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Pierre Joseph Proudhon: tra spontaneismo proletario e giustizia sociale

Di Francesco Maria Battisti





Jean-Pierre Proudhon nasce da famiglia proletaria. Lavora come correttore di bozze in una tipografia dove si autoistruisce. Diventa successivamente proprietario di una tipografia che gestisce per scopi politici. Nel 1840 pubblica Cos’è la proprietà? Ricerche sul principio del diritto e del governo. Nel 1846 pubblica il Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria. Nel 1848 dirige due giornali e partecipa ed è l’anima dei moti rivoluzionari della Comune di Parigi. Nel 1849, dopo un attacco a Luigi Bonaparte, viene processato e condannato a tre anni di carcere. Fugge in Svizzera, ma tornato in Francia viene comunque arrestato. E’ liberato nel 1852. Pubblica la Filosofia del progresso. Dopo un periodo di malattie e varie disgrazie, si riprende e pubblica, nel 1858 “La giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa”; nel 1861, La guerra e la pace. Ricerche sul principio e la costituzione del diritto delle genti; nel 1863, Il principio federativo o la necessità di ricostruire il partito della rivoluzione. Nell’anno della sua morte, 1865, escono La capacità delle classi operaie, e Nuove osservazioni sull’Unità d’Italia,
Proudhon non solo diventa un fecondo scrittore, ma si inserisce in prima persona – al contrario di Karl Marx – più di una volta nell’azione e nel dibattito politico e morale a lui contemporaneo, assumendo quasi sempre il ruolo di provocatore perché difensore della giustizia sociale.
Suoi nemici sono il governo di Luigi Bonaparte, la classe sociale ed intellettuale che lo difende; i comunisti che sono antagonisti della forte base socialista ed anarchica, della quale Proudhon diventa un leader. Dopo un primo periodo di solidarietà Marx e Proudhon divennero accaniti avversari. Famosa è la polemica tra di loro: il primo fautore di una organizzazione partitica, quindi gerarchica, della rivoluzione; il secondo fautore della spontanea violenza proletaria.
Marx comunque deve a Proudhon l’uso del concetto di contraddizione in termini non ideali, ma materiali ed economici (quelle che egli chiama le contraddizione economiche della miseria, cfr. “La filosofia della miseria”) nonché la connessione originale tra filosofia dialettica ed economia che mancava in Germania e nel pensiero marxista.
 
La proprietà è un furto
Se dovessi rispondere alla seguente domanda: Che cos’è la schiavitù? e rispondessi con una sola parola: E’ un assassinio, il mio pensiero sarebbe subito compreso. Non avrei bisogno d’un lungo discorso per dimostrare che il potere di privare l’uomo del pensiero, della volontà, della personalità, è un potere di vita e di morte, e che rendere schiavo un uomo significa assassinarlo. Perché dunque a quest’altra domanda: Che cos’è la proprietà? non posso rispondere allo stesso modo: E’ un furto senza avere la certezza di non essere compreso, benché questa seconda proposizione non sia che una trasformazione della prima?
Il proprietario, una volta divenuto tale con l’acquisto, “non cede affatto il suo strumento: se lo fa pagare eternamente ed eternamente lo conserva”.
La proprietà sarebbe improduttiva, se non vi fosse, da parte dei proprietari, una congiura nello sfruttamento dell’unico fattore che produce dalla proprietà una ricchezza: il lavoro.
“I capitali, gli utensili e le macchine sono del pari improduttivi. Il martello e l’incudine, senza fabbro e senza ferro, non forgiano; il mulino, senza mugnaio e senza grano, non macina… Mettete insieme degli utensili e delle materie prime; gettate un aratro e delle sementi su un suolo fertile, montate una fucina, accendete il fuoco e chiudete la bottega, non produrrete certo di più”.
Il lavoro è la causa principale della “moltiplicazione delle ricchezze”. “L’uomo è il solo tra gli animali che lavora, crea cose che la natura non produce… parla, canta, scrive, racconta, calcola, fa piani e li esegue… Per sopravvivere egli sfrutta tutta la natura; se ne appropria e la trasforma. In tutto ciò che fa, egli mette intenzione, coscienza e gusto ma ciò che è veramente notevole è che, con la divisione del lavoro e con lo scambio, l’umanità intera agisce come un sol uomo, e che, tuttavia, ciascun individuo, in questa comunità d’azione, si ritrova libero e indipendente”.
L’uomo vuole vivere del proprio lavoro
Se la proprietà, lasciata da sola, è improduttiva, come fanno i proprietari ad arricchirsi?
Lo fanno combinando proprietà improduttiva con lavoro.
Democrazia diretta: “Il popolo è il custode della legge, il popolo è il potere esecutivo. Ogni cittadino può affermare: Questo è vero; quello è giusto; ma la sua convinzione impegna lui solo: affinché la verità ch’egli proclama divenga legge, occorre che sia riconosciuta”.
La Giustizia
Originale è la concezione della Giustizia in Proudhon. Una Giustizia che viene realizzata in assenza di uno Stato, ed in assenza di una autorità che lo rappresenti in maniera punitiva (il giudice ed il giustiziere). La Giustizia è una “facoltà dell’anima, la prima di tutte, quella che costituisce l’essere sociale”. Vivere con gli altri è possibile se si stabiliscono con gli altri rapporti “giusti”, di pari dignità morale. La Giustizia è una “pressione esercitata dall’esterno sull’io”. Essa “risiede nella collettività sociale”; ed in tale collettività nessuno si può ergere per essere più giusto degli altri. La Giustizia è nell’intimo dell’individuo, omogenea con la sua dignità, uguale a quella stessa dignità moltiplicata per la somma dei rapporti che la vita sociale comporta… La Giustizia è reciprocità tra pari. Dunque la Giustizia è il prodotto di questa facoltà: è il rispetto, spontaneamente provato e reciprocamente garantito, della dignità umana, in qualsiasi persona e in qualsiasi circostanza essa si trovi compromessa, e a qualsiasi rischio ci esponga la sua difesa”. La Giustizia è giusto equilibrio tra diritti e doveri
Dalla definizione di Giustizia si deduce quella del diritto e del dovere. Il diritto è per ciascuno la facoltà di esigere dagli altri il rispetto della dignità umana nella sua persona, il dovere, l’obbligo per ciascuno di rispettare questa dignità negli altri.
Dall’identità della ragione presso tutti gli uomini, e dal sentimento di rispetto che li porta a mantenere a qualsiasi costo la loro dignità reciproca, risulta l’uguaglianza davanti alla Giustizia”.
Vita privata e vita pubblica
Proudhon distingue tra vita privata e vita pubblica, ponendo il divieto di interferire sulla vita privata: “Gli atti della vita privata sono quelli che l’uomo o la famiglia compiono in virtù della loro individualità personale e familiare, nel segreto dell’abitazione, e che, non collegandosi direttamente ad alcun interesse estraneo, non dipendono da alcuna legge, né impegnano la dignità di chicchessia”. Gli atti della vita privata sono esclusivo dominio di coloro che li compiono. Il privato è dunque segreto; il pubblico è la contrario trasparente e noto: “Gli atti della vita pubblica sono tutti quelli nei quali sono impegnati la dignità e l’interesse della società; tali atti possono essere legittimamente svelati e rimproverati, a meno che non ci sia stata condanna e pena: in quest’ultimo caso il rimprovero diventa ingiuria e non è più permesso”.
Proudhon si oppone, d’altra parte, ad atti pubblici che vengano mantenuti segreti per tutelare interessi personali che probabilmente si orientano contro il pubblico interesse; alla proibizione di criticare l’azione pubblica di qualsiasi potente o rappresentante dello stato; alla condanna morale di atti privati, che non appartengono mai alla sfera pubblica (ad esempio, le questioni sessuali).
Leggi e decreti di questo genere vengono da lui denominati come “reazionari, emanati nell’interesse di alti personaggi che ogni nuovo governo si fa dovere di proteggere contro le recriminazioni dei cittadini”.
Il federalismo
La federazione, come patto tra gli eguali, costituisce per Proudhon un’alternativa credibile rispetto alle monarchie costituzionali del suo tempo: “monarchia, aristocrazia democrazia, ecc., a eccezione della federazione, si riducono a costruzioni ipotetiche, empiriche, in cui la ragione e la giustizia non ottengono che una soddisfazione parziale” (da Il sistema federativo). “Federazione, dal latino foedus”, Proudhon intende “un patto, trattato, convenzione, alleanza, ecc., è una convenzione per mezzo della quale uno o più capi famiglia, uno o più comuni, uno o più gruppi di comuni o Stati, si impegnano reciprocamente e ugualmente su certi particolari oggetti, il cui onere incombe esclusivamente sui delegati della federazione”(da Il sistema federativo).
Il tratto caratteristico del contratto federativo (non si tratta di unione ma di alleanza contrattuale) sarebbe che “comuni, cantoni, provincie o Stati… si riservano individualmente, formando il patto, un maggior numero di diritti, di libertà, di autorità, di proprietà, di quanti non ne lascino. (da Il sistema federativo).
Nella federazione “l’autorità incaricata della sua applicazione non riesce mai a prevalere sulle sue costituenti, voglio dire che gli attributi federali non possono mai eccedere in numero e in realtà quelli delle autorità comunali o provinciali, allo stesso modo che queste ultime non possono superare i diritti dell’uomo e del cittadino… Per riassumere, il sistema federativo è l’opposto della gerarchia o centralizzazione amministrativa e governativa, tratto distintivo ex aequo, delle democrazie imperiali, delle monarchie costituzionali, e delle repubbliche unitarie. Questa è la sua legge fondamentale, caratteristica: nella federazione, gli attributi dell’autorità centrale si specializzano e si restringono, diminuiscono di numero, d’immediatezza, e, oserei dire, d’intensità, a mano a mano che la Confederazione si estende con l’annessione di nuovi Stati”. (da Il sistema federativo).
(Du principe fédératif, a cura di G. Scelle, Paris, Rivière, 1959, pp.270-273, 318-321 – Estratti dai compendi di Francesco Maria Battisti)
 
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Fonte:Rinascita

Da Arianna Editrice

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