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Milano, la “santa” alleanza fra la giunta di sinistra e il gruppo islamista dei Fratelli Musulmani


Di Stefano Magni
Che male ci sarebbe a costruire una moschea a Milano? In teoria nulla. Si tratterebbe di un’espressione della libertà di religione. In pratica bisogna considerare due aspetti: chi la gestisce e con quali fondi. Ed è implicita la terza domanda: per fare cosa? Abbiamo già visto, su queste colonne, che il Qatar sta finanziando un grande progetto di penetrazione culturale della Sicilia. A Milano sta accadendo la stessa cosa? Se non la stessa cosa, per lo meno qualcosa di molto simile.
Anche nel caso di Milano, che ospita una delle più densamente popolate comunità musulmane d’Italia (120mila fedeli), a farsi carico dell’iniziativa per la costruzione di una moschea è una giunta di sinistra, quella del sindaco Giuliano Pisapia, esponente di Sel, il partito di Niki Vendola. In quel partito era candidato un giovane musulmano milanese, Davide Piccardo. E’ il figlio di Hamza Roberto Piccardo, traduttore del Corano, uno dei fondatori dell’Ucoii (Unione comunità e organizzazioni islamiche in Italia), attualmente portavoce della European Muslim Network presieduta da Tariq Ramadan. Tutti numi e sigle che riconducono alla galassia europea dei Fratelli Musulmani. La presenza di Piccardo (figlio) nelle file del Sel si spiega da subito, perché la costruzione della moschea milanese è uno dei punti in programma di Pisapia. Il Caim, Coordinamento delle Associazioni Islamiche Milanesi, di cui è portavoce Davide Piccardo, appare come il principale interlocutore della giunta.
Il progetto della moschea si dimostra molto problematico in una città come Milano, dove è presente una comunità musulmana estremamente variegata. Si pensa, inizialmente, alla costruzione di tante moschee di quartiere, così da rispettare la pluralità di comunità. Il Caim, invece, preme per un’unica grande moschea. Alla fine, nell’estate del 2014, si arriva ad una soluzione di compromesso: tre aree su cui indire un bando di concorso per la costruzione dei luoghi di culto. Le associazioni che possono partecipare al bando sono quelle iscritte all’albo delle associazioni religiose milanesi, istituito nell’estate del 2013. Ma c’è qualcosa che non torna e, sulla base di un ordine del giorno presentato dall’opposizione, con primo firmatario il consigliere Matteo Forte (Polo per i milanesi), il bando non viene pubblicato il 26 novembre, come previsto.
Due sono gli ordini di problemi. Il primo è l’anomalia costituita dall’albo delle associazioni religiose milanesi. Dovrebbe essere lo Stato a dialogare con le minoranze religiose organizzate, non un singolo comune. Nel loro comunicato congiunto dello scorso 25 novembre, i consiglieri del Polo, Manfredi Palmeri, Carmine Abagnale e Matteo Forte, precisano: “Le nostre proposte si limitano a recepire quanto da sempre previsto dalla cosiddetta normativa sui culti ammessi per quelle confessioni che non hanno siglato un’intesa con lo Stato, ovvero la possibilità di far approvare dal Viminale i ministri del culto. È chiaro che non si tratta di una condizione per l’esercizio libero della propria fede, già garantito dalla Costituzione, ma per la fruizione di un’area comunale messa a gara. E dal momento che tale approvazione comporta il riconoscimento del valore civile di certi riti compiuti dal ministri del culto, come ad esempio il matrimonio, è giusto che questi siano adeguatamente formati sulle leggi italiane, partecipando a corsi patrocinati dalla Direzione centrale Affari dei culti”. Ma il secondo ordine di problemi riguarda proprio le associazioni che potrebbero partecipare al bando. “Certe non dovrebbero proprio partecipare” – ci spiega il consigliere Matteo Forte.
Matteo Forte spiega a La Nuova Bussola Quotidiana di come la giunta Pisapia abbia tenuto quasi completamente all’oscuro il Consiglio sulla trattativa in corso per la costruzione delle moschee. Almeno fino al 25 novembre, quando il Consiglio ha convocato in aula l’assessore al Welfare e ha sollevato il dibattito, conclusosi con lo stop al bando per la costruzione. “La giunta Pisapia ha legittimato solo una parte della comunità islamica di Milano. Parliamo di varie sigle, ma sono sostanzialmente tutte riconducibili all’Ucoii. E in particolar modo riconducibili alla famiglia Piccardo. Solo a loro viene assegnata l’organizzazione della celebrazione di fine Ramadan, ogni anno. Una collaboratrice dell’assessore al Welfare è responsabile degli eventi culturali del Caim e promotrice dell’associazione G2 (immigrati di seconda generazione) a cui sono stati concessi locali del Comune. Terzo: le associazioni del Caim sono state coinvolte dall’amministrazione nell’accoglienza dei profughi siriani, tanto che, stando alle notizie fornite dallo stesso Caim, 60 profughi sono stati accolti nelle moschee di Viale Jenner e Cascina Gobba. Altre affiliate al Caim. Questi interlocutori sono la lunga mano in Italia dei Fratelli Musulmani: un islamismo con una matrice politica fondamentalista molto chiara, come ho avuto modo di sottolineare in aula”.
L’estate scorsa, il Caim aveva presentato il progetto “per la costruzione di un’unica grande moschea, di fronte all’ex Pala Sharp – spiega Forte – I finanziamenti per la costruzione di questo nuovo luogo di culto sarebbero molto probabilmente giunti, secondo le informazioni diffuse dal Caim, da un unico paese: il Qatar. Ora: il Qatar è attualmente l’unico Paese arabo che riconosce (e finanzia) i Fratelli Musulmani”. A questo primo progetto è subentrato il nuovo: le tre aree del Comune da mettere a bando. In teoria, possono partecipare al concorso tutte le associazioni religiose, anche non islamiche. Ma … “sono ovviamente escluse sia la Diocesi di Milano che la Comunità Ebraica. Entrambe non hanno alcun interesse ad iscriversi ad un albo comunale. Anche perché i rapporti fra lo Stato e le confessioni sono regolate da Roma, non dai comuni. Se non è stata siglata alcuna intesa fra lo Stato e una confessione, vale la legge dei culti ammessi. Non c’è un vuoto legislativo, non è che la giunta Pisapia può improvvisare una nuova legge e decide di stilare delle mini-intese con le confessioni di Milano”. Non è solo una questione formale, perché, solo seguendo il tracciato normativo sui culti ammessi, “verrebbero tutelate dalle leggi italiane le parti più deboli. E penso alle donne, soprattutto, visto che la nostra legge vieta il ripudio e la poligamia. Se la giunta Pisapia rifiuta questi criteri, prima di tutto si sta opponendo allo Stato, secondo dice di no a delle garanzie che tutelano le minoranze stesse. Quindi si sta giocando una partita decisiva”.
In questo modo, dunque, la moschea (o le moschee) di Milano potrebbe essere gestita dall’associazione islamica più affine ai Fratelli Musulmani e con i fondi del Qatar? “Stando alla sola realtà locale, il Caim, fra i suoi affiliati troviamo, anzitutto Viale Jenner, che anni fa fu definita dal Dipartimento di Stato Usa come la centrale operativa in Italia di Al Qaeda. Poi c’è l’associazione turca Milli Gorus, affiancata ad Hamas ed Al Qaeda nel Rapporto 2013 del Ministero degli Interni tedesco. Ci preoccupa che chi molto probabilmente seguirà un progetto da presentare per il bando, e cioè il responsabile dell’area servizi edilizi e immobiliari del Caim, sia anche membro dell’Alleanza islamica d’Italia, il 39esimo gruppo della lista nera appena stilata dal governo degli Emirati Arabi, e che ha la sede allo stesso indirizzo del Coordinamento promosso da Piccardo”. E poi: “Nell’agosto del 2013, alla chiusura del Ramadan, Piccardo invita all’Arena Civica l’imam Al Bustanji, che poco prima aveva incitato i bambini palestinesi al ‘martirio’. Ha invitato a predicare nei suoi centri anche Musa Cerantonio, noto all’anti-terrorismo internazionale perché va in giro in tutto il mondo a predicare la jihad, invitando i musulmani d’Europa ad arruolarsi nella guerra siriana, In questi quasi quattro anni di dialogo fra il Comune e il Caim, ci sono anche questi dati. Su cui qualcuno, prima o poi, dovrà risponde”. E il Qatar? “Per ora il Caim parla di finanziamenti ‘privati dal Qatar’. Fra i criteri del bando di concorso c’è anche la tracciabilità e la trasparenza sui finanziatori. Il problema, più che altro, è politico. Nel momento in cui un paese come il Qatar è isolato dalla Lega Araba, è isolato nel Golfo, perché ha scelto di sostenere in tutti i modi i Fratelli Musulmani … come Comune, legittimando il Caim, mi sto andando a infilare in quel conflitto fra sunniti, dalla parte di un Paese isolato da tutti gli altri per la sua intransigenza ideologica”.

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