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Sacrificio umano, forma suprema della “magia nera”



Di Francesco Lamendola

Abbiamo, nell’articolo Quando gli archeologi scherzano col fuoco, ricordato come i relitti psichici di persone decedute per morte violenta costituiscano un terribile pericolo per il mondo dei vivi, costituendo una delle vie privilegiate per le quali si verifica l’intrusione delle forze infere il cui scopo è sottrarsi alla dispersione per ‘assorbire’ il mondo dei viventi nel proprio sforzo di materializzazione.




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 I campi di battaglia delle due guerre mondiali, letteralmente saturi di queste scorie psichiche altamente negative – cariche dell’angoscia, della sofferenza, dell’odio disperato con i quali centinaia di migliaia di esseri viventi affrontarono l’evento della morte fisica – ne sono l’esempio più clamoroso. Un altro caso, anch’esso già ricordato, è quello de grandi macelli bovini e suini, dove milioni di animali vengono uccisi, spesso con particolare crudeltà, rilasciando sia nelle carni di cui poi ci nutriamo, sia nell’ambiente circostante, energie vibrazionali estremamente distruttive, poiché il terrore e la sofferenza degli animali non sono, qualitativamente, meno intensi e devastanti di quelli degli umani.

Vi è poi un’altra maniera in cui coloro che si sono votati al trionfo delle forze infere cercano di aprire ad esse un varco per invadere il nostro piano di realtà: il sacrificio rituale di esseri umani, il culmine di tutte le operazioni di magia nera e anche, ovviamente, di quelle religioni che praticavano tali riti (ad es., quella degli Aztechi) per ingraziarsi le loro divinità. Lo spettacolo offeerto da quei sinistri officianti mentre si accingevano a delle vere e proprie orge di sacrifici umani, doveva essere semplicemente spaventoso. Scrive lo storico delle religioni Camillo Crielli (in Tacchi-Venturi, Storia delle religioni, Torino, UTET, 1944, vol. 1, pp. 129-130):
“[in Messico] il sacrifizio si faceva sopra una pietra chiamata techcatl, alta un metro, in forma di piramide o di trono troncato, nella parte superiore con superficie abbastanza larga per poter ivi appoggiare il dorso, in modo che le gambe, le braccia e la testa rimanessero penzoloni, e il petto fosse sporgente. Stava nella parte più alta del tempio, o teocalli, e talvolta vi erano quattro o cinque pietre, secondo il numero delle vittime da sacrificarsi. I sacerdoti, chiamati Chachalmechi, erano sei per ogni vittima, cinque per tenere le braccia, le gambe e il colo, il sesto era il sacrificatore. Costoro avevano il corpo ed il viso dipinti di nero, una linea bianca circondava la loro bocca e un nastro di cuoio fasciava i loro lunghi capelli. Indossavano una specie di dalmatica a strisce o macchie bianche e nere. Preparata la vittima con le cerimonie rituali, e fattala salire su fino alla cima o ultimo pianerottolo del teocalli, quattro di quei sacerdoti l’afferravano per le gambe e per le braccia e la stendevano sul techcatl, il quinto le gettava subito al collo un anello di legno per impedire che rialzasse la testa, e il sesto, il sacrificatore, dopo fatta l’orazione rituale, armato di un acuto coltello di tecpatl, specie di pietra focaia, con un solo colpo la feriva nel peto, metteva la mano nella ferita, ne strappava il cuore, l’offriva ancor palpitante al sole e lo gettava ai piedi di Huitzilopoztli.
“Finito il sacrifizio, i cuori delle vittime erano bruciati o mangiati dai sacerdoti, o conservati per qualche tempo: col sangue si ungevano le labbra degli idoli e le pareti del tempio. Il cadavere era gettato giù per i gradini del tempio, che (…) aveva la forma di piramide. Il padrone ella vittima veniva coi suoi amici a prenderne il cadavere che veniva portato via e poi tagliato a pezzi. La testa era inviata ai sacerdoti e conservata nel Tzompantli, casa dei teschi; di questo lugubre luogo parlano i compagni di Cortes, che videro il macabro museo; le viscere erano abbandonate ai cani, e le altre parti del corpo , cotte con mais, servivano per celebrare il banchetto sacro. Il padrone della vittima non poteva mangiare di quella carne, per essere considerata come sua propria; poteva invece mangiare la carne di altri prigionieri o i altre vittime sacrificate.”
Anche le antiche civiltà dell’area mediterranea praticavano il sacrificio rituale, anche se – salvo casi eccezionali – non con la sistematicità e l’efferatezza degli Aztechi. Mano a mano, però, che le religioni evolvevano verso forme meno rozzamente antropomorfiche , le leggi finirono per abolirli ed essi ripiegarono nelle tenebre della magia nera, ove continuarono – e continuano – ad essere praticati clandestinamente.
Il porta Orazio, sd esempio, nel quinto dei suoi Epodi,descrive con dovizia di particolari il sacrificio rituale di un fanciullo, operato da alcune “streghe” che lo seppelliscono nella terra fino al mento per lasciarlo morire d’inedia e, poi, preparare un filtro d’amore con le sue viscere, e più precisamente con le midolla ed il fegato, mescolati ad altri ingredienti animali e vegetali.
Dapprima il bambino, che forse era stato narcotizzato dopo essere stato rapito, si guarda attorno incredulo e tenta di impietosire le megere con le sue suppliche strazianti (traduzione di Mario Ramous, in: Orazio, Odi ed Epodi,Milano, Garzanti, 1992, p. 300 sgg.):




….
Le ultime parole del fanciullo sono particolarmente interessanti perché ci rivelano la credenza che gli spiriti di coloro che vengono uccisi ingiustamente e crudelmente si trasformeranno in demoni persecutori dei loro assassini. È un tema ben noto anche alle culture dell’Estremo Oriente;lo scrittore anglo-americano Lafcadio Hearn, naturalizzatosi giapponese, nei racconti di Kwaidan descrive appunto le tecniche per ‘dirottare’ la carica energetica negativa di un condannato a morte, affinché essa non si rivolga contro il suo uccisore. (Così come un altro scrittore americano, H. P. Lovecraft, nel racconto L’orrore sotto il tumulo descrive l’azione vendicativa dello spirito di uno stregone presso un’antica sepoltura indiana).
Dicevamo che la pratica del sacrificio rituale è ancor oggi in uso negli ambienti della magia nera così come lo è stata, fino a tempi recenti, nelle forme degradate di bassa religiosità. I seguaci della setta dei Thugs, nell’India di metà Ottocento, si resero responsabili dell’assassinio rituale di molte migliaia di viandanti e pacifici mercanti, sacrificati in onore della dea Kali; e forse, in certi ambienti della diaspora giudaica, si praticò l’infanticidio rituale di cristiani, come il caso assai noto di Trento, del 1475 farebbe pensare (martirio del beato Simonino). Recentemente si è occupato di questo tema Ariel Toaff nel suo libro Pasque di sangue (ed Il Mulino, 207)che ha suscitato – come è noto- un autentico vespaio, non tanto per l’ipotesi di lavoro che esso suggeriva – l’ipotesi di lavoro che alcune comunità giudaiche d’Europa praticassero, di quando in quando, simili sacrifici, quanto per le implicazioni generali sul versante dell’antisemitismo. Non è questa la sede per approfondire la questione. Quel che è certo è che a tutt’oggi le sette sataniche vedono nel sacrificio cruento, di animali ma anche di esseri umani, la forma privilegiata di comunicazione con le forze infere e, più precisamente, la tecnica per spalancare le porte ad esse investendo la persona dello stregone delle energie psichiche che si sprigionano dalla vittima al momento dell’immolazione. Le vittime più ricercate, da questo punto di vista, sono i bambini, perché da essi sprigionerebbe una energia vitale particolarmente intensa.
Sono piuttosto note le tesi di David Icke, secondo il quale decine di migliaia di bambini (e, in misura minore, di adulti) verrebbero uccisi ogni anno nel corso di rituali di magia nera praticati da sette di satanisti sparse in tutto il mondo e che godrebbero di potentissime protezioni ad alto livello, specialmente negli Stati Uniti d’America. È probabile che vi siano enormi esagerazioni nelle tesi e nelle stime di Icke; tuttavia, non ci sentiremmo di sottovalutare la gravità del fenomeno. Ogni anno scompaiono molte migliaia di bambini, sia in occidente che nei paesi del Sud della Terra, solo una parte dei quali vengono poi ritrovati. A parte l’infame traffico di organi per l’industria dei trapianti clandestini e il traffico, altrettanto infame, di gruppi di pedofili organizzati, è possibile che una parte delle persone scomparse cadano vittime di sette sataniche che hanno bisogno, come i sacerdoti aztechi dell’antico Messico, di vittime umane da sacrificare nel corso delle loro cerimonie. Si tratta di problemi estremamente sgradevoli, davanti ai quali la reazione istintiva è quella di arretrare inorriditi e di non voler sapere. Tuttavia, sporadicamente qualche cosa trapela: come nel caso di quelle cittadine lungo il Rio Grande, al confine tra Messico e Stati Uniti, ove recenti fatti cronaca hanno richiamato l’attenzione dei mass-media sull’estensione del fenomeno delle sette sataniche dedite ai sacrifici umani, e sulla rete capillare di incredibili complicità che permettono loro di agire praticamente indisturbate per lunghi periodi di tempo.
Questi ‘asceti del male’, come li chiamano Guénon ed Evola, hanno messo le loro energie e i loro averi al servizio di una causa che è satanismo allo stato puro: favorire l’invasione del mondo da parte delle forze del Male e preparare le condizioni per l’instaurazione di un ‘nuovo odine’ demoniaco. Nemmeno il marchese De Sade, con tutta la sua sbrigliata fantasia di omicidi, perversioni sessuali e profanazioni d’ogni genere, aveva osato spingersi a tanto; anzi i suoi romanzi appaiono, al confronto, poco più che delle esercitazioni puerili e rozzamente artigianali. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11276

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