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Quando l’Italia votò per Pol Pot nel 1979, favorendo l’ingresso nell’ONU della rappresentanza della Cambogia



Le ipocrisie degli affari esteri del Bel Paese, che votò a favore del dittatore nel 1979, favorendo l’ingresso nell’Onu della rappresentanza della ‘Cambogia Democratica’, che ci restò sino al 1991.


Di Giovanni Armillotta

Era la primavera 1990. Forse maggio. In via Santa Maria, a Pisa, passeggiavamo io ed il mio amico, Eligio Grassini, geometra con la passione della politica estera. Già: la politica estera. A quel tempo ‘Geopolitica’ non si poteva dire. Il piccì non voleva. L’Urss non era ‘Geopolitica’, ‘Terza Roma’ o cosa vi pare, ma solamente aspirazione di tutti i popoli del mondo calpestati dal capitalismo.
Avevamo iniziato a parlare di Dien Biem Phu, quando dopo una mezz’oretta tirai fuori un documento fotocopiato a poco meno di 250 metri in linea d’aria, in via San Giuseppe, presso l’Istituto di Diritto Internazionale allora diretto da Natalino Ronzitti.
Eligio quando lo lesse strabuzzò gli occhi, impallidì del tutto. Forse pensò: “Ma come? L’Italia, il Paese più buono del mondo, con la Dc più buona del mondo, e con un piccì più buono di tutti i piccì del mondo, e quindi per forza più buono della stessa Dc, l’Italia ha potuto fare una cosa simile???”.
Facciamo un salto in avanti di ben diciannove anni. Il 26 febbraio 2009 – a corredo dell’eccellente articolo di P(l)iergiorgio (sic!) Pescali, ‘Khmer alla sbarra’ – «Il Manifesto» ha pubblicato un box in cui è scritto: «In quello stesso anno, l’Assemblea generale dell’Onu prima stabilì che il governo della Kampuchea Democratica rappresentava legalmente il Paese [Ris. 34/2A del 21 settembre 1979, ndGA] e poi condannò “l’aggressione vietnamita” [Ris. 34/22 del 14 novembre 1979, ndGA] lasciando a Pol Pot il seggio presso l’Onu».
Ora, è bene ribadire che l’Assemblea Generale dell’Onu non è un afflato pre-Bastiglia che conduca a ‘filosofie’ sublimi di ordine rousseauiano. L’Ag è costituita da rappresentanze di Stati che votano seguendo degli imperativi geopolitici a cui ogni cancelleria cerca di sottostare per doveri di alleanze, schieramenti, accordi e trattati bi- e multilaterali di carattere militare, politico, economico e commerciale. Ridurre l’Ag a ‘cogitatio unica’ – come a dire il mondo si è schierato a favore di un criminale quale Pol Pot – mi sembra azzardato, riduttivo ed ingiusto, oltre che scientificamente scorretto e perciò poco credibile e non rispettoso verso le stesse Nazioni Unite.
Già l’Onu è in piena crisi, per cui mi permetto di spezzare una lancia a suo favore, dividendo il grano dal loglio, e individuando ogni singola posizione. Tra l’altro l’espressione di voto per quel progetto di risoluzione non era nemmeno basata sul principio dell’‘important question’ (i due terzi; Art. 18.2 dello Statuto), bastando per la sua approvazione la maggioranza dei membri presenti e votanti, non contando quindi né gli astenuti e né gli assenti.
Il 21 settembre 1979, si votò per l’accettazione delle credenziali della rappresentanza polpottista della ‘Cambogia Democratica’ che doveva essere là alla trentaquattresima sessione dell’Ag. Tengo subito a sottolineare che ben 12 Paesi prudentemente non erano nemmeno in aula: Angola, Brasile, Rep. Centrafricana, Dominica, Guinea Equatoriale, Iraq, Israele, Malta, Saint Lucia, Salomone, Sudafrica e Turchia.
Altri 34, invece, diplomaticamente si astennero: Austria, Bahrein, Botswana, Burundi, Camerun, Cipro, Costa d’Avorio, Repubblica Dominicana, Emirati Arabi Uniti, Finlandia, Francia, Ghana, Giordania, Iran, Irlanda, Kuwait, Libano, Malawi, Mali, Messico, Paesi Bassi, Perù, Qatar, Ruanda, Spagna, Suriname, Svezia, Tanzania, Trinidad e Tobago, Tunisia, Uganda, Venezuela, Repubblica Araba dello Yemen (nord) e Zambia.
Contrari furono 35 a nome degli Stati alleati o amici dell’Unione Sovietica (che sosteneva il Vietnam), più l’Albania, che aveva condotta la giusta linea nella questione sin dagli anni Sessanta e che ho esaminato altrove (1) e altri: Afghanistan, Albania, Algeria, Benin, Bielorussia, Bulgaria, Capo Verde, Cecoslovacchia, Repubblica Popolare del Congo, Cuba, Etiopia, Repubblica Democratica di Germania (est), Giamaica, Grenada, Guinea, Guinea-Bissau, Guyana, India, Laos, Libia, Madagascar, Mongolia, Mozambico, Nicaragua, Panamà, Polonia, São Tomé e Príncipe, Seicelle, Sierra Leone, Siria, Ucraina, Ungheria, Unione Sovietica, Vietnam e Rep. Dem. Pop. dello Yemen (sud).
Ammisero, quindi, Pol Pot all’Onu, 71 Stati su 152, ossia la minoranza dell’Ag, e non l’Assemblea Generale! Questi erano: Alto Volta, Arabia Saudita, Argentina, Australia, Bahama, Bangladesh, Barbados, Belgio, Bhutan, Birmania, Bolivia, Cambogia Democratica, Canada, Ciad, Cile, Rep. Pop. della Cina, Colombia, Comore, Costa Rica, Danimarca, Ecuador, Egitto, El Salvador, Figi, Filippine, Gabon, Gambia, Rep. Fed. di Germania (ovest), Giappone, Gibuti, Gran Bretagna, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Indonesia, Islanda, Italia, Jugoslavia, Kenya, Lesotho, Liberia, Lussemburgo, Malaysia, Maldive, Mauritania, Marocco, Maurizio, Nepal, Nuova Zelanda, Niger, Nigeria, Norvegia, Oman, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Portogallo, Romania, Samoa, Senegal, Singapore, Somalia, Srī Lanka, Stati Uniti d’America, Sudan, Swaziland, Tailandia, Togo, Uruguay e Zaire. Come vediamo erano in larghissima parte dello schieramento occidentale più qualche monarchia e repubblica araba “moderata”, la Jugoslavia titista ed ulteriori.
Al contrario, non vollero condividere il passo richiesto dalle diplomazie britannica, cinese e statunitense che appoggiavano i khmer rossi (come ci ha illustrato l’ottimo Pescali) i seguenti Paesi occidentali, che non dissero sì a Pol Pot: Austria, Brasile, Cipro, Dominica, Finlandia, Francia, Giamaica, Irlanda, Israele, Malta, Messico, Paesi Bassi, Panamà, Perù, Repubblica Dominicana, Saint Lucia, Salomone, Spagna, Sudafrica, Suriname, Svezia, Turchia e Venezuela.
La storia si ricorderà di loro, degli albanesi e degli altri 57 Stati. Di sicuro i cambogiani li ringrazieranno.
Noi italiani? Eligio, noi italiani restiamo sempre “brava gente”.
Note
(1) Giovanni Armillotta, “I khmer Rossi dal colpo di Stato di Lon Nol al periodo della ‘Cambogia Democratica’ (1970-1979)”, in «Africana», Rivista di studi extraeuropei diretta da Vittorio Antonio Salvadorini, Pisa, VI (2000), pp. 29-83 (la posizione albanese è a pp. 75-76); sullo stesso numero la testimonianza dell’Ambasciatore albanese a Phnom Penh, Dhimitër Thimi Stamo, “Tre anni con i khmer rossi”, pp. 7-27, con foto inedite.

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