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Quei 57 giorni tra Falcone e Borsellino che cambiarono una generazione


Di Nicola Lagioia
Per gli sguardi consapevoli, la morte di Giovanni Falcone fu l’ennesimo capitolo del romanzo delle stragi. Uno dei più dolorosi, eppure scritto nello stile (inchiostro simpatico compreso) che caratterizza altri disastri nazionali.

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I distratti quel giorno caddero dalle nuvole. I volenterosi carnefici della repubblica cominciarono a insabbiare. Le prefiche in gessato strepitarono per coprire certi rivelatori rumori di fondo. I veri uomini di stato cercarono al contrario di arrestare disperatamente una macchina narrativa ormai più grande di loro. Gli altri adulti responsabili presero atto con contrizione di ciò che, a saper leggere i segnali, era nell’aria già da mesi. Ma per la generazione che nel 1992 si affacciava alla vita, nei cinquantasette giorni che separarono Capaci da via D’Amelio si consumò la fiducia nelle istituzioni che la scuola, la televisione – e per i più fortunati la famiglia – avevano provato a inculcare in chi, da lì a poco, avrebbe cominciato a scorticarsi le nocche bussando alla porta dell’età adulta. All’epoca avevo diciannove anni.
“Lo stato si è estinto”, titolava un numero del Male nel 1978. In Italia lo stato esiste quando esiste. È una luminaria a corrente alternata. Una commedia teatrale in cui certi personaggi, per rimanere se stessi, sono costretti a saltare da un ruolo all’altro di continuo. Tutto ciò è faticoso. I cambi di costume sono frequenti e concitati, le maestranze non sempre tengono il passo, e certi attori rischiano di essere sorpresi nella loro nudità di carni in movimento. Tra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, in Italia il cambio di scena si consumò a sipario spalancato. Il che fu orribile, perché la flaccida e sconcia debolezza di ciò che avrebbe dovuto rappresentarci fu sotto gli occhi di tutti.
Non bisogna smettere di ricordare che Falcone e Borsellino diventarono eroi nazionali soltanto dopo la loro morte. Prima, erano stati continuo oggetto di veleni, sospetti, maldicenze che, tutte insieme, rafforzarono l’intreccio che portò alla loro fine. Vennero accusati di protagonismo, vanità, scarso senso dello stato. Quando, il 21 giugno del 1989 (il cosiddetto attentato dell’Addaura) la polizia ritrovò 58 cartucce di esplosivo in un borsone lasciato nella spiaggetta antistante la villa che Falcone aveva preso in affitto, ci fu chi disse che l’attentato il magistrato se lo era organizzato da solo per farsi pubblicità.
Molti ricordano la puntata del Maurizio Costanzo Show (gemellata per l’occasione con Samarcanda di Michele Santoro) in cui, alla presenza di Giovanni Falcone, un giovane Totò Cuffaro inveì scompostamente sostenendo che i discorsi sulla mafia che si stavano facendo quella sera erano lesivi della dignità della Sicilia: “C’è in atto una volgare aggressione alla classe dirigente migliore che abbia la Democrazia Cristiana in Sicilia! L’avete costruita sapientemente!”, sbraitò.
Non accusava in via diretta Falcone, ma la cattiva rifrittura del discorso sui “professionisti dell’antimafia” era lampante.

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