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No alle trivelle in mare: dieci regioni vogliono il referendum

 Petrolio? No, grazie. I rappresentanti di dieci Consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise) hanno presentato questa mattina in Corte di Cassazione la richiesta di sei referendum per fermare le trivelle nel Mediterraneo. 


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La delegazione era guidata dai presidenti Piero Lacorazza (Basilicata), Roberto Ciambetti (Veneto), Gianfranco Ganau (Sardegna) ed era composta da un delegato per le altre Regioni.
I SEI QUESITI REFERENDARI – In Cassazione sono stati depositati sei quesiti. Le proteste dei cosiddetti “No Triv” riguardano l’articolo 35 del decreto sviluppo del governo Monti – che dà il via libera a operazioni di ricerca ed estrazione di idrocarburi nella fascia tra le cinque e le dodici miglia dalla costa – e l’articolo 38 del decreto “Sblocca Italia” di Renzi (che consente procedure accelerate per queste “attività di interesse strategico e di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”).

No alle trivelle in mare: dieci regioni vogliono il referendum
“SONO INUTILI E DANNOSE” – “Il messaggio che lanciano oggi i delegati dei dieci consigli regionali al governo Renzi depositando in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia, è forte e chiaro”, ha commentato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Il Paese non ha bisogno di inutili e dannose trivellazioni. Serve piuttosto urgentemente una diversa strategia energetica che liberi il Paese dalle fonti fossili e garantisca la qualità del territorio e il benessere della popolazione, non gli interessi dei petrolieri. È ora di ascoltare la voce e le richieste delle associazioni e dei cittadini, come hanno fatto le Regioni depositando i quesiti referendari per l’abrogazione delle norme pro trivelle approvate da questo governo e da quelli precedenti”.
No alle trivelle in mare: dieci regioni vogliono il referendum
IL DIRITTO DI PROPRIETA’ PRIVATA – Capofila dell’iniziativa è la Basilicata, con il presidente Piero Lacorazza che chiede “che siano ripristinati i poteri delle Regioni”. Secondo Lacorazza un altro dei punti sul tappeto è quello del diritto di proprietà privata, perché “un articolo dello Sblocca Italia prevede che per dodici anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. Il presidente lucano ribadisce che non si tratta di un caso di “sindrome nimby” (“Non in my back yard”, non nel mio cortile): in Basilicata “abbiamo già la presenza di settanta impianti di trivellazione – non vogliamo non sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”.

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