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Quando lo stato è a presidio dei diritti

Di Andrea Scarponi
E’ ormai da diversi anni che imperversano nei dibattiti politici temi ‘scottanti’ quali, ad esempio, la questione dei diritti civili alle coppie omosessuali o il diritto alla ‘buona morte’, l’eutanasia, per i malati terminali. Come è ovvio che sia in un dibattito, da ambo le parti si agitano coloro che propendono per questa o quell’altra soluzione: la platea si divide puntualmente in pro e contro; dall’una e l’altra volano insulti di ogni tipo fino a che l’atmosfera non diviene incandescente e si arriva allo scontro frontale.
In questi due citati esempi (e se ne potrebbero fare molti altri), se solo si provasse a spostare l’angolo prospettico da cui la questione viene osservata, ci si accorgerebbe che il punto non sta tanto nel capire quale delle due parti abbia ragione e meriti la soddisfazione delle proprie richieste, quanto piuttosto che tutti i problemi nascono da due concetti che nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma che nondimeno costituiscono il cruccio del ‘perdente’ in ogni caso.
Infatti, analizzando la questione da una prospettiva che rimetta al centro la libertà individuale, non ci sarebbe alcun modo di dirimere la controversia ricercando una ‘ragione universale’ nelle tesi contrapposte, perché una tal ragione non esiste: essere pro-gay, pro-eutanasia, pro-aborto ecc. è tanto legittimo quanto esservi contrari, benché solitamente una presunta superiorità intellettuale bolli come ‘bigotte’ le tesi oltranziste dei contrari perché questi vogliono limitare, per l’appunto, quella libertà che si vuole difendere. A ben vedere, se essere liberi significa poter autodeterminarsi e prendere libere decisioni, non c’è alcun modo per negare la libertà di essere contrari a certe questioni, anche se tali indirizzi appaiono illiberali.
Quali sono, dunque, i concetti all’origine di queste problematiche che finiscono inevitabilmente per falsare ogni realtà fenomenica che si manifesta in un dato momento storico e in una certa popolazione? Manco a dirlo, uno è il concetto di ‘Stato‘, l’altro è quello di ‘diritto‘. Questi due concetti sono legati indissolubilmente da un doppio filo sin da quando gli esponenti di una certa corrente di pensiero – il giusnaturalismo – ha fatto la sua comparsa nell’Europa continentale. Parlare per la prima volta di diritti della persona (di property individuale) e non soltanto di diritti sulla res, aveva allora un significato ben preciso, ossia quello di affrancare l’uomo, qualsiasi uomo, dall’arbitrio dispotico di un tiranno, delimitando un’area virtuale attorno alla persona che non poteva essere oltrepassata da qualsivoglia decisione del potere (ed aggiungerei, da qualsiasi manifestazione del potere). Si capisce come un tal modo di ragionare avesse, a quel tempo, una notevole carica rivoluzionaria: nel tempo in cui i Re possedevano lo ‘ius vitae ac necis‘ su ciascuno dei propri sudditi, affermare il ‘diritto alla vita’ come supremo, innato e irrinunciabile, significava compiere il passo decisivo verso la libertà sostanziale.
Avvenne, poi, con la rivoluzione francese, che questo nucleo di diritti essenziali e irrinunciabili costituì al contempo la ragion d’essere e il limite dello Stato moderno: una volta, infatti, che i diritti furono proclamati, non restava che trovarne il fido garante e assicurarsi che questo non li avrebbe a sua volta sovvertiti. Ora, ai fini di questa breve disamina, vale la pena prendere in considerazione uno dei caratteri essenziali dello Stato di diritto: il monismo giuridico, ossia la pretesa di essere l’unico soggetto con la capacità di emanare norme giuridiche aventi efficacia in un dato territorio (solitamente i confini nazionali, ma in alcuni casi anche al di fuori di questi – si pensi al diritto penale italiano, tendenzialmente universale). Ed è proprio il monismo giuridico ciò che, nello specifico, causa gli attriti di cui si è parlato all’inizio: essere l’unico soggetto in grado di poter stabilire cosa è lecito e cosa non lo è, significa consegnare nelle mani di una maggioranza, o di una confessione religiosa, o di un leader carismatico e così via, lo ‘ius vitae ac necis‘ sulla legittimità di una certa pretesa. Vista così, si potrebbe affermare come molte delle varie lotte per la conquista di diritti, in realtà, non sono state altro che riappropriazioni di ciò che sarebbe dovuto essere in una società autenticamente libera, e che invece sono state soffocate dalla tracotanza statale, ben lungi dall’essere quel paradiso idilliaco che si fa espressione della ‘volontà generale’ del popolo.
Quindi, ricapitolando, lo Stato è a presidio dei diritti individuali; lo Stato decide quali diritti hanno ragion d’essere nel suo territorio. Capito il trucchetto? Ritorniamo alla questione dei diritti civili delle coppie omosessuali. Lo Stato riconosce alle coppie eterosessuali che convolano in matrimonio alcuni diritti civili in funzione dell’importanza che la famiglia ricopre nell’organizzazione sociale come, ad esempio, la reversibilità della pensione per il coniuge superstite. Quando le coppie omosessuali avanzano la medesima pretesa, ossia di potersi sposare per accedere alla reversibilità della pensione (per rimanere all’esempio), lo fanno essenzialmente perché altrimenti non c’è via attraverso la quale possano ottenere un servizio di tal guisa. In un paese ove la previdenza è pubblica, non v’è alcun modo per questi di ottenere siffatto ‘diritto’ rivolgendosi a una certa azienda assicuratrice piuttosto che a un’altra che non prevede, in ipotesi, quell’opzione.
In effetti, quello che preme sottolineare è che il punto della questione, e del dibattito ad essa inerente, non è tanto il se un certo punto di vista è più giusto di un altro, quanto piuttosto il fatto che finché sarà lo Stato a presidiare i diritti della persona, vi sarà sempre un cittadino di seria A e uno di serie B, specie se gli strumenti per l’attuazione di talune pretese restano nelle monopolistiche mani dello Stato. Quindi, il riconoscimento di diritti civili alle coppie omosessuali, pur covando una forte carica simbolica e pur potendo avvicinare la realtà attuale a una condizione più equa, non risolve affatto il cuore del problema, che, rebus sic stantibus, è destinato a ripetersi all’infinito in una società regolata da un legislatore (unico e) morale.

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