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Selfie col morto… nuova moda di una umanità malata!

La foto dell'articolo sul New York Times

La foto dell’articolo sul New York Times
 Di Massimo Rodolfi
Lunedì scorso, il 23 giugno del 2014, mi stavo imbarcando su di un volo della Lufthansa, in partenza da Francoforte per Oslo. Nell’organizzatissimo scalo tedesco, strano a dirsi, di fianco al banco del gate d’imbarco, c’era un fornitissimo scaffale, pieno di quotidiani di varie nazioni, esclusa l’Italia, ovviamente.
Bé, mi dico, dai che così faccio un po’ pratica d’inglese, e via che mi prendo una copia dell’International New York Times, e procedo con l’imbarco. Appena salito a bordo, apro il mio giornale ed ecco che, tra un fondo su Cameron contro Bruxelles, e una foto a mezza pagina dell’Armata del Mahdi in Iraq, ecco che distrattamente vedo una foto che attira la mia attenzione.
Sulle prime fatico a comprendere, ma c’è qualcosa che non mi torna, poi leggo e rileggo il titolo Rite of the sitting dead: Poses mimic life, e alla fine, agghiacciato comprendo, è la foto di una famigliola che si fa riprendere, si fa il selfie, assieme ad un suo congiunto appena deceduto, vestito da pugile sul ring. In un fumetto si direbbe: Gasp!!
Allora leggo l’articolo, e scopro che c’è questa Funeral Home di New Orleans, che organizza servizi funebri, nei quali il defunto è vestito e posizionato su richiesta, in una posa a lui cara, o cara ai suoi congiunti, che poi si fanno anche fotografare assieme alla salma, così ‘confezionata’.
Continuando l’articolo si scopre che questa macabra abitudine va avanti almeno dal 1984, dal funerale di un certo William Stokes jr di Chicago. Inoltre, pare che anche a San Juan di Portorico, questa moda abbia preso piede.
Ecco quindi che abbiamo la casalinga che si fa ritrarre da morta tra i fornelli, quell’altra che si fa posizionare, così come ha passato gran parte della sua vita, con una lattina della sua birra preferita in una mano e la sigaretta al mentolo nell’altra. Per finire magari con quello che si fa ritrarre vestito da Che Guevara, col sigaro in mano e seduto all’indiana.
Capisco che la morte abbia sempre suscitato nell’essere umano sentimenti contrastanti e paure, ma credo che questa moda sia un altro bel segno dei tempi. Di tempi in cui la nostra umanità è andata a farsi fottere da un pezzo.
Ognuno, ovviamente, è libero di comportarsi e di pensare, nella propria vita, e nella propria morte, quello che vuole, ma anch’io… e io penso che dovremmo riavvicinarci a noi stessi, affrontando la nostra umanità per quello che è, una bellissima transizione, su di un pianeta che sarebbe bellissimo, se noi non lo distruggessimo.
Penso anche che la morte sia solo un’illusione, anche se ovviamente, non posso pretendere che lo pensino tutti, però, ragazzi, un po’ di equilibrio anche nei confronti di questo passaggio ci vorrebbe.
Mia nonna, che non era nota per la sua fede religiosa, amava comunque, saggiamente, ripetere che morire è un lavoro che vuol fatto, prima o dopo. Ovviamente, quelli che si staranno toccando, proprio in questo momento, penseranno ‘meglio dopo’, ma per dirla con Epicuro: ‘Quando c’è la morte non ci siamo noi, e quando ci siamo noi non c’è la morte’.
Se volete saperne di più andate all’articolo on line del New York Times

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