre lui.

Bene, dunque, capire che “la sinergia di assuefazione, ignoranza, bordelli e miracoli, per quanto strepitosamente efficace nel rendere “i popoli istupiditi e invaghiti” non dissipa il mistero di una servitù avidamente perseguita fino alla “devozione”. Per questa via giungiamo a capire che è solo in un sistema democratico che “non vi può essere, per definizione, altra servitù che non sia volontaria.”

Ma non arriviamo alle “fibre più strutturali” della politica, né superiamo la pur “acuminata osservazione psicologica” se affermiamo che “la “democrazia” della tirannide svela il mistero della tirannia.” Si può solo arrivare, cosa sicuramente non di poco conto, ad una critica del privilegio, allo smascheramento dell’azione esercitata dai media, e persino ad un auspicabile recupero di sovranità attraverso la rottura del monopolio della “politica come professione”.

3 – Il livello strutturale, ciò che sta dietro e sorregge la politica, è il lavoro. Fin quando si idolatrerà il lavoro per quello che oggi è, non si potrà capire l’esistenza di una servitù spinta sino alla devozione. Fino quando non si smetterà di conservare una nozione astratta di lavoro non si potrà cogliere la differenza fra ciò che il lavoro dovrebbe o potrebbe essere (ad esempio quello dei tanti “liberi produttori”) e quello che, in una forma storicamente data, è.

Qualche anno fa si sarebbe detto che il proletariato si libererà quando riuscirà a rompere le catene del lavoro salariato. Quando, cioè, sarà divenuto altro rispetto a ciò che oggi è.

Una critica serrata alla forma storicamente data di lavoro che caratterizza il nostro instabile e per fortuna non eterno modo di produzione – il lavoro salariato – ci condurrebbe alla consapevolezza che è attraverso la coercizione al lavoro che è passata finora ogni forma di sudditanza. Spiegherebbe la servitù volontaria oggi dilagante e come sia impensabile sperare di trasformare dei sudditi in cittadini solo svelando loro questa miserabile condizione. Non ce n’è affatto bisogno: essi non solo la conoscono ma la scelgono. Si capirebbe che a cambiare il mondo servono pratiche diverse come quelle invocate da John Holooway, nel suoCambiare il mondo senza prendere il potere quando afferma che “Il capitalismo non esiste perché fu creato cento o duecento anni fa, ma perché noi lo creiamo”.

4 – Se sottoponessimo a serrata critica il lavoro salariato, forse potremmo anche vedere che l’altissima produttività oggi raggiunta, in sinergia con i raggiunti limiti di un pianeta divenuto sempre più piccolo, sta in effetti producendo un soggetto nuovo. Non si tratta di invocare Nostradamus, ma di vedere quel che accade.

La società capitalistica nacque quando a milioni di individui espulsi dalle campagne si regalò la libertà di morire di fame o di vendere il loro corpo e la loro forza all’interno di opifici. Oggi milioni di persone in tutto il mondo sono espulse dai mercati perché non solvibili. Sono i migranti che spostano corpi e conoscenze. Sono i popoli ai margini del cosiddetto mondo sviluppato; sono i precari, i senza lavoro e in non garantiti che ci vivono accanto. I loro corpi e la loro forza (non solo fisica) sono a disposizione. Quando le forme di collaborazione fra questi due elementi diventeranno meno occasionali, quando insieme produrranno una pratica e una teoria forte, forse il mondo sarà diverso


Fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/etienne-de-la-boetie-e-la-servitu-volontaria-ai-tempi-del-lavoro-salariato/

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