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SAN MARINO INDIPENDENTE NELLA “NUOVA GUERRA FREDDA”


Di Giuseppe Cappelluti

San Marino è il terzo Stato più piccolo d’Europa, dopo il Vaticano e il Principato di Monaco, e il quinto a livello mondiale. La sua estensione territoriale, pari a poco più di 61 chilometri quadrati, è paragonabile a quella di un comune italiano di dimensioni medio-piccole: a titolo di confronto, si pensi che la Provincia di Trieste, la più piccola d’Italia, ha un’estensione di 212,51 chilometri quadrati, mentre il Comune di Milano raggiunge i 181,67 km². 



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Il primo riconoscimento ufficiale di San Marino è avvenuto nel 1291, ma la sua indipendenza, secondo la tradizione, risalirebbe al lontano 366, anno in cui San Marino, fondatore di quella comunità sul Monte Titano che avrebbe costituito il primo nucleo della Serenissima Repubblica, in punto di morte avrebbe riunito i suoi discepoli dicendo loro: “Vi lascio liberi da entrambi gli uomini”. Questa frase, in seguito, avrebbe costituito la base legale del riconoscimento diplomatico della Repubblica del Titano da parte dello Stato Pontificio, il primo della sua storia pluricentenaria; e, sebbene siano stati successivamente espressi forti dubbi sulla loro effettiva pronunciai, la legittimità dell’indipendenza della Repubblica non è mai stata realmente messa in discussione.

Sono in tanti a conoscere il pittoresco centro storico di San Marino, nel 2008 riconosciuto dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità, e le sue emissioni numismatiche e filateliche sono molto apprezzate dai collezionisti, ma la sua storia, e in particolare la sua vita politica, sono praticamente sconosciuti a nord di Rimini e a sud di Pesaro. Il peso di San Marino nella politica internazionale è quasi nullo, e la Repubblica non è mai sembrata particolarmente interessata ad accrescere la propria potenza. Pur avendo un esercito, il Paese non aderisce a nessun’alleanza militare, e l’ultimo conflitto che ha visto la partecipazione delle forze armate del Titano è stata la Guerra Sammarinese del 1460-63, al termine della quale il piccolo Stato ha raggiunto le sue dimensioni attuali. La politica estera di San Marino è stata quasi sempre orientata alla preservazione della propria indipendenza e al mantenimento di una certa autonomia nell’agire politico; questo, assieme al forte orgoglio patriottico della sua popolazione, contribuisce a spiegare come mai un Paese dalle dimensioni così ridotte possa vantare (almeno) sette secoli di storia, un miraggio per Stati anche molto più grandi e potenti. Si noti che si sono risolte in un fallimento entrambe le occupazioni a cui è stata soggetta la Repubblica del Titano, la prima ad opera del Duca di Romagna Cesare Borgia (il celebre Duca Valentino) agli inizi del Cinquecento, la seconda messa in atto dal Cardinale Giulio Alberoni, che nel 1739 cercò di annettere il territorio allo Stato Pontificio.

Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno: la natura dell’indipendenza di San Marino è stata spesso “finlandese”, come dimostrato da quanto avvenuto dopo l’Unità d’Italia. Nel 1849, a seguito del fallimento della Repubblica Romana, Giuseppe Garibaldi e i suoi uomini trovarono rifugio a Borgo Maggiore, ai piedi del Titano, e in cambio garantirono alla Repubblica il rispetto della sua indipendenza e supporto in caso di invasioni. Questo, probabilmente, ha avuto un ruolo determinante nel tracciare l’atteggiamento dello Stato Italiano verso San Marino, al punto che neanche i più esagitati tra gl’irredentisti hanno visto la Repubblica alla stregua di Trieste o Fiume; ma, malgrado ciò, l’influenza (e le ingerenze) da parte di Roma negli affari interni di San Marino non è mai venuta a mancare. Dal 1923 al 1943, al pari dell’Italia, anche il Titano fu retto da un regime fascista, e nel 1944, malgrado la sua neutralità, la Repubblica fu bersaglio di un bombardamento alleato. Nel Secondo Dopoguerra, e nello specifico tra il 1945 e il 1957, San Marino fu guidata da una serie di governi social-comunisti che vararono importanti riforme sociali e instaurarono rapporti amichevoli con l’Unione Sovietica, ma questa stagione sarebbe terminata bruscamente con la più grave ingerenza italiana negli affari sammarinesi della storia della piccola Repubblica.

Il contesto è quello dei Fatti di Rovereta, uno degli episodi chiave della storia contemporanea di San Marino e allo stesso tempo uno dei più controversi. La storia ufficiale parla di una maggioranza social-comunista che nel febbraio del 1957 smise di essere maggioranza, con la fuoriuscita di cinque consiglieri socialisti contrari al mantenimento dell’alleanza col PCS. Per alcuni mesi l’opposizione e la compagine governativa poterono contare ciascuna su 30 consiglieri, e, sebbene all’inizio i cinque dissidenti mantenessero una posizione intermedia, per il Titano la vita iniziò a farsi sempre più difficile. A settembre, poi, la fuoriuscita del comunista Attilio Giannini portò a un definitivo ribaltamento dei rapporti di forza, e questo proprio alla vigilia dell’elezione dei due nuovi Capitani Reggenti (le massime autorità della Repubblica). La nuova maggioranza cercò di dar vita a un nuovo governo, ma venne bloccata dalle lettere di dimissioni di trentaquattro consiglieri social-comunisti – firmate con la data in bianco al momento della loro elezione, a garanzia del rispetto delle direttive dei rispettivi partiti – e ciò spinse i Capitani Reggenti al potere, legati alla vecchia compagine governativa, a proclamare le elezioni anticipate. A questo punto, però, ci fu la reazione dell’opposizione divenuta maggioranza, che la sera del 30 settembre occupò un capannone abbandonato a Rovereta, nei pressi del confine italiano, e proclamò la nascita di un governo provvisorio, prontamente riconosciuto da Roma. Seguirono due settimane di grande tensione, con i sostenitori dei due governi che si dotarono di milizie armate; l’impasse fu superata solo col passo indietro della Reggenza, che acconsentì all’insediamento sul Titano del governo di Rovereta.
Dietro questa storia, già di per sé magmatica, ce n’è una ancora più torbida, fatta di corruzione e intrighi internazionali, che solo di recente ha iniziato a vedere la luce. Il golpe di Rovereta fu preceduto da mesi di febbrile attività diplomatica, durante la quale i futuri golpisti si assicurarono il sostegno degli Stati Uniti nel loro tentativo di dar vita a un governo privo dell’elemento comunistaii. Ancor più efficace fu però l’azione del governo italiano, alleato di quello USA e a guida democristiana, che mal tollerava la presenza di un’enclave rossa all’interno dei propri confini, peraltro incastonata in quelle che durante la Prima Repubblica erano le “Regioni rosse” (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche settentrionali). La sua azione, che combinava pressioni economiche, sostegni finanziari e logistici all’opposizione e tangenti ai membri della maggioranza (Giannini, ad esempio, fu convinto a passare dall’altra parte con una casa, un lavoro e tre fucili da cacciaiii) ebbe un ruolo determinante nel porre fine all’esperienza del socialismo in salsa sammarinese. In ogni caso, i fatti di Rovereta dimostrano i limiti a cui è sottoposta l’indipendenza di un piccolo Paese, specie se interamente racchiuso nel territorio di un altro Stato e privo di sbocchi sul mare, a maggior ragione in un contesto di forti tensioni internazionali.
Rovereta, per fortuna, appartiene a un’epoca storica ormai superata, e la transizione verso un sistema internazionale multipolare impone un passaggio dalla logica del bianco e nero a quella delle sfumature di grigio. L’Iran non è più il Grande Satana degli Stati Uniti, mentre il “sultano” Erdoğan non è propriamente il più affidabile degli alleati di Washington. Eppure, in un mondo in cui i retaggi storici hanno il loro peso e dove una piena multipolarità resta una meta lontana, la logica del “chi non è con noi è contro di noi” tipica della Guerra Fredda è ancora molto lontana dal soccombere, come dimostrano la crisi ucraina e il connesso clima di tensione tra Russia e Occidente. La “nuova Guerra Fredda” non è la Guerra Fredda, ma per San Marino, interamente circondato dall’Italia e legato a quest’ultima da un’unione doganale e monetaria (cosa che implica, da parte del Titano, l’adozione dell’euro e della politica doganale comunitariaiv) l’assunzione di una politica estera filorussa e magari apertamente antiatlantista sarebbe inconcepibile. Almeno nel prossimo futuro, quindi, è alquanto improbabile che San Marino firmi un accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica o riconosca la Crimea come territorio russo.
Ciò, comunque, non implica che la Repubblica del Titano sia del tutto priva di spazi di autonomia, come è emerso proprio nel corso della crisi ucraina. Il 18 marzo del 2014, in occasione del referendum in Crimea, il Segretario di Stato per gli Affari Esteri Pasquale Valentini ha emesso un comunicato con cui esprimeva “disappunto” per il referendum in Crimea, affermando che lo stesso avveniva “in violazione della sovranità e dell’integrità territoriale ucraina” e legittimava un intervento militare da parte della Russiav. Ma, nella prassi, il governo sammarinese non è mai andato oltre. San Marino, infatti, non ha adottato le sanzioni europee contro la Russia, né ha preso posizione sulla Guerra nel Donbass, limitandosi ad auspicare un esito pacifico della crisi in corso, né infine ha adottato misure anti-aggiramento come ha fatto la Svizzera, le cui sanzioni prevedono l’obbligo di autorizzazione per i prestiti a lungo termine ai cinque istituti di credito russo a partecipazione statale, peraltro rilasciata solo se “l’aumento di capitale previsto non supera il valore nominale medio degli strumenti finanziari detenuti dal richiedente negli ultimi tre anni”, con una deroga per i rifinanziamentivi. Ad applicarsi, di default, sono quindi solo le sanzioni che prevedono il divieto di transazioni finanziarie in dollari o in euro. Di conseguenza, per il Titano, le opportunità sono tutt’altro che assenti.
Bisogna tuttavia premettere che per San Marino le tensioni tra Russia e Occidente non sono propriamente una buona notizia. A pagarne le spese è soprattutto il turismo, da sempre una delle maggiori voci della sua economia. Negli anni Duemila, al pari della vicina Romagna, anche San Marino ha iniziato a puntare molto sul mercato russo e a quello dei Paesi ex-sovietici. Il momento era estremamente favorevole, visti la congiuntura tra l’andamento positivo dell’economia russa, il progressivo rafforzamento dei rapporti tra la Russia e i principali Paesi europei (tra cui l’Italia) e la ben nota passione per il Bel Paese dei Russi e in generale dei cittadini ex-sovietici, e gli investimenti non hanno tardato a dare frutti. Oggi circa il 10% dei due milioni di turisti che ogni anno visitano San Marino viene dalla terra di Tolstoj, e per chi cerca lavoro nel turismo o nell’indotto la conoscenza della lingua di Puškin è ormai preferita a quella dell’idioma di Goethe, malgrado la Germania sia stata per anni la principale fucina di turisti stranieri della regione. Ciò ha dato vita anche a un indotto di servizi specializzati per turisti russi e a flussi di lavoratori, stagionali e non, dalla Russia e dagli altri Paesi ex-sovietici, al punto che oggi, per le strade di San Marino, non è strano imbattersi in camerieri o in commessi di madrelingua russa.

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