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Perché Mr. Robot ha vinto ai Golden Globes

Di  Livio Ascione

Come ogni anno ci ritroviamo a commentare una delle più importanti kermesse per produzioni audiovisive del mondo: i Golden Globes, meglio noti come “il Festival di Cinema e Serie TV che anticipa gli Oscar e ce ne spoilera i vincitori”. Per quanto mi riguarda ogni anno si ripete lo stesso canovaccio: attendo con ansia l’arrivo di questo appuntamento fino a quando non me ne dimentico e ritrovo la diretta per caso facendo zapping prima di andare a dormire. Il vero cinefilo mi avrebbe già bacchettato sulle mani.

Indipendentemente da questa infrazione alla fede verso la settima arte e ai suoi adepti ho ritrovato, con grande piace e ben poco stupore, nella lista dei vincitori la meravigliosa serie Mr. Robot aggiudicandosi l’assegnazione come miglior drama e migliore attore non protagonista. Per chi non avesse visto questa serie vi prego di recuperarla il prima possibile. Su Wired Italia se n’è parlato spesso e, obiettivamente, se state navigando su questo sito, esiste una percentuale davvero bassa per cui questa serie non possa piacervi.
La storia parla di Elliot Alderson è un giovane ingegnere informatico di New York che lavora come esperto di sicurezza informatica alla ditta Allsafe. Elliot è paranoico e ha delle visioni costanti che lo fanno sfociare nella sociopatia più disperata. Ingegnere informatico di giorno, Elliot si trasforma in un hacker spietato di notte. Un giorno, Elliot viene avvicinato da Mr. Robot, un misterioso anarchico-insurrezionalista, che intende introdurlo in un gruppo di hacktivisti conosciuti con il nome di fsociety.
Mr. Robot ha intenzione di causare il fallimento della multinazionale E Corp, cliente principale della Allsafe che creerà a Elliot e ai suoi amici non pochi problemi. Probabilmente le storie di hacking e attivisti possono aver avuto una coscienza narrativa soprattutto dopo gli strazianti fatti avvenuti in Francia e la partecipazione in trincea (informatica, s’intende) del gruppo attivista Anonymous, al quale gli sceneggiatori di Mr. Robot si sono sicuramente ispirati. Inevitabilmente viene da pensare che si tratti di una serie tv per addetti ai lavori e, ve l’assicuro, non è così.
Innanzitutto c’è da precisare una cosa: lo spettatore non ha bisogno di una laurea in ingegneria informatica per seguire le vicende di Elliot e soci. Pur essendo solo appassionato di informatica e ritenendomi un “curiosone” del mondo tecnologico, ho davvero apprezzato la possibilità di non chiudere azioni e dialoghi unicamente nel calderone del tecnicismo e del brutal-nerd.
Dopo aver analizzato a fondo le dinamiche di inserimento di tematiche attuali legate al mondo dell’informatica all’interno delle nuove serie TV, mi sono reso conto di quanto sia importante non cadere nemmeno troppo nella banalità, con il rischio di raccontare il computer e la tecnologia tramite comiche vicende “alla Nonno Libero” della fortunata serie televisiva Un Medico in Famiglia.
Così, se nella seconda stagione di House of Cards si apre la strada al deep web, non è ancora abbastanza per costruire la strada della coerenza stilistica e del processo di immersione dello spettatore all’interno della storia. È ancora tutto irreale e artefatto, è ancora troppo semplice prendere il controllo di un computer ed è ancora troppo spettacolare. Quello che dovrebbe far paura appare notevolmente ridicolo e lontano dal mondo reale.
Ciò che ha colpito in Mr. Robot non è però soltanto il racconto della storia di un informatico che hackera le macchine, ma di un uomo che vuole entrare nell’intimo core delle persone intorno a lui . Queste complicatissime macchine biologiche sono riuscite a costruire enormi muri, fatti di tecnologia, di socialità apparente, di marketing, di società corrotte.
E cosa c’è di più archetipico della spinta che induce alla comprensione e alla necessità di conoscenza dell’altro? Cosa di più corrotto della volontà di voler attraversare le famose colonne d’Ercole? Fsociety, ovvero “fuck society”, vuole una manovra di default, di ritorno all’essenziale. Dove l’uomo è al centro e la macchina torna uno strumento.
A differenza di serie come Halt and catch Fire, serie in cui si raccontano altre storie di informatici, in Mr. Robot ci inseriamo in una riflessione sull’uomo e su tutto ciò che porta con sé e nel suo personale sistema operativo, ricco di zone d’ombra e di attitudini all’autodistruzione. Tra l’altro, lo stesso Halt and catch Fire risulta troppo virtuoso nel campo informatico e non riesce ad uscire dal circolo vizioso del tecnicismo.
Spendo davvero poche parole per le caratteristiche tecniche: regia eccellente, con una superba caratterizzazione dei personaggi. Christian Slater si porta a casa il premio come miglior attore non protagonista in una serie tv, film tv o miniserie e devo dire che è estremamente meritato. Lo capirete guardando gli occhi di questo attore e non i movimenti o il dialogo.
Il montaggio è uno degli altri motivi per cui questa serie ha meritato i Globes, così come la scelta sapiente dei dialoghi e, dulcis in fundo, la colonna sonora che vi lascerà senza fiato.
Con questi auspici ci auguriamo che la seconda stagione non faccia andare in crash il sistema e ci regali altri episodi di pari livello.

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