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“Nella villa di Ormen”: misteri e presagi di Blackstar, l’album-testamento di Bowie

Di Cristiano Sanna   
Che la sua salute non fosse buona si sapeva da tempo. Ma della gravità della situazione i più erano all’oscuro, ecco perché è stato sconvolgente quell’aggiornamento di stato sulla pagina Facebook ufficiale di David Bowie, in cui si racconta dei “18 mesi di battaglia” contro il cancro. Persa a 69 anni da uno degli artisti più mutevoli e sperimentatori che il rock e il pop abbiano avuto a disposizione. Bowie l’alieno lascia la Terra mentre il 2016 comincia. Il suo testamento ideale, come si usa, dovrebbe essere l’ultimo album Blackstar uscito appena due giorni prima della scomparsa. E lo speculare musical Lazarus in scena da settimane a New York (interpretato da Michael C. Hall, il Dexter della tv). In queste ore si scava negli ascolti e nelle letture dei testi del disco per capire quanti “presagi” di ciò che è accaduto possa contenere.  A cominciare dal lunghissimo brano che dà il titolo all’intero album.

 

Ormen, le candele, il mistero – Blackstar dura dieci minuti, il brano più lungo fra quelli realizzati da David Bowie, al pari di Station to Station, di quarant’anni fa. Anche allora furono altrettanti minuti di durata, struttura musicale ricca e irregolare e testi oscuri e pieni di rimandi, anche esoterici, che fecero molto discutere. Nel 1976 Bowie inventava il personaggio elegante, pallido ed emaciato del Duca Bianco, alter ego che poi gli rimase addosso per tutta la carriera. E fuggiva dal grande successo e da pressioni ed eccessi cocainici che lo avevano portato ad un passo dalla psicosi. Stavolta il brano d’apertura suona come un rituale, l’evocazione di un altrove che avrà il pregio di far riscoprire ai più uno scrittore misconosciuto. Blackstar cita la “villa di Ormen” dove una candela e “i tuoi occhi” stanno “al centro di tutto”. Ormen – Il serpente è il romanzo rivelò la breve stella (morì suicida a 31 anni) dell’autore svedese Stig Dagerman. E’ alla sua storia, oscura e sul tema del terrore, che rimanda il brano di Bowie, con relativo videoclip altrettanto inquietante. Molti hanno visto nel video e nel “singolo” una critica al concetto di terrore religioso, di violenza estremista generata da un concetto pervertito di spiritualità. E qualcuno ha parlato di Isis, forse gratuitamente. Musicalmente è un brano diviso in tre movimenti, con uno stacco deciso nel finale.

 

Kendrick Lamar e i jazzisti – Il suono di Blackstar è affidato al produttore-fratello di sempre, Tony Visconti, che anche nell’ultimo saluto allo scomparso Bowie ha messo in chiaro: “David ha sempre fatto quello che ha voluto”. Incluso affidare questo suo ultimo album, che profuma di musica urban (il cantante ha ammesso di essersi lasciato ispirare dal rap e certe sonorità di Kendrick Lamar) ma affida l’esecuzione ad una band di stampo jazzistico. Con Donny McCaslin ai fiati, Mark Guiliana ai tamburi, Ben Monder alla chitarra, Jason Lindner alle tastiere e Tim Lefebvre al basso. Questo porta a un pop pieno di divagazioni, incurante delle formulette facili da classifica. Come nella nervosa, quasi funk-new wave ma con sax in libertà‘Tis Pity She Was a Whore. E nella successiva Lazarus, secondo singolo e video tratti dall’album. Anche questa una riflessione sul tema della morte e della rinascita, con un Bowie invecchiato, bendato e segnato dalla malattia che fa parlare un uomo che sta in paradiso, ma porta con sé “ferite che nessuno può vedere”. Un riferimento ai 18 mesi di guerra al cancro? A parere dello stesso produttore Visconti, sarebbe l’esplicito commiato di Bowie ai fan.

 

Il passato reinventato – Sue (Or In A Season Of Crime) è nervosa e minacciosa e riporta al Bowie di Heathen, con la voce aliena a stendersi fra i ritmi pulsanti della jungle music. Girl Loves Me potrebbe essere un frammento proveniente dalla celebre trilogia berlinese dell’artista, dove l’amore è disperato, minaccioso ma anche impossibile da non desiderare. Il penultimo brano del disco, Dollar Days, è una dolcissima ballad che si ricollega alla malinconia del precedente album The Next Day (che a sua volta citava Heroes, del 1977, a proposito di rimandi). In chiusura I Cant’ Give Everything Away è un treno che corre nella notte, fra sax selvaggi e ritmi anni Ottanta. “Non posso dare via tutto”, canta Bowie evocando il figlio prodigo di cui si legge nella Bibbia. Un grido vitale che va oltre la disperazione per ciò che è inevitabile. L’ultimo grido di David Bowie.

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