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Matrix o la dottrina tecnologica del risveglio:2° parte

D’altronde, lo stesso concetto di “intelligenza collettiva” – così come è stata teorizzata da alcuni filosofi, fra i quali spicca lo studioso ebreo/francese Pierre Lévi – trasferisce, sul piano dell’esperienza sociale contemporanea, l’idea mitologica diunità metafisica: non a caso essa ricorda così da vicino quella partecipatiòn mistiqueche per l’antropologia caratterizza il senso di unità, in termini etnici e simbolici, nei popoli cosiddetti primitivi, fra i quali, nell’adesione spontanea all’edificio delle credenze metafisiche metabolizzate dal gruppo, il singolo è condotto a sciogliersi mentalmente nella sostanza psichica collettiva.2 Un po’ come accade, in ambito cristiano, nel rito della partecipazione liturgica al corpo mistico di Cristo, “corpo” che coincide contemporaneamente con la Chiesa e con l’insieme dei credenti.


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Ma per una definizione corretta di “mito” così come si presenta all’interno delle culture tradizionali, occorre rifarsi al pensiero e alle parole di Mircea Eliade, e in particolare al suo scritto Mito e realtà. Secondo Eliade il mito narra una vera e propria storia, che pur essendo “sacra”, o meglio proprio per questo, è nondimenoreale, tanto più reale in quanto informa – con la propria struttura archetipica – la stessa realtà – in questo senso solo immaginaria ed illusoria – della vita comune. I riti deterrebbero quindi il ruolo di rivivificare ciclicamente – in questo senso – la realtà empirica, riattualizzando l’evento primordiale o gli eventi capitali di tale originaria “creazione” del mondo.
In questo senso va pure interpretata la dottrina buddhista, che si differenzia dalle altre forme mitologiche tradizionali per il carattere esplicito delle sue affermazioni, palesemente metafisiche: il buddhismo, infatti, è detto anche la “dottrina del risveglio”. Il suo scopo principale è di condurre l’asceta alla realizzazione dell’irrealtà del mondo, del suo carattere transitorio e in qualche modo arbitrario, per risvegliare l’essere che “dorme” sopito nelle costruzioni illusorie di Maya, costretto a vagare senza fine fra le correnti del Samsara, l’oceano cosmico del divenire. In questo modo verrebbe a cessare il dolore dell’esistenza, dell’ex-sistere, dello “stare fuori” dal vero Essere, che in quanto tale è “vuoto”, al di là di ogni qualificazione.3
Credo che The Matrix4 sia in un certo senso – almeno per quanto riguarda l’immaginario che descrive – il capolavoro cinematografico degli anni ’90, un po’ come Blade Runner lo è stato degli anni ’80. La pellicola è estremamente significativa per l’indagine che stiamo conducendo, per molti motivi. Innanzitutto per il soggetto fantastico, che abbandona definitivamente i temi fantascientifici connessi allo spazio – diciamo così – “analogico”, nei quali, come abbiamo visto, il viaggio intergalattico riveste di un carattere materialistico i temi tradizionali delle grandi mitologie del passato. Ma poi soprattutto perché il soggetto, oltre a raccontare una storia esplicitamente “sacra” – o pseudo tale – si configura fondamentalmente come una moderna parabola del risveglio spirituale, confermando completamente l’ipotesi di Zolla – precedentemente ricordata – circa una possibilità implicita alle tecnologie della realtà virtuale di condurre verso la consapevolezza di una radicale illusorietà di ogni empirico senso di realtà.
La trama racconta di un mondo futuribile, in tutto simile al nostro, ma composto in realtà da una simulazione virtuale generata da un computer – Matrix – finalizzata al controllo l’umanità, e di come il personaggio protagonista – Neo, novello profeta e salvatore – allertato dai sentori tipici narrati da ogni storia sacra tradizionale (premonizioni, inquietudini e coincidenze), gradualmente raggiunga la consapevolezza di tale “inganno” cosmico, e quindi – attraverso intricate e cavalleresche peripezie – favorisca il risveglio degli uomini imprigionati nel grande sogno che abitano, e che appare loro come la realtà. Non occorre soffermarsi sul fatto che moltissimi indici narrativi del film sembrano desunti – addirittura nei nomi (la città Zion, il personaggio Morpheus e lo stesso Neo) – dalle grandi tradizioni metafisiche e religiose dell’antichità; questo, oltre ad essere tipico della letteratura del genere ed essere già stato abbondantemente praticato dalla cinematografia fantastica degli ultimi trent’anni,5 conferma peraltro la vocazione principale della fantascienza, che ha lo scopo esplicito di affrontare temi mitologici spiegandoli con argomentazioni pseudo-scientifiche; ciò che invece c’è di nuovo in questa pellicola, è la citazione esplicita del tema principale di ogni narrazione mitico-religiosa, quello del risveglio spirituale.
Ogni dottrina metafisica poggia sull’ipotesi – che talora come nell’induismo e in particolar modo nel buddhismo assume un profilo totalizzante – che la realtà che ci troviamo a vivere non sia che sogno, illusione, inganno, o – nel migliore dei casi, come nello stesso cristianesimo – episodio secondario e marginale di fronte alla totalità metafisica del nostro essere. Secondo una tradizione profetica dell’Islam, “l’uomo dorme, e quando muore si sveglia”, e come noto – e già ricordato – il buddhismo assume anche la denominazione di “dottrina del risveglio”. Il Buddha stesso è detto “il risvegliato”, colui che – grazie alla meditazione e secondo un destino (dharma) metafisico che ne vuole fare uno strumento di risveglio per l’umanità intera – si rende conto dell’illusorietà della realtà, del suo sostanziale non-essere, pervenendo dall’ignoranza (avidya) alla conoscenza (vidya). In questa dottrina, a intessere l’apparenza della realtà è una divinità che si chiama Maya, regina, con i suoi veli, dell’apparenza illusoria delle cose.6
Maya, come Matrix, intesse con il suo potere demiurgico l’apparenza della realtà nelle coscienze degli esseri umani che – in questo modo – non scorgono la realtà autentica che si nasconde sotto i suoi veli, e – vittime dell’ignoranza – sono destinati a vivere in eterno di sogno in sogno, tormentati dal dolore esistenziale.
E’ come se il novecento finalmente avesse verificato che l’insieme delle sue rappresentazioni non consistesse nient’altro che in un’illusione, e dunque – con la realtà virtuale – tentasse di dare consistenza in qualche modo reale a questo sogno. L’obiettivo – per esempio – di conquistare lo spazio cosmico, di trovare al di là dei limiti naturali del cielo fisico una ragione all’insondabile mistero dell’esistenza terrena, sublimandolo nella ricerca – realmente metafisica – di forme “extraterrestri” di vita, si è rivelato – alla fine del millennio – un’utopia, esattamente un sogno. Ecco allora che l’elettronica – che non ci ha permesso di arrivare su Marte – ci permette però di vivere come collettività questo sogno, dando ad esso un corpo meta-fisico (o se si preferisce pseudo-spirituale) totalmente credibile, coinvolgente, immersivo, interattivo.
E quando non c’e’ più differenza fra sogno e realtà, fra percezione soggettiva e mondo empirico, quando – ancor meglio – la realtà empirica si sostanzia di “oggettiva” materia onirica – come appunto accade in ogni realtà virtuale – quale paradigma di priorità del vero sul falso invocare? Se la bistecca virtuale di The Matrix ha – per le virtuali papille gustative del “sognatore” che la degusta – un sapore migliore di una bistecca vera, quale principio invocare per scegliere la seconda alla prima? Quando la psicologia e la biotecnologia sapranno evitarci gli scompensi fisici e mentali dovuti alla sola frequentazione del mondo virtuale di contro a quello reale – o meglio attuale – perché dedicarci alla banalità della veglia se le soddisfazioni del sogno saranno totali? Per citare il film, alla fine sceglieremo la pillola blu o la pillola rossa, quella del risveglio?
In questo discorso interviene il livello che potremmo definire del “limite”. Si tratta in fondo dei limiti – determinati da priorità etiche – che si stabiliscono fra livelli ontologici della realtà. Confrontato con la realtà virtuale, un film lascia in fondo insoddisfatti, per gli stessi limiti tecnologici relativi all’artificialità della postura fisica e mentale a cui la sua fruizione ci obbliga nell’esperienza pur virtuale in cui consiste la sua visione; il limite della virtualità è – nella forma dello spettacolo – ancora insufficiente, per poter aspirare a mettersi in concorrenza con la realtà, e dunque i due livelli di esistenza, quello mentale e quello fisico, possono convivere dando vita a tutto l’insieme dei meccanismi compensatori dell’equilibrio psicologico. Ma quando tale limite si sposta e si innalza al di sopra di un certo livello, allora l’equilibrio si spezza, esattamente come quando una droga smette di fare danni fisici. Quale paradigma di valore invocare, per giustificare il rifiuto di assumerla?
L’uomo ha veramente cominciato ad oltrepassare i limiti da quando ha rifiutato la metafisica, e come portatore di un pensiero e di un’etica “laica” si è avventurato oltre le colonne d’Ercole delle rappresentazioni tradizionali. Oggi si trova a dover rifondare principi – anche parodisticamente – spirituali, i soli che possano intervenire a dare il senso della misura, e dell’unità perduta delle cose.
Note

1. Elemire Zolla, Uscite dal mondo, Adelphi Edizioni, Milano 1992.
2. Tale concetto di “partecipazione mistica” ha un grande rilievo nel pensiero analitico di C. G.Jung, per il quale detiene un’importanza fondamentale nello studio dei fenomeni psicologici primitivi,  quegli stessi fenomeni che sono alla radice – secondo lo psicologo svizzero – sia della creazione dei miti sia, mutatis mutandis, dei comportamenti inconsci dell’uomo moderno.
3. Questo anche se all’esistenza contingente è comunque attribuito un valore, seppure relativo, come è testimoniato dalla parola del Buddha: “mille volte meglio credere nella realtà del mondo piuttosto di avere una falsa idea della sua irrealtà”, e dalla stessa pratica iniziatica, estremamente rigorosa e per niente permissiva, come peraltro vorrebbero credere e far credere certi seguaci occidentali di tale dottrina.
4The Matrix, un film uscito nel 1999 diretto da Andy e Larry Wachowski con Keanu Reeves, Laurence Fishburne e Carrie-Anne Moss. Gli straordinari effetti speciali sono dovuti al supervisore John Gaeta. Messiah, un videogioco sviluppato dalla TeamEgo per la Shiny Enterteinment.
5. Si veda a tale proposito il mio studio La cinepresa di Arianna, Presenza e manipolazione del mito nella cultura di massa, uscito presso la Casa Editrice All’insegna del Veltro, di Parma, nel 1988.
6. Un testo estremamente attendibile sul buddhismo è La dottrina del risveglio di Julius Evola, ristampato da Sheiwiller, Milano.

FONTE:http://www.apokalypsis.it/dottrina-tecnologica-del-risveglio-spirituale/

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