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Riduzione degli spazi culturali nel 2012 montiano

I governi che si sono succeduti non solo non hanno favorito le iniziative culturali, ma hanno finito per scoraggiarle, scegliendo, per esempio, di non detassarle

Di Eugen Galasso
http://www.cenerentola.info/

Premessa: Con il termine “cultura” non intendo qui quanto correttamente l’antropologia culturale ci insegna, ossia l’insieme di comportamenti, atteggiamenti, abitudini, credenze, modi di agire e di rapportarsi, anche per esempio nella creazione di strumenti artigianali e di utensili, bensì quella che, spesso erroneamente, si definisce come “cultura alta”.

Dopo il “Con la cultura non si mangia”, uscito dalla bocca di Giulio Tremonti,  una riduzione degli spazi culturali, obiettivamente, c’è stata: in Italia più che altrove in Europa, ma prevale comunque il pregiudizio, anche in altri paesi europei, per cui “C’è la crisi, bisogna dedicarsi a cose serie”. In Italia, per limitarmi a quanto è più noto al lettore, le “riduzioni” sono piuttosto visibili.

Se proprio vogliamo trovare un emblema, un’espressione emblematica, essa rimane quella di Giulio Tremonti, allora superministro all’economia: “Con la cultura non si mangia”, pronunciata all’inizio di ottobre 2010, quando erano ancora di là a venire le crisi di governo, anche quella, di due mesi dopo, quando il governo di centro-destra, messo in crisi da Fini e da Futuro e Libertà, fu salvato in corner da Scilipoti e dai vari “Responsabili”.

La frase era inserita in un contesto preciso: i tagli ai fondi culturali, messi in atto dall’allora governo Berlusconi, e dettati dallo stesso Tremonti, in polemica con il Ministro ai Beni Culturali Sandro Bondi.

Questo per fare un po’ di storia recentissima, anzi di cronaca, volendo.

In realtà, però, anche quanto precede l’uscita di Tremonti (che si segnala come la punta di un iceberg, non propriamente come l’emblema vivente dell’anticultura) non è incoraggiante: le riforme universitarie e scolastiche, ma anche quelle nel campo della “promozione culturale”, dei governi Prodi e D’Alema negli anni Novanta, e poi quelle del centro-destra, sono state vaghe, inesistenti, nel migliore dei casi contraddittorie.

Il “bocconismo” del governo attuale, e comunque la tendenza tecnocratico-finanziaria di questi anni (indipendentemente da chi governerà nei prossimi 5-10 anni), non penalizza solo gli studi e le iniziative culturali (conferenze, convegni, mostre, concerti) in campo umanistico e artistico, ma anche la ricerca scientifica e quindi le sue ricadute espositive (gli Expo di fine Ottocento e del Novecento non erano enormi carrozzoni come invece quelli attuali) e di divulgazione. Anche la scienza e la tecnologia, cioè, viste ancora in una dicotomia tra le “two cultures”, teorizzata a suo tempo da Charles P. Snow (il discorso tenuto presso l’aula del Senato Accademico di Cambridge, poi divenuto un celebre libro, risale al 1959, mentre l’edizione italiana, poi ristampata più volte, è di Marsilio), sono concepite non in chiave teorica (scienza) ed esperienziale (tecnologia) ma meramente utilitaristica, per abbassare lo spread, rilanciare la competitività e via dicendo.

Le scienze economiche, poi, in un andazzo che privilegia nettamente gli orientamenti liberisti, e sostanzialmente demonizza, per esempio, quelli keynesiani (considerati “sovversivi”), diventano ormai, neppure con troppa prudenza, ancelle delle scienze finanziarie, al servizio di una sempre più decisa finanziarizzazione.

Dal punto di vista pratico-operativo i governi che si succedono (non è qualunquismo, il mio, ma la constatazione oggettiva del fatto che non si distinguono quasi per nulla, salvo che nelle etichette, dal punto di vista della politica culturale) non solo non favoriscono le iniziative culturali, ma finiscono per scoraggiarle, come nella scelta di non detassare le iniziative culturali, anzi  per ostacolarle fiscalmente, quasi sempre.

Certo poi, nel dettaglio, entrano in campo decisioni che non sono del governo nazionale, ma delle amministrazioni locali: Regioni, Province, Comuni. Ancora una volta qui si tratta di un sistema, di un organo complesso che implica tutte le realtà citate, compresa, per esempio, la scelta di usufruire o meno del Fondo Sociale Europeo.

Detto tutto questo, è chiaro che tuttora la cultura circola, anche nel paese Italia che legge pochissimo, non frequenta quasi teatri e concerti, si allontana dal cinema etc., dove le conferenze sono meno che un optional; ma, se libri e riviste di cultura si stampano ancora, se anche tutto il resto della “cultura diffusa” si attua, è inutile negare che varie iniziative culturali vanno deserte, per colpa dell’informazione carente, della presentazione artificiosa e inutilmente “difficile” della tematiche  (dove è necessaria, da parte di chi scrive, una doverosa autocritica), ma anche e soprattutto per quanto detto sopra.

Parlare allora di riduzione degli spazi culturali, anche proprio hic et nunc, ossia nel “qui e ora”, appare cosa necessaria, dove quando parlo di riduzione degli spazi, la cosa non è da intendersi solo metaforicamente: pensiamo, per esempio, alle librerie, che vengono chiuse o transfunzionalizzate, divenendo barristoranti multiuso, alle sale per conferenze e ai teatri: spazi continuamente ridotti ed erosi a favore di centri commerciali.

Fonte:http://www.cenerentola.info/archivio/numero151/articoli_n.151/att116.html#2

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