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Pretese ideologiche del capitalismo europeo

Di Michele Fabiani

L’accusa di “ideologia” è la più inflazionata che ci dobbiamo sorbire, una lagna trasversale ad ogni obbiezione che vada oltre il recinto del politicamente corretto. Chiunque provi a mettere in discussione qualche assioma del capitalismo (magari senza attaccare l’intero sistema) avrà come risposta dagli intellettuali del regime sempre la solita solfa, il rimprovero anti-ideologico. L’ideologia anti-idiologista è così totalitaria che abbiamo assistito al proliferare di giornali post-ideologici, di movimenti, di liste civiche che fanno della grigia e agnostica “buona amministrazione” in sostituzione della politica il mantra della loro ideologia anti-ideologica.  Lo spettacolo è desolante: da destra a sinistra, da Libero al Fatto Quotidiano, dai grillini al thè party un pululare di qualunquismo post- e anti-ideologico.
Va detto – e noi lo diciamo da anni – che ci sono ragioni anche teoriche dietro a questo qualunquismo. Abbiamo assistito al crollo delle ideologie del Novecento, senze aver ancora scritto la nuova filosofia della politica in grado di parlare ai problemi dei nostri giorni. Ma non è di questo che ci possiamo occupare oggi. Ne abbiamo già parlato, su anarchaos e non solo, in decine di articoli, abbonzando anche proposte teoriche e pratiche.
Mi interessa invece sottolineare il paradosso ideologico del capitalismo: non solo l’ideologia non è finita, ma viviamo sotto una dittatura culturale terribile, a cui aderiscono indistintamente tutti i media europei. L’ideologia capitalista non è mai stata così in crisi e al contempo non è mai stata così aggressiva. Un esempio per tutti denuncia quanto questa sia strisciante e quali terribili effetti pratici abbia nelle nostre vite.
Recentemente la BCE ha “salvato”, ovvero comprato, l’Italia. I titoli di Stato stavano colando a picco e il cervello centrale del capitalismo europeo li ha acquistati, facendo calare il tasso di interesse per una settimana circa, mentre ora la situazione è di nuove critica. Di fatto l’Italia, come era capitato in passato con la Grecia, è diventato un paese commissariato, un paese il cui azionista di maggioranza (cioè colui che ne detiene le “azioni”) è la BCE. Il nuovo padrone europeo ha imposto alla sua fresca colonia sacrifici enormi, ovviamente da scaricare sui più poveri, sui lavoratori, sulle pensioni, sulla cultura. Ma non solo. Fra le pretese della BCE c’è quella dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, rendendo la possibilità del lincenziamento senza giusta causa materia di contrattazione aziendale. Una simile pretesa era stata estorta anche alla Grecia.
Va sottolineata e denunciata la natura ideologica di questa pretesa. Da un punto di vista meramente matematico possiamo “comprendere” come mai il padrone europeo pretenda tagli e maggiori tasse: il creditore – si può sempre dire – vuole garanzia che il prestito torni in dietro con grassi interessi. Ma perché volere a tutti i costi i “licenziamenti facili”? Sul piano strettamente algebrico non ci saranno migliorie nei conti dello Stato se le aziende licenziano con facilità. Allora perché imporre alla Grecia prima e oggi all’Italia i “licenziamenti facili” fra le condizioni non negoziabili per ricevere in cambio sussidi? Ma è semplice, per una questione meramente IDEOLOGICA. Fortuna che l’ideologia era morta!!!
Il problema dei licenziamenti è un problema economico per un padrone individuale, ma non sposta una virgola nei conti dello Stato. Perché la BCE allora li pretende? Perché per l’ideologia malata del capitalismo il licenziamento facile è un Bene in sé. Licenziare con facilità è Bene, mentre ostacolare la volontà dei padroni è Male.
Se non è ideologia questa…
Dietro l’aggessività dell’Europa si nasconde una sua crisi profonda. L’Europa è in crisi dentro di sé, con il fallimento dei propri Stati membri e la recessione economica, e fuori di sé, come potenza o “comitato di potenze” coloniali, come indicano le rivoluzioni arabe. Satrapi sostenuti da decenni dall’imperialismo europeo e americano sono stati spazzati via dalle rivolte, senza che le potenze coloniali abbiano potuto fare nulla. E’ il caso emblematico della rivoluzione tunisina e l’impotenza della Francia. Viceversa, dove è intervenuto, come in Libia, l’imperialismo europeo ne è rimasto impantanato.
Questa crisi è ancora più visibile sul piano interno. Ad esempio nel fallimento degli Stati: come è avvenuto di fatto in Grecia, in Irlanda e in Portogallo (poco importa se ufficilamente non viene dichiarato) e come sta avvenendo in Italia e Spagna.  Ma l’aspetto finanziario (crollo delle borse e fallimenti degli Stati) paradossalmente è il meno grave. Le rivolte in Spagna, in Inghilterra, il clima pre-insurrezionale che si respira in Grecia sono il segno evidente. Per non andare troppo lontani, pensiamo alla Val di Susa: anche lì abbiamo una pretesa di carattere imperiale di una “nazione” europea che si predende grande con le sue opere faraoiniche, ma che rimane ingolfata dalle rivolte dei montari sulle cui teste vorrebbe passare.
Non so dire come si risolverà questa crisi. Da una parte il governo europeo unico delle banche è in crisi, dall’altra si fa più aggressivo, più ideologico, più irrazionale nelle sue pretese. Potrebbero aspettarci tempi cupi. Si pensi a quello che sta avvenendo in Ungheria, in piena Unione Europa, con una svolta razzista e autoritaria senza precedenti sul Vecchio Continenti da 70 anni. 
Da questi sconquassamenti potrebbe emergere un mondo rovesciato, con i paesi arabi e l’america latina in fermento rivoluzionario e l’Europa che regredisce su posizioni autoritarie. Di certo l’attacco a cui numerosi popoli europei sono stati sottoposti (prima in Grecia, oggi in Italia) è duro e la reazione, per quanto durissima come in Grecia, è stata insufficiente.
Il fallimento di questo mostro tecnocratico è ormai la prima méta a cui puntare. Siamo di fronte ad un bivio: così come è, con le sue garanzie socialdemocratiche, l’Europa non può sopravvivere. O queste garanzie vengono rimosse, i diritti acquisiti cancellati, la richezze redistribuita a favore delle banche in crisi, oppure il mostro va soppresso e va fatta l’operazione opposta. Il modo per fotterli è cancellare immediatamente ogni debito, con la BCE, con le banche italiane e con tutti gli altri grandi e piccoli speculatori. Ma non possaimo farlo fino a che rimarremo una colonia dei tecnocrati di Bruxelles. Bisogna quindi affondare l’Euro e cancellare il debito. Sarà un terremoto, la prospettiva è cupa. Dovremo ricostruire dalla macerie.

Da Anarchaos

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