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Schiavitù moderne sui campi, per una manciata di euro al giorno



Di Monica Serra

“Meglio pochi soldi, maledettissimi e subito”. A parlare è Giovanna. Ha più di 60 anni e da oltre 40 lavora nei campi pugliesi. Sei, sette, quando è necessario anche dieci ore al giorno. Se non piove, in inverno, con la raccolta di arance e mandarini, si inizia alle 7 del mattino; in estate, coi pomodori, le melanzane e i peperoni, alle 5.


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E sono fortunata, perché sono in regola – dice – e sono arrivata alla pensione. Tante altre donne non so se ce la faranno”.
Giovanna ha la pelle bruciata dal sole e le mani consumate. Ma negli occhi si scorge il piglio di una donna del Sud, forte e instancabile, che ha dovuto arrabattarsi come meglio ha potuto, ma è riuscita sempre a cavarsela.
Il suo contratto viene rinnovato ogni tre mesi. È regolare, con buste paga giornaliere a norma. Nero su bianco è scritto che lavora 6 ore e 40 al giorno per un netto di oltre 50 euro. “Si, sulla carta – sorride – in realtà devo lavorare almeno tre giorni per arrivare a quella cifra”.
Di fatto le vengono pagate 3 euro all’ora, più i contributi. Senza i contributi sono 4 euro e 40. Ferie non esistono, malattia si: paga l’Inps. “Il lavoro è duro, ma c’è sempre, estate e inverno. Se hai bisogno lo fai. Ho visto gente di tutte le età venire in campagna, ragazze minorenni e uomini anziani. Gli uomini fanno lavori più duri ma vengono pagati meglio. Arrivano a prendere 40 euro al giorno. A noi spetta la raccolta. Loro lavorano coi trattori e si occupano di mansioni in cui serve più forza e prestanza fisica”.
Anche sui campi c’è differenza tra uomo e donna, ed è così da sempre. Nessuno ha mai formulato delle obiezioni. La cosa che accomuna tutti, uomini e donne, è il giorno del pagamento del salario, una volta a settimana. “Puoi prendere anche 200 euro in un solo colpo, se sei fortunata e hai potuto lavorare sodo, ma non è sempre così: dipende dal tempo (se piove la raccolta si ferma, ndr) e da quanto lavoro c’è da fare. Tante volte sono meno di 100 e ci devi campare 8 giorni, tu e la famiglia”, spiega.
Certo, il valore del salario si è ridotto col passaggio all’euro: “Se prima ti davano 6mila lire, ora danno 3 euro”, spiega.
Ma poi i prodotti vengono venduti, e rivenduti, in una filiera che stabilisce prezzi praticamente raddoppiati, quando arrivano sulle nostre tavole.
“Devo lavorare per forza”, spiega Chiara. Lei è più giovane, 42 anni e ha due figlie da crescere. Il marito se n’è andato da tempo. “Le mie figlie non vedranno mai la terra, gliel’ho promesso. Ma devono studiare, e mandarle a scuola costa”. “Almeno ora non pago il passaggio per arrivare al campo, prima c’era il “caporalato” – afferma – e il trasporto sul pulmino mi costava più di quanto percepivo”.
“Mi pagano con assegni regolari che corrispondono a quanto dovrei percepire sulla base della cifra scritta in busta paga. Io devo cambiarli e restituire ai titolari la differenza tra quello che mi hanno dato e la cifra che mi spetta”. Tre euro all’ora, anche a lei, qualche spicciolo in più se non vuole che le vengano corrisposti i contributi.
Giovanna e Chiara (nomi di fantasia per tutelare l’identità delle signore intervistate) sono solo due delle 40mila braccianti pugliesi sfruttate ogni giorno.
Tra loro c’era anche Paola, 49 anni e tre figli, di San Giorgio Jonico, nel Tarantino. Lei però è stata meno fortunata di tante altre. Il suo cuore ha smesso di battere in un lunedì come gli altri, il 13 luglio scorso, sotto un tendone per l’acinellatura dell’uva, nelle campagne di Andria, in contrada Zagaria.
E la sua fine, venuta fuori solo a distanza di venti giorni, ha scoperchiato una triste realtà: a morire nelle campagne pugliesi non sono solo i braccianti africani.
Due nel giro pochi giorni, tanto da far sorgere il dubbio che in questi anni non siano stati gli unici.
Zaccaria, tunisino di 52 anni, residente a Fasano e da trent’anni bracciante in Puglia, è stato stroncato da un infarto il 5 agosto scorso sul luogo di lavoro: un magazzino ortofrutticolo di Polignano a Mare, nel Barese, specializzato nell’esportazione di uva. Ha lasciato la moglie e quattro figli.
Mohamed, sudanese di 47 anni, è morto per arresto cardiaco, mentre lavorava sotto al sole in un campo di pomodori a Nardò, in provincia di Lecce. In questo caso la procura di Lecce ha deciso di aprire un fascicolo, ipotizzando l’accusa di omicidio colposo nei confronti del presunto caporale, della responsabile dell’azienda, e di suo marito, già arrestato nel 2012, nel corso dell’operazione “Sabr”, per sfruttamento e riduzione in schiavitù.
L’inchiesta (che prende il nome da “Saber”, un caporale tunisino che aveva in pugno decine di braccianti) è stata coordinata dal pm Elsa Valeria Mignone, e condotta dai Ros, alla guida del colonnello Paolo Vincenzoni. Con 22 indagati e 16 arrestati, accusati a vario titolo di associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falso materiale in atto pubblico e in atto privato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, l’indagine ha reso pubblico l’articolato sistema di sfruttamento sui campi, fino ad allora denunciato solo da qualche inchiesta giornalistica.
Peccato che il processo nato da quell’operazione sia ancora in corso. Intanto però, conclusi i termini per la custodia cautelare preventiva, gli arrestati sono tornati in libertà tutti: italiani e stranieri, imprenditori e caporali. Nelle stesse aziende, negli stessi campi, ad organizzare il lavoro con le stesse regole finite al vaglio dei giudici della Corte d’Assise di Lecce.

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