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Riviste,radio, musica rap: la propaganda culturale dell’ISIS

Che l’ISIS sia molto più brava delle precedenti organizzazioni estremiste a sfruttare meccanismi e strumenti della rete è ormai cosa nota. Il Califfato è in grado di diffondersi attraverso Twitter, Facebook, WhatsApp, Telegram, Vimeo, Diaspora, JustPaste.it e centinaia di altri canali online, può pubblicare banner che incitano al martirio e alla ribellione e può modificare videogiochi a tema bellico per inscenare scontri contro le forze siriane o americane. Ha insomma dimostrato ottime competenze nello sfruttare ogni possibile via di comunicazione per irrompere nel normale flusso di news con video, comunicati e immagini.
Alle spalle di questa raffinata strategia sembra avere un ruolo sempre più fondamentale un vero e proprio centro media, nato con l’obiettivo di curare gli interessi dell’IS: Al Hayat Media Center. Una delle sue principali figure sarebbe Abu Talha Al Almani, un ex rapper tedesco, conosciuto col nome di Deso Dogg, che ha abbandonato l’Europa per arruolarsi nell’ISIS ed è stato ferito due volte in Siria prima di dedicarsi al settore della propaganda e che è che stato infine ucciso da un drone americano il mese scorso.
Nella sua opera di propaganda, Al Hayat è affiancato da altre organizzazioni: l’Al Furqan Institute for Media ProductionAl I’tisam Media Foundation e la Ajnad Media Foundation.

L’Al Hayat Media Center gestisce il flusso di materiale audiovisivo del Califfato ed è pensata per raggiungere un pubblico soprattutto europeo e giovane.

Al Furqan è l’agenzia più radicata e diffusa sul territorio, fu fondata nel 2006 ed è attualmente la voce ufficiale dell’ISIS e il mezzo di diffusione dei suoi principali contributi filmati. Il primo video del sermone di Al Baghdadi fu divulgato per la prima volta proprio da Al Furqan.
Al I’tisam è un’agenzia più piccola, anch’essa si occupa prevalentemente di filmati e azioni di guerra.
Ajnad Media Foundation è invece quasi esclusivamente dedicata ai contributi audio, alle canzoni e ai nasheed, ovvero i canti tipici della tradizione islamica—La Ajnad Media Foundation è una vera e propria casa discografica che avrebbe prodotto “il brano più influente del 2014” ovvero il nasheed “My Ummah, Dawn Has Appeared”, che è diventato di fatto l’inno nazionale per il Califfato e ha contribuito a creare una identità sonora da utilizzare nei video di propaganda.
Di queste quattro realtà, la più interessante è senza dubbio l’Al Hayat Media Center. Non è l’agenzia ufficiale, ma gestisce il flusso di materiale audiovisivo del Califfato edè pensata per raggiungere un pubblico soprattutto europeo e giovane. A lei si deve l’utilizzo raffinato di effetti speciali, telecamere in HD, un servizio di traduzione multilingua per raggiungere tutti gli islamici che non parlano fluentemente l’arabo e la creazione di Mujatweets, un format video con cui vengono documentate le vittorie militari e i piani politici dell’organizzazione.
Una pagina dall’ultimo numero di Dabiq. via Jihadology
Dal punto di vista occidentale la più sconcertante creazione di Al Hayat Media Center è senza dubbio Dabiq, una rivista patinata, impaginata in maniera professionale e ricca di immagini di altissima qualità e che potrebbe tranquillamente confondersi tra i magazine di moda in un’edicola europea. Al suo interno possiamo trovare articoli di politica estera, resoconti dal fronte, una classifica dei video più visti su YouTube, storie di guerriglieri illustri, invettive contro i crociati europei e lezioni di comportamento per le truppe. Ogni tanto si possono leggere anche articoli che portano la firma di John Cantile, il giornalista rapito nel 2012 insieme a James Foley.La rivista è facilmente reperibile in rete, così che possa essere stampata e fatta circolare liberamente. L’ultimo numero è ovviamente dedicato ai fatti di Parigi.
Non manca l’attenzione per i media più tradizionali, oltre alle radio già presenti nella zona prima dell’insediamento di Al Baghdadi, nel 2014 l’ISIS ha istituito una nuova stazione locale nella sua roccaforte di Raqqa che trasmette sui 99.9 FM. Esperimento prontamente replicato in altre province controllate dai guerriglieri. Quest’anno è nato anche un canale televisivo, Khilafa Live, che trasmette news 24 su 24, interrotte ogni tanto da servizi giornalistici e approfondimenti in arabo e inglese. Localmente sono presenti anche emittenti più piccole, che trasmettono preghiere, video presi da YouTube e sermoni.
Una copertina di Dabiq. via Dabiq
La musica del califfato non è composta solamente da nasheed e canti tradizionali, ma come molte forme di rivolta contro la società ha trovato sfogo nell’hip hop. Oltre a Deso Dogg, sono molti i rapper che scrivono e pubblicano testi inneggianti al jihad e che spesso finiscono con l’arruolarsi nelle fila dell’ISIS. Uno dei brani più noti del rap di matrice jihadista è senza dubbio ‘Dirty Kuffar‘, prodotto nel 2004 dal rapper islamico di origini britanniche Sheikh Terra e dalla Soul Salah Crew. Omar Hammami era invece un rapper americano, che dopo un paio di brani dai titoli abbastanza esplicativi come ‘Make Jihad with me‘, nel 2006 si è arruolato nelle fila di Al Shabab col nome di Abu Mansoor Al-Amriki per poi venire ucciso dai suoi stessi compagni d’arme.

Un inserto da Dabiq. via Wired
Ci sarebbe anche il rapper britannico L Jinny, un estremista molto attivo sui social, in cui ha postato anche una sua foto mentre tiene la testa di un condannato a morte e che per un po’ di tempo è stato scambiato per Jihadi John. Tuttavia prima della radicalizzazione, avvenuta l’anno scorso, i suoi testi non riguardavano l’IS ma la sua vita londinese, l’uso di droghe e alcol e le sua difficoltà familiari. Le ultime notizie sulla sua sorte riportano che ha disertato l’esercito del Califfato ed è al momento in fuga in Turchia.
Il Pentagono dal canto suo non è stato a guardare e ha ribattuto sul fronte della propaganda offline con uno dei metodi più classici: il volantinaggio. Nel corso dell’anno ha infatti lanciato circa 60.000 volantini sulla Siria con una vignetta in cui i capi dell’ISIS infilavano i volontari in un tritacarne. Pur non avendo diffuso cifre ufficiali, si stima che il Pentagono abbia speso circa 1 miliardo di dollari in campagne di contropropaganda anti-ISIS.
È quindi chiaro che quelle dell’ISIS siano tecniche di propaganda fortemente votate al sociale: l’obiettivo è sostituire un intero immaginario con un’ideologia estrema e trasfigurata, e per farlo il Califfato si sta avvalendo di ogni tipo di mezzo possibile,dalle chat su Telegram, fino alle riviste patinate che in quanto realizzazione nulla hanno da invidiare alle pubblicazioni occidentali.
FOTO IN ALTO:copertina della rivista “Dabiq”, http://counterjihadreport.com

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