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Nessuno tocchi Caino: in Africa pena di morte in calo

Di Fabrizio Ferrante
Nella giornata di venerdì, 3 agosto, si è tenuta presso la sede di Radicali Italiani in via Torre Argentina, a Roma, la presentazione del rapporto 2012 di Nessuno tocchi Caino sull’uso della pena di morte nel mondo. Anche se i dati fanno registrare un calo più o meno generalizzato resta ancora tanto da fare, a cominciare dall’opera di persuasione da svolgere in primis su Stati Uniti e Giappone. Buone notizie giungono dall’Africa, dove Rwanda e Sierra Leone hanno abolito la pena capitale.
Sul macabro podio delle esecuzioni praticate nell’ultimo anno, sono saliti tre paesi da sempre particolarmente determinati nell’uso della pena di morte. Cina, Iran e Arabia Saudita restano ancora saldamente i feudi dell’omicidio di Stato, sebbene nella Repubblica Popolare si stia registrando una sensibile inversione di tendenza su numeri che restano sempre astronomici. Nel 2011, infatti, sono state giustiziate circa 4.000 persone in Cina, circa mille in meno rispetto all’anno precedente. I numeri della Cina impattano fortissimamente anche sul dato relativo al continente asiatico, che resta quello in cui il ricorso al boia è maggiormente usato. Sono 4.931 i giustiziati in Asia nell’2011, a fronte dei 5.855 dell’anno precedente. Tra questi non sono computati i cinque giapponesi giustiziati nel 2012, due dei quali sono stati impiccati proprio venerdì, a conferma di come nel paese del Sol Levante si stia facendo passi indietro, rispetto a un 2011 in cui nessuno era stato giustiziato.
Resta da specificare come nei paesi in cui vige la legge Coranica, il rischio di finire dinanzi al boia sia acuito da un codice che punisce con la morte anche condotte non perseguibili in altre zone del mondo – per lo meno non con la morte – come l’omosessualità e il consumo di droghe o, nel caso delle donne, l’adulterio. Tutte fattispecie riscontrate negli altri due componenti del podio, come Iran e Arabia Saudita. Sergio D’Elia (foto a destra) segretario di Nessuno tocchi Caino, ha evidenziato la necessità che il Giappone e gli Usa cancellino questa macchia dalla propria immagine internazionale, oltre che dal proprio ordinamento di nazioni civili e democratiche. Sul Giappone pesa inoltre un’ulteriore responsabilità, ovvero la prassi di non comunicare ai condannati la data della loro esecuzione, rendendo l’avvenimento ulteriormente devastante sotto l’aspetto psicologico.
Gli Stati Uniti rappresentano invece l’unica realtà nell’intero continente americano in cui il boia è ancora attivo – 43 rispetto a 46 nel 2010 – con il Texas sempre alfiere di questa triste tradizione in un contesto in cui cresce il numero di stati abolizionisti. Anche in Europa esiste un’eccezione rispetto alla tradizione di un continente che può vantare l’assenza della pena di morte. E’ il caso della Bielorussia, ultimo avamposto sovietico in Europa orientale. Buone nuove giungono invece dall’Africa, dove si è annunciata la fine delle esecuzioni in Rwanda e Sierra Leone, quest’ultima vincitrice del premio “abolizionista dell’anno”. Nel continente nero, tuttavia, il boia è ancora attivo in quattro paesi. Maglia nera per la Somalia con 11 esecuzioni nel 2011, sette per il Sudan, cinque per il Sudan meridionale e una per l’Egitto. Tali numeri sono suscettibili di variazioni al rialzo, derivanti da mancate comunicazioni di dati probabilmente più preoccupanti. In totale, attualmente nel mondo si stimano 155 paesi in cui la pena di morte non è più in vigore attraverso atti legislativi o moratorie tra cui 44 abolizionisti, ovvero i paesi in cui la pena di morte è in disuso da almeno dieci anni.

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