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Nello scontro tra Iran e Arabia Saudita, la Turchia rimane ambigua

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[Carta di Laura Canali – 2010]

Di Daniele Santoro

“L’accordo sul nucleare tra l’Iran e i paesi del 5+1 è ancora al di sotto del livello raggiunto da quello tra  Iran, Turchia e Brasile nel 2010. Spero che alla fine di giugno Teheran raggiunga tale livello”.
Il commento del ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu all’accordo di Losanna rivela tutta la frustrazione con la quale Ankara ha accolto uno sviluppo che rischia di spostare gli equilibri mediorientali a suo ulteriore svantaggio. Il riferimento alla Dichiarazione di  Teheran del 17 maggio 2010 è infatti un amarcord doloroso per i turchi.
All’epoca, la Turchia era considerata la “stella nascente” del firmamento mediorientale. Grazie a un’impetuosa crescita  economica e alla dinamica geopolitica ideata dall’allora ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, Ankara era riuscita a sfidare con successo l’egemonia iraniana in Siria, Iraq, Libano e Palestina, divenendo il centro di gravità delle dinamiche regionali. Facendo leva su tale status, il  governo turco assunse il ruolo di “avvocato difensore” del programma nucleare iraniano, diventando un attore chiave dei negoziati con Teheran e arrivando a sfidare gli Stati Uniti votando contro le sanzioni alla Repubblica islamica al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
A distanza di cinque anni, il quadro è mutato profondamente. La Turchia è stata completamente estromessa dai negoziati, tanto che ultimamente la questione del  nucleare iraniano è sostanzialmente sparita dal dibattito politico nazionale. Soprattutto, l’accordo tra i  paesi del 5+1 e l’Iran arriva a seguito di un processo che ha portato a un nuovo ribaltamento degli  equilibri regionali. Questa volta a favore di Teheran.
Gli errori di valutazione commessi da Erdoğan e Davutoğlu nella gestione delle “primavere arabe”hanno infatti causato un clamoroso ridimensionamento dell’influenza turca in Medio Oriente, a favore dell’Iran. Se nel 2010 i leader turchi proclamavano più o meno implicitamente l’imminente rinascita dell’Impero ottomano, ora sono i dirigenti iraniani a sbandierare le loro velleità imperiali. La retorica sulla vocazione imperiale dell’Iran e su Baghdad come capitale dell’Impero iraniano forse sovrastima la reale influenza di Teheran in Medio Oriente. Per i turchi, tuttavia, la nascita di un “Impero neo­persiano” che minaccia di cancellare i confini tra Iran e mondo arabo sembra essere una minaccia concreta.
A dare voce a queste ansie è stato il presidente della Repubblica Erdoğan, che il 26 marzo  – in un’intervista concessa alla tv francese France 24 e in una successiva conferenza stampa – ha  dichiarato di “non poter tollerare” le ambizioni egemoniche dell’Iran, chiedendo il ritiro delle  milizie sciite da Iraq, Siria e Yemen e accusando Teheran di combattere lo Stato Islamico in Iraq con il solo obiettivo di prenderne il posto.
Le parole di Erdoğan hanno provocato una delle peggiori crisi diplomatiche tra Turchia e Irandall’arrivo al potere dell’Akp nel 2002. Teheran ha infatti convocato per spiegazioni l’incaricato d’affari turco (l’ambasciatore era all’estero), mentre diversi esponenti del parlamento e del governo hanno chiesto al presidente di rettificare le sue accuse o di posticipare la visita in Iran in programma per il 6­-7 aprile, poi ridotta a un solo giorno. Tale visita – al di là della retorica di Erdoğan sul ruolo che Iran e Turchia dovrebbero giocare per  impedire la morte di centinaia di migliaia di musulmani in Iraq e Siria, dell’atteggiamento conciliante del presidente della Repubblica iraniana Hassan Rouhani e della scenografica camminata mano nella mano dei due leader – non ha chiaramente appianato le profonde differenze tra Ankara e Teheran sulle principali crisi regionali.
La sostanza delle accuse di Erdoğan è stata peraltro ribadita il 4 aprile dal primo ministro Davutoğlu. Particolarmente significativo è il fatto che l’attacco di Davutoğlu contro le mire espansionistiche dell’Iran sia arrivato al termine del bilaterale con il suo omologo pakistano Nawaz Sharif. Tale incontro, secondo molti, ha infatti certificato la nascita di un triangolo regionale turco-­saudo­-pakistano le cui basi erano state gettatea marzo in occasione della visita di Erdoğan a Riyad. Triangolo che dovrebbe costituire il pilastro di un “fronte sunnita” volto a  contenere le ambizioni regionali di Teheran.
Nonostante l’attivismo di cui ha dato prova in passato per favorire il ritorno dell’Iran nei  circuiti economici, finanziari ed energetici globali, la recente riduzione della sua influenza in Medio Oriente ed Eurasia costringe la Turchia a interpretare le dinamiche di lungo periodo dell’accordo di Losanna con una certa inquietudine. Secondo le previsioni del  banchiere iraniano Ramin Rabii, ad esempio, se a giugno verrà raggiunto un accordo definitivo nel  2016 l’economia iraniana potrebbe crescere del 5% e raggiungere tassi del 7-­8% a partire dal 2017.  L’anno successivo, inoltre, l’interscambio con l’Unione Europea potrebbe schizzare a 400 miliardi di euro dai 7,5 attuali. Come avverte l’analista turca Lale Kemal, è possibile che entro il 2023 sia l’Iran a entrare nella top ten delle economie mondiali. Non la Turchia, come da propaganda del presidente Erdoğan. Tali dinamiche avrebbero chiaramente degli effetti dirompenti sugli equilibri regionali, anche alla luce del fatto che, sia pure non nel breve periodo, l’Iran sarebbe  destinato a diventare un attore energetico di primo piano a livello globale.  Nonostante ciò, a parere di molti analisti la “scelta saudita”, in particolare nella sua dimensione anti­-iraniana, potrebbe rivelarsi un errore madornale per la Turchia.
Erdoğan, al di là della retorica, sembra pensarla allo stesso modo. La decisione di partecipare, a dire il vero in  modo molto defilato, alla coalizione a guida saudita che sta combattendo gli Huthi in Yemen e i suoi attacchi frontali contro l’Iran non sembrano infatti presupporre una netta scelta di campo. Più  che altro, il presidente sta cercando di compiacere Riyad, di cui ha un disperato bisogno nel breve  periodo per almeno tre ragioni.
La prima è di carattere finanziario. Il significativo rallentamento  della crescita economica, il crollo della lira e gli effetti del probabile aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve rendono cruciale l’iniezione di capitali sauditi nel sistema economico turco per far fronte alle necessità di finanziamento esterno e mantenere la stabilità  fiscale. In secondo luogo, Erdoğan è convinto di poter ridurre l’isolamento regionale  del suo paese e in particolare di poter riallacciare i rapporti con l’Egitto grazie ai buoni uffici dei  sauditi. Molti sostengono infatti che re Salman sarebbe intenzionato a imprimere una svolta profonda alla geopolitica del regno. Svolta che comprenderebbe una parziale revisione dei rapporti con i  Fratelli musulmani. Riyad potrebbe dunque mediare una riconciliazione tra Ankara e Il Cairo  sulla base di uno scambio tra il rilascio dell’ex presidente egiziano Morsi e degli altri membri della  Fratellanza e il riconoscimento da parte della Turchia del regime di al­-Sisi. Secondo  Fuat Avni, “gola profonda” del governo, il presidente turco avrebbe già fatto il primo passo scusandosi con al­-Sisi in occasione della visita a Riyad. Infine,  Erdoğan sembra leggere le relazioni con l’Arabia Saudita, e usare la retorica anti­-iraniana, anche e  soprattutto alla luce dei rapporti con gli Stati Uniti e Israele.
Nonostante la parziale revisione della  strategia nei confronti dello Stato islamico, simbolizzata dall’accordo turco­-americano  sull’addestramento di qualche migliaio di membri dell’opposizione siriana firmato ad Ankara il 19  febbraio, i rapporti tra Turchia e Stati Uniti rimangono piuttosto tesi. Per non parlare di quelli  personali tra Erdoğan e Obama. In tal senso, non può essere un caso che una delle rarissime  conversazioni telefoniche degli ultimi due anni tra i due leader sia avvenuta poche ore dopo l’annuncio del presidente turco relativo al supporto logistico all’operazione a guida saudita contro  gli Huthi. E che a cavallo della firma dell’accordo di Losanna tra i paesi del 5+1 e l’Iran il vice  primo ministro Bülent Arınç, l’incaricato d’affari a Tel Aviv e il vice ministro degli Esteri  Naci Koru abbiano rilanciato con forza la prospettiva di una partnership tra Turchia e Israele.
La politica filo­saudita della Turchia, tuttavia, non presuppone una strategia anti­-iraniana. Per quanto nel breve periodo le esigenze contingenti porteranno Ankara a  gravitare nell’orbita di Riyad, come dimostra la visita nella capitale turca del ministro degli Interni saudita Mohammad bin Nayef al­ Saud la sera prima della partenza di Erdoğan per Teheran, nel lungo periodo l’Iran rappresenta un partner di ben altro livello. Senza dubbio, l’esplosione dell’economia iraniana che seguirebbe al raggiungimento di un accordo definitivo sul nucleare costituisce una seria minaccia alla supremazia economica della Turchia nella regione.  Supremazia sulla quale si basa(va)no i disegni neo­ottomani di Erdoğan e Davutoğlu. Allo stesso tempo, tuttavia, essa potrebbe rappresentare uno stimolo formidabile per l’economia turca.  Secondo alcune stime, infatti, nel giro di qualche anno l’interscambio tra Ankara e Teheran potrebbe schizzare a 90 miliardi di dollari, ciò che farebbe dell’Iran uno dei principali partner commerciali della Turchia. Inoltre, potrebbe essere proprio il gas iraniano – qualora affluisse insieme a quello azero e, in prospettiva, nord­iracheno nel cosiddetto “corridoio meridionale” ­ – a realizzare il  sogno di Ankara di tramutare la penisola anatolica nel principale hub geoenergetico eurasiatico.
Per di più, l’Iran rappresenta per la Turchia una “porta” sull’Asia centrale, uno snodo imprescindibile per concretizzare i progetti infrastrutturali, energetici e  commerciali con paesi strategici come Pakistan e Turkmenistan. E, paradossalmente, anche una  “porta” sul Golfo, tanto che la rotta iraniana sostituirà quella egiziana allo spirare dell’accordo commerciale con Il Cairo a fine aprile. Di qui, il messaggio principale lanciato da Erdoğan ai dirigenti iraniani in occasione della visita a Tehran del 7 aprile: lasciamo da parte le divisioni settarie e concentriamoci sul benessere comune. D’altra parte, come ha ricordato di recente l’analista turco Abdullah Bozkurt, la Turchia non potrebbe comunque permettersi una politica anti­-iraniana.
La comunità alevita turca è infatti profondamente infiltrata dall’intelligence di Teheran, che si è  avvalsa e intende avvalersi di tale infiltrazione per influenzare le scelte del governo di Ankara. Secondo il capo della più importante organizzazione alevita, negli ultimi anni almeno 700 dede (leader  spirituali) hanno fatto visita alla Guida suprema Ali Khamenei. Le indagini sull’organizzazione terroristica Tawhid­-Salam, sponsorizzata da Teheran, hanno inoltre rivelato che le attività clandestine dell’Iran in Turchia hanno raggiunto un livello tale da rendere come minimo controproducente qualsiasi mossa anti­-iraniana di Ankara. A bilanciare questo stato di cose sta il  fatto che anche la politica espansionista iraniana, come è stato per quella turca, rischia una sovraesposizione potenzialmente fatale nel medio periodo, soprattutto alla luce della sua  dimensione terroristico­-militare.
L’integrazione dell’Iran nella comunità internazionale, poi, potrebbe influenzare negativamente le relazioni di Teheran con la Russia, aumentando l’importanza di Ankara agli occhi di Mosca. Senza contare che le elezioni del 7 giugno inaugureranno verosimilmente un periodo di relativa stabilità politica per la Turchia, che tornerà  alle urne solo nel 2019. Al contrario, l’Iran dovrà presto gestire lo spinoso problema della  successione alla Guida suprema Ali Khamenei. Successione che non si annuncia né rapida né tantomeno indolore.  Nel breve periodo, dunque, l’obiettivo della Turchia è quello di bilanciare in modo accorto le relazioni con l’Arabia Saudita e quelle con l’Iran. Le necessità tattiche e gli imperativi strategici.
In questa operazione, la “ambiguità ideologica” di Erdoğan – decisore  di ultima istanza su questioni di tale importanza – sembra essere un asset particolarmente utile.  Oltre a essere un “fanatico” sostenitore dei Fratelli musulmani, come ha ricordato di recente il  presidente siriano Bashar al­Asad, Erdoğan è infatti anche ossessionato dalla sua reputazione a  Riyad. In una delle conversazioni telefoniche trapelate lo scorso anno, Erdoğan, terrorizzato di perdere la fiducia dei sauditi, è arrivato a intimare al figlio Bilal di rimuovere immediatamente un tweet anti-­saudita pubblicato su un account vicino all’Akp, rimproverando il suo rampollo in modo piuttosto brusco. Allo stesso tempo, il leader turco è anche un  fervente ammiratore del modello della Repubblica islamica iraniana. In occasione della visita a  Teheran dell’ottobre 2014, Erdoğan ha definito l’Iran la sua “seconda casa”.
È estremamente significativo che due fedelissimi del presidente turco del calibro di Hakan Fidan,  direttore del servizio segreto (MİT), ed Efkan Ala, nominato ministro dell’Interno all’indomani delle operazioni giudiziarie del dicembre 2013, vengano descritti nei documenti dell’indagine  sull’organizzazione Tawhid­-Salam trapelati lo scorso anno come elementi chiave del network clandestino iraniano in Turchia. Fidan sarebbe stato reclutato dall’intelligence iraniana già negli anni Novanta, mentre Ala viene considerato uno dei maggiori punti di riferimento di tale network all’interno del governo, nonché un grande ammiratore della Rivoluzione iraniana e dell’ideologia  sciita. Tanto che in occasione della visita di Erdoğan in Iran nel 2013 l’ayatollah Khamenei gli  avrebbe donato la sua pietra di preghiera, oggetto che per i sunniti costituisce una sorta di tabù.
Tale “ambiguità ideologica” (un misto di ammirazione per l’Islam politico dei Fratelli  musulmani, timore reverenziale nei confronti del wahhabismo saudita e “invidia” per la  rivoluzione sciita iraniana) costituisce la migliore garanzia per una “ambiguità geopolitica” necessaria a evitare che la Turchia venga esclusa da quello che Rami G. Khouri definisce  “l’inizio di un eccitante, complesso e prolungato processo attraverso il quale le potenze arabo-islamiche sopravvissute (…) negozieranno nuove relazioni che potrebbero plasmare una storica  architettura di sicurezza regionale per gli anni a venire”.

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