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A proposito del 15 Ottobre

Di Daniele Gambetta
Per capire e analizzare i fatti del 15 Ottobre è necessario, come per ogni movimento di questo tipo, partire da quello che è stato il percorso europeo e italiano che ci ha condotto fino a questa giornata all’ insegna dell’ indignazione.
Un indignazione lanciata da lontano, da quella Plaza de Puerta del Sol di Madrid dove a Maggio il popolo spagnolo presidiò le strade per quasi un mese dichiarando la propria opposizione ad una situazione globale di crisi politica ed economica.
A muovere la moltitudine era infatti l’ indignazione verso un mondo istituzionale ormai assoggettato da quello finanziario, verso una linea guida di politica europea e mondiale volta più agli interessi di pochi che al 99% della popolazione.
Naturale poi che una rivendicazione di così ampio respiro abbia trovato consensi e repliche in tantissimi altri Paesi, in ognuno dei quali si sono poi evidenziati vari problemi specifici del territorio.
In Italia, per l’ appunto, l’ attenzione verso questa iniziativa venne colta da una vastissima piazza di collettivi, movimenti, sindacati e anche partiti; e questa diversità fu uno degli elementi più significativi di tutto lo svolgersi degli eventi.
Come usciti dalla metropolitana di stazione Termini già era evidente una partecipazione davvero massiccia di cittadini di ogni età, ogni estrazione sociale e ogni tipo di appartenenza politica, seppur accomunati da un senso di frustrazione per questo mondo alla deriva.
Ora che non mi si fraintenda, è certamente un aspetto positivo il fatto che tante realtà diverse abbiano trovato ognuna un motivo per scendere nelle strade a denunciare un meccanismo sociale e politico fallito, ma ad essere insoddisfacente era la diversità nella proposta di alternativa che ogni realtà proponeva.
Una delle peculiarità del movimento spagnolo originale era una totale indifferenza nei confronti di una soluzione istituzionale alla crisi, quando istituzionali sono state le cause della crisi stessa.
Per la prima volta dopo tanto tempo in quelle piazze si metteva al centro del discorso la partecipazione del cittadino stesso nelle dinamiche sociali, si proponevano piccoli modelli di democrazia diretta quali assemblee cittadine, discussioni aperte, e si dichiarava apertamente che, almeno per ora, non vi era fiducia riposta nell’ alternanza partitica che altro non era che alternanza di individui mossi da dinamiche poco differenti.
Questo aspetto, innovativo e se vogliamo anche un pò sperimentale, noi l’ abbiamo perso; un pò vuoi per il nostro cieco anti-berlusconismo che ci spaccia film porno per pagine di politica, un pò per la nostra miopia che aumenta man mano ci spostiamo dai temi sociali ai quali siamo più abituati.
E il risultato altro non è stata che una macedonia di voci in cui a grida reclamanti una vera alternativa si mescolavano gli slogan propagandistici dell’ ultimo aspirante sovrano illuminato pronto a spodestare la il tiranno per prendergli il posto.
Queste differenze di obiettivi e visioni globali hanno portato ovviamente ad una diversità di metodo e di politiche della piazza, ed è qui che giungiamo al nodo della matassa.
Sembrerà infatti strano che dopo trenta righe o più non abbia ancora parlato dell’ unica cosa a cui telegiornali e radio hanno dedicato spazio.
Personalmente non ho visto gli scontri di Piazza San Giovanni.
Poco dopo essere arrivati a stazione Termini ed esserci immessi nel corteo con lo spezzone degli universitari sono giunte le notizie delle prime macchine bruciate e le due banche sfondate.
Logica è stata una prima deviazione del corteo, per evitare le prime zone rosse.
Poco dopo le risse di Piazza San Giovanni (che ricordo doveva essere la meta finale di tutto il percorso stabilito) si sono aggravate, portando alla chiusura della piazza da parte delle forze dell’ ordine.
A questo punto era chiaro che l’ intero resto del corteo, la cui coda era ancora prossima a stazione Termini data la lunghezza, non poteva più accedere alla piazza, e anzi si sarebbe tenuto alla larga da questa.
Dunque la stragrande maggior parte dei partecipanti non ha assistito a nessun segno degli scontri, se non alla visione di una costante colonna di fumo nero che saliva dalla città, ma che nulla aveva a che vedere con un elezione mancata.
Per di più, il corteo ha preso la decisione di volgere al termine, indirizzandosi verso la stazione della metropolitana per porre termine alla passeggiata.
Ora, premesso che l’ analisi dei fatti è tutt’ altro che banale, non si può certo evitare di condannare le azioni di chi, mossi da chissà quali istinti, ha deciso di opporsi al debito pubblico sfasciando macchine a caso o lanciando estintori nel vuoto.
Il rischio che si corre però, e che i media tutti sono ben felici di aggravarci, è cadere in piatte discussioni di violenza o non violenza dalle quali speravamo di esserci sollevati.
Il vero danno della giornata del 15 Ottobre è che ha fatto tornare la discussione della protesta ad un alternativa tra la violenza immotivata che spacca le vetrine e una manifestazione che debba essere una sfilata carnevalesca per le strade dela città.
Negli ultimi anni invece, e in particolare quest’ ultimo, abbiamo assistito ad eventi e a modalità di proteste che avevano riscattato quell’ idea di conflitto consensuale ormai riconosciuta da gran parte della cittadinanza.
Basti pensare ai movimenti di Val di Susa, quando anche famiglie ed anziani si sono trovati sotto i lacrimogeni per smantellare un cantiere nocivo che non aveva alcun permesso popolare, o agli avvenimenti dell’ ultimo 14 dicembre, quando gli studenti infuocarono Roma in quel fatidico giorno della fiducia strappata dal portafoglio, che fece bollire il sangue di ogni italiano onesto.
Oppure per restare in questi ultimi mesi possiamo guardare alla Grecia, Paese spiazzato in ogni senso, ma che ha saputo dare risposte concrete con le occupazioni delle sedi ministeriali da parte degli impiegati stessi o il boicottaggio dei telegiornali serali da parte degli studenti che hanno invaso gli studi televisivi.
Ecco perchè quei giovani, quei balordi che hanno preso a sassate i muri sabato a Roma hanno danneggiato tutti noi, in primis ogni cittadino che era nel corteo e che non ha potuto esibire la propria indignazione nella piazza di tutti, e infine anche ognuno che si sia mobilitato in questi anni per costruire un’ idea critica del conflitto costruttivo.
In una situazione così complessa, inutile ribadire che i media ufficiali di ogni stampo e di ogni provenienza hanno fatto e stanno facendo di tutto per alimentare un senso di smarrimento, diffidenza e confusione come solo l’ informazione violenta sa fare.
Verso l’ imbrunire, mentre procedevamo verso la stazione Piramide, la mia mente mi riportava a quella piazza, quell’ altra piazza, nella Spagna primaverile, dove cittadini decisi a distruggere il sistema imbracciavano le armi che sono la cultura, la discussione e la critica; dove orti urbani di violenza inaudita mostravano sin dalle radici il desiderio di boicottare l’ intero mondo economico attuale; dove la partecipazione, con la sua furia devastatrice portava la consapevolezza di un modello sociale del tutto nuovo.
Nella mia, o meglio nella nostra natura, c’ è perfortuna l’ istinto a pensare a come ci muoveremo il giorno dopo, a come domani sistemeremo gli errori di oggi diventando più attivi di ieri; ma inutile negare che d’ ora in poi, quando penserò a come sia messo male questo paese non mi riferirò solo a quell’ 1% che è chiuso dentro al palazzo.


Da Liberarchia

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