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15 ottobre 2011 analisi conflitti sociali disagio sociale Italia manifestazioni proteste popolari Roma

Quel che resta del 15 ottobre

Foto di MICHELE MASSETANI
Di Luca Pakarov

La paura maggiore è venuta il giorno dopo, quando c’era da leggere i giornali. C’è voluto un coraggio del diavolo per andare in edicola. Tutto finito. Occasione sprecata. Roma in fiamme. E poi ‘sta Madonnina di ceramica di addirittura cento anni – quanto più o meno l’asfalto di alcune parti di Roma – che tutte le televisioni hanno riportato come a simbolo della violenza infame che sfoga pure contro i più deboli. Fino a Maroni che si vanta di non averci fatto scappare il morto. Perfino mia madre, quando ha visto la faccenda della Madonnina, mi ha telefonato adirata per ricordarmi che sono un delinquente drogato e che se una giustizia esiste marcirò in galera: «ma mamma io non ho fatto niente!». «Non ci credo».

Quindi, come prevedibile, gli scontri sono stati il motivo per deviare il dibattito sul mondo che va a puttane verso un processo sommario alle teste vuote insurrezionaliste. Un logoro canovaccio ma a quanto pare sempre di grande effetto. I segnali, guarda un po’, sono diventati interpretabili solo quando la frittata era bella che fatta e il comunicato postato su Indymedia in cui si diceva di “tenere la piazza” ad ogni costo, combattendo, è sembrato profetico. Ma, ad essere sinceri, all’inizio della manifestazione, non si avvertivano tensioni. Nella metro c’era gente che cantava e ballava, chi leggeva tranquillo, qualche coro sì, ma nulla di malvagio. I negozi erano aperti, il salumiere stava ad affettare prosciutto per il migliaio di panini che avrà venduto, mentre i kebabbari esalavano la classica e genuina puzza di cipolla di un kebabbaro della Termini. Un’atmosfera ben diversa da altri contesti, anche recenti, in cui senti subito che tira aria cattiva e te ne accorgi per le facce delle persone che, capisci, sono preparate al peggio; ma appunto non era il caso di sabato. Gli avvenimenti sono stati molto veloci, adrenalinici, devastanti e a loro modo convincenti.
Al principio sembra di stare a una festa, per un attimo mi credo alla Street parade, tanto che mi accodo al camioncino con la musica a manetta che distribuisce chupito, che in una così bella giornata di sole per niente uno ha voglia di pensare a gente come Sacconi o Draghi. Davanti ci sono quelli della Val di Susa mentre io seguo lo striscione “Uniti per l’alternativa” dei centri sociali. Lì ho cercato di fare ordine, di raccapezzare, carburante di una manifestazione sono le idee e l’organizzazione, com’è nato allora in Italia un movimento che, una volta tanto, sembra spontaneo e, come in altri paesi, apolitico? Lo chiedo a Stella, un architetto precario (da qui la parola precario sarà sottointesa per ogni persona con cui parlerò) che ha aderito sin da subito agli incontri preparatori della manifestazione: «il lancio c’è stato nell’assemblea del 24 settembre, già in quell’occasione si sentiva che qualcosa stava cambiando, i primi incontri sono stati fatti all’ex Cinema Palazzo qui a Roma, c’erano rappresentanti di centri sociali, diversi collettivi, quelli del Teatro Valle, una volta anche De Magistris fece un intervento, ad aprire gli interventi è stata Sabina Guzzanti, per dirti che il quadro generale è molto vasto… poi certo, si regge anche grazie alla rete, alla possibilità di condividere notizie e opinioni a distanza, per questo è nata la piattaforma Global Project». «E’ sufficiente incontrarsi per dar vita a una manifestazione del genere?» chiedo. «Beh no, con Genova c’è stato un k.o., da Genova ne siamo usciti con le ossa rotte, distrutti, in Italia il punto di svolta è stato il referendum, le firme del referendum, un lavoro importantissimo, da un argomento particolare come l’acqua pubblica, che interessava il singolo e la famiglia, siamo arrivati a un discorso globale sull’ambiente, in pratica si è riusciti ad unire le esigenze legate al territorio con quelle della società mondiale. Credo che le persone, anche quelle che generalmente non si interessano di politica, abbiano avvertito sulla propria pelle che le grandi battaglie riguardano tutti». «A raccontarla così sembra quasi facile», le faccio notare. «Facile non è, ogni gruppo ha dovuto togliere l’inutile, il superfluo, abbandonare alcune posizioni per poter entrare in quell’imbuto in cui ci sono idee comuni che si spera diventino veri e propri contenuti… operazione che sembra impossibile alla sinistra… la giornata di oggi sarà un punto di partenza , non di arrivo, è una sorte di ponte all’alternativa che deve parlare il linguaggio della socialità e delle autonomie». «Berlusconi è stato un collante?». «Purtroppo lo è, dovremmo occuparci di altri problemi ma il primo in Italia sembra sempre essere lui… la protesta davanti alla Banca d’Italia è stata fatta proprio per riportare l’attenzione alle amare ricette della BCE, quelle che ci tocca pagare noi deboli, il problema sono proprio i Draghi e i Trichet…», poi ci pensa su e conclude, «certo, sarebbe bello che nella manifestazione nessuno nomini Berlusconi…». Ovviamente non succederà. «Dopo il 15 ottobre, cosa accadrà?». «Ci si mette in gioco, dobbiamo sostituire gli slogan con l’azione». Evviva Stella.

Foto di MICHELE MASSETANI

Nel frattempo sono passato alle birrette del camioncino e avvengono due fatti strani: fra le 500mila persone provenienti da tutta la penisola credo di riconoscere gli occhiali da sole che mi furono fregati un anno fa, proprio a Roma. Risoluto vado a chiedere spiegazioni ma la signora, con una gentilezza disarmante, mi tratta da scimunito e mi allontana. La seconda invece è che sono uscito di casa con 15 euro, e dico 15, e quando pago me ne ritrovo con 20 senza aver saccheggiato supermercati o rapinato banche o aver incassato vincite alla Snai. Va tutto troppo bene. La cosa mi inquieta.

Comunque, tormentato da certi dubbi conosco Paolo, è un tipo magrolino con gli occhiali, ha un dottorato di ricerca all’Università di Torino e segue il movimento NO TAV che, mi dice, esiste già da venti anni (20? Vent’anni fa non si andava a cavallo in Italia?). «Dove coincidono il movimento 15 ottobre con i NO TAV?». «Il movimento NO TAV è indignato, è molto attento alla preservazione del territorio e alla creazione di un’economia sostenibile che non passi solo attraverso le grandi opere e la recinzione degli spazi». «Non c’è rischio che questi movimenti tutti insieme diventino un contenitore troppo ampio, che poi dia vita ad uno scenario frastagliato?».«Quello che stiamo vivendo è un grande laboratorio e forse è prematuro dare una identificazione anche solo coerente, c’è l’indignazione verso un mondo che non funziona e siamo in tanti a sentirla… così nell’elaborazione dell’alternativa si incontrano diversi movimenti, alcuni storici, sono come dei compagni di strada. Dopo il 15 ottobre bisognerà vivere la pratica politica… ti faccio un esempio, il presidio in valle è sempre attivo grazie ad attività culturali socializzanti che, oltre a far incontrare e partecipare la gente, riesce a mettere pressione anche nei confronti del cantiere… bisognerebbe ripetere quest’esperienza in grande scala su tutti i settori in cui si opera». In effetti una caratteristica dei movimenti spagnoli e greci sono la trasversalità sociale dei soggetti che li compongono e quindi, trovata una linea comune, l’ampio raggio operativo a disposizione.
Finché, come uno sparo nella notte, un megafono avvisa di scontri nella parte alta del corteo, ci si guarda smarriti, la gente comincia a telefonare, qualcosa di brutto sta succedendo, la musica si interrompe. Lascio Paolo di fretta, allungo il passo per avvicinarmi a piazza San Giovanni e nel tragitto incontro diverse auto incenerite. La vitalità del corteo cambia come una cartina al tornasole, più si va verso la testa più l’acidità sale, più trovo persone preoccupate e nervose, le notizie che arrivano e la puzza di bruciato squassano i sensi della manifestazione. Per la prima volta faccio caso agli elicotteri che ronzano impazziti, comincio a notare la polizia nelle vie laterali, sento le sirene, la tensione è palese quando un coglione vestito completamente di nero comincia a saltare sopra il tetto di un’auto e rischia il linciaggio da parte di alcuni Cobas.
Alle ore 17,31 piazza San Giovanni ricorda Pristina nel ’99. Scoppi di bombe carta, gente che fugge, mazze, fumogeni, scudi, manganelli e gli idranti della polizia per colpa dei quali mi becco un tremendo raffreddore. Soprattutto c’è molta incoscienza, molti sono ragazzini che se la giocano tutta lì, in quel campo di battaglia, sradicando pali e giocando a fare Joe di Maggio con i sampietrini. Mi appoggio a un’edicola, mi seggo perché non respiro più ed ho la pelle infuocata, un tipo mi vede e mi cede un limone che mi spremo su naso e guance per placare gli effetti dei lacrimogeni. In questa drammatica devastazione qualcuno prova il brivido della guerra, della complicità da camerata, della solidarietà fra soldati, dell’affiliazione, del nemico comune, del rito. Insomma per qualcuno si è trattato di una malsana appartenenza. Poi riparte una carica della polizia, io scappo verso quella che è una delle chiese più belle del mondo, un incappucciato davanti a me si prende in testa una sassata “amica”, proveniente dalle retrovie, e cade. In due lo aiutano a rialzarsi ma perde sangue. Sono scene che mi evocano quei filmacci di Hollywood sul Vietnam e io, come avviene in quei film, penso solo a pararmi il culo. Arrivo sulle scale dove ci sono tanti manifestanti che stanno immobili come spettatori di legno. Da lontano spunta uno striscione: “L’economia reale siamo noi”. Non si può andare né a destra né a sinistra. Cerco di scrivere due righe nell’agenda e un cretino mi si avvicina con tono minaccioso, vuole sapere per chi lavoro. In un altro momento avrei risposto per il Kgb ma qui non c’è proprio niente su cui scherzare.

Foto di MICHELE MASSETANI

Di quello che ho visto nel disastro di piazza San Giovanni mi rimane anche l’incognita sull’oscura strategia della polizia, come l’incursione a duecento all’ora dei blindati fra i manifestanti, oppure quella mezzora di gincana in via Manuele Filiberto in cui le camionette giravano su se stesse davanti al ristorante Pastarito e, come quando dalla finestra vediamo un qualsiasi scemo fare testacoda nel parcheggio del condominio, diventando il bersaglio mobile delle sassate. In mezzo a tanta follia selvaggia c’è stato anche chi ha avuto un pizzico di comprendonio e ha permesso all’agente di allontanarsi – testimone anche un fotografo dell’Ansa al mio fianco – prima di appiccare il fuoco alla camionetta che l’uomo guidava. Personalmente tutta questa marea nera armata di pietre e fionde di cui poi si è parlato ieri io non l’ho vista se non in televisione; o meglio l’ho vista ma era di tutti i colori e di tutte le età, segno forse che Black bloc è solo una maniera sbrigativa per descrivere un fenomeno che ha, comunque, radici in un risentimento generalizzato e che, non ci vogliono sociologi per capirlo, con gli anni s’è caricato come una molla. Siamo d’accordo a condannare, a non giustificare, ad affermare che sabato c’è chi è uscito di casa con la mazza da baseball e tutti i bla bla bla e i distinguo che vogliamo ma perché allora, solo in Italia, tante persone comuni, con cui oggi starete tranquillamente lavorando fianco a fianco, hanno dato di matto? Dopati fino all’esaurimento dal “va tutto bene, ce la caveremo meglio degli altri” l’ondata di malcontento qui è arrivata tardi ma improvvisa, BAM!, troppo all’improvviso si è capito che quasi nulla va bene, che ci aspetta un futuro rovinoso e, come si è visto, in parecchi non hanno avuto il tempo di metabolizzare la rabbia. Ricordiamoci che ad Atene l’anno passato, alla prima seria manifestazione, ci sono scappati 3 morti. L’ultima prezzolata fiducia al governo, il giorno prima della manifestazione, avrà influito sull’umore di chi con lo zaino ha portato pure il casco? Chissà. Le cause sono tante e sabato sono confluiti in quei pochi chilometri tutti i mal di pancia di chi vive un’insofferenza che ormai sembra congenita e interminabile. Va da se che questo è il modo più rapido per finire tutti indiscriminatamente nella merda, poliziotti, studenti, disoccupati o operai che, purtroppo, anche in una tale improvvisata guerriglia fratricida hanno solo esibito un’altra rappresentazione di quella lotta fra poveri già iniziata nei posti di lavoro. Forse la politica è ora che pensi a cosa succederà il giorno che scenderanno in piazza persone affamate, per cui le parole stanno a zero e zero è quello che hanno da perdere. Poi vabbè, è scontato che i media siano più interessati ad auto incendiate e teste spaccate che a una passeggiata in centro. Ma certe cose servono soprattutto a far parlare quanti non erano a manifestare, quanti possono giudicare le violenze dalla comoda tastiera del computer, anche se magari poi si dicono incazzati col politico e il sistema. Due milioni di danni o cinquanta idioti non cancellano una partecipazione che in Italia non si vedeva dai bei tempi in cui si sognava con Cofferati e il mondo, all’apparenza, puzzava un po’ meno. Tuttavia la mia solidarietà oggi non può che andare al parroco che, intervistato, ha raccontato la sventurata fine della Madonna di ceramica – di addirittura cento anni! Desidero solo che mia madre dimentichi presto questa storia.


Fonte:http://www.rollingstonemagazine.it/politica/notizie/quel-che-resta-del-15-ottobre/43846

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