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Per gli statali è in arrivo la mobilità. Chi si sposta rischia il taglio allo stipendio

La mobilità forzata a cui sta lavorando il ministro Marianna Madia rischia di tradursi anche in un taglio degli stipendi. Per i dipendenti del pubblico impiego si preparano anni difficili. Ciò che nelle precedenti riforme era sempre stato delegato alla contrattazione, ora viene deciso in modo unilaterale dal governo che anche su questa partita ha scavalcato i sindacati.
Ieri il governo ha presentato un documento di quattro articoli, che sarà un Dpcm, con le tabelle di equiparazione. Queste dovrebbero essere un punto di riferimento per l’inquadramento di quanti saranno spostati da un’amministrazione all’altra. Dall’incontro a Palazzo Vidoni sono venute fuori una serie di sorprese che i sindacati non si aspettavano. In pratica la mobilità potrebbe contenere il rischio di un taglio allo stipendio di chi deve traslocare dalla struttura dove è attualmente a una nuova postazione.
In base alle tabelle di equiparazione, chi viene spostato dovrebbe mantenere lo stesso inquadramento. Eventuali differenze retributive verrebbero compensate con un assegno ad personam. Fin qui tutto bene. Poi però dall’incontro con i tecnici del ministero della Funzione pubblica, i sindacati hanno appreso che eventuali aumenti contrattuali portrebbero ad una decurtazione di tale assegno. Non solo. In assenza di risorse, l’assegno potrebbe anche essere sospeso.
Le sorprese non finiscono qui. Le tabelle di equiparazione sono un punto di riferimento per le amministrazioni ma non sono affatto obbligatorie. Inoltre sono piuttosto generiche su alcuni punti fondamentali per chi sarà spostato. Si dice che va tenuti presente il titolo di studio ma non è specificato se si tratta di quello che il dipendente pubblico aveva al momento dell’assunzione o anche di un eventuale nuovo titolo conseguito durante il servizio nell’amministrazione pubblica. Non ci sono certezze inoltre sul salario accessorio.
Si rischia quindi di lasciare ampia discrezionalità all’amministrazione e di penalizzare chi è costretto a trasferirsi. Una doccia fredda per un settore che attende da cinque anni il rinnovo del contratto e che a causa del blocco del turn over ha visto lievitare il numero dei precari (300 mila) e innalzare fino a 57 anni l’età media della categoria. Il congelamento dei redditi si è tradotta in una perdita di 5 mila euro dal 2010 ad oggi.
I tempi per il piano della mobilità sono stretti. Entro due settimane sarà sottoposto all’approvazione della Conferenza Stato-Regioni e poi, ottenuto il via libera, diventerà un Dpcm. Ai sindacati è stato chiesto di dare le loro osservazioni entro il 9 aprile, un tempo considerato insufficiente da tutte le sigle sindacali che hanno chiesto un nuovo incontro.
I sindacati hanno minacciato «una risposta dura» ma il governo non sembra intenzionato a farsi intimidire. «È stato un incontro tecnico inconcludente e deludente» ha commentato il segretario confederale della Uil Antonio Foccillo mentre per Bernava della Cisl «è uno strumento rigido e arcaico». La Cgil è piuttosto scettica sulla possibilità che ci sia un nuovo incontro. «È emersa innanzitutto l’impossibilità di aprire un vero e proprio confronto su una materia così delicata come la mobilità» ha spiegato Federico Bozzanca.
La risposta del ministro Madia alle richieste sindacali è quasi una sfida che lascia pochi margini di trattativa: «I sindacati vogliono aiutarci con i loro contributi puntuali e di merito prima dell’adozione definitiva del provvedimento oppure vogliono proseguire in una battaglia ideologica proprio alla vigilia di una grande operazione di mobilità come quella delle province?» Madia spiega che le tabelle «sono uno strumento tecnico, che attua una precisa disposizione di legge e aiuta il processo di mobilità che già esiste e che non ha mai funzionato in maniera efficace».

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