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Mali: la vera posta in gioco

Di Amedeo Ricucci

In tempi di crisi, i media mainstream si aggrappano a tutto pur di vendere copie o per fare audience. E infatti sono giorni che ci bombardano con titoli a nove colonne sulla nuova minaccia terroristica di Al Qaeda in Mali e sul rischio di ritrovarsi un nuovo Afghanistan dei talebani nel cortile di casa. Ma è veramente così? Ed è questa la vera posta in gioco nel nuovo fronte, aperto dall’intervento della Francia, della lotta al terrorismo internazionale?  Infine, ed è la domanda cruciale, questa guerra va o no condivisa? Io ho diversi dubbi. E provo ad esporli.
1.  I tre gruppi jihadisti che operano nella fascia saharo-saheliana  e che sono entrati oggi nell’occhio del ciclone – AQMI, MUJAO e ANSAR EDDINE – non sono affatto riconducibili alla centrale storica di Al Qaeda, ubicata fra il Pakistan e l’Afghanistan. Fermo restando l’identica matrice islamista, sia la genesi che l’attecchimento sul territorio maliano di questi tre gruppi rimandano semmai ad un contesto di narco-terrorismo di tipo regionale, che di Al Qaeda sfrutta solo il brand e che, in realtà, è largamente condizionato (e infiltrato) dall’Algeria: unica, vera potenza regionale dopo la caduta di Gheddafi in Libia. Compromessi con i servizi segreti algerini risultano infatti i tre leader di questi gruppi, vale a dire Mokhtar Belmokhtar, Iyad ag Ghali e Abu Zayd . E non poche ombre si addensano sulle più spettacolari delle loro azioni, dall’inizio della decade in corso: non ultime quelle che hanno portato le katibe islamiste alla conquista del nord del Mali, a spese del MNLA, il movimento storico dei tuareg, laico. (Si legga al proposito qui).                                                                                            
2. Secondo tutte le stime disponibili, i tre gruppi dispongono di qualche migliaio di combattenti, 2-3mila, non di più. Si tratta di combattenti ben addestrati e ben armati, è vero, che hanno avuto tutto il tempo per acquisire una perfetta conoscenza del terreno.Ma è altrettanto vero che gli USA erano lì a monitorarli da anni, prima con la Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative (2005), poi con la creazione nel 2008 di Africorps,  un nuovo comando operativo insediato a Stoccolma e che proprio in Mali inaugurò le sue operazioni, con le manovre “Flintlock”. Come mai si è preferito mantenere il basso profilo sulle scorribande di questi gruppi terroristici? E perché non si è lanciato prima l’allarme? Cosa c’è dietro l’atteggiamento, apparentemente disinteressato, del Pentagono nei confronti della guerra in corso?
Invece che trastullarsi con gli scenari esotici che questa nuova guerra mette in mostra – la mitica Timbuctu, i mitici uomini blu – i mass media maistream farebbero bene a concentrarsi su altre questioni cruciali. La prima riguarda la “rendita del terrore”, come l’ha definita l’antropologo inglese Jeremy H.Keenan (di cui sarebbe bene leggere il libro The Dying Sahara). L’espressione è cruda ma perfetta per sottolineare l’intreccio di interessi che, dopo l‘attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, ha visto gli Stati Uniti allearsi in nome della lotta al terrorismo ( e ri-legittimare così la propria leadership) con una serie di Stati e di Dittatori , fra cui l’Algeria – ma il discorso riguarda anche Ben Ali in Tunisia, Saleh in Yemen o Mubarak in Egitto – i quali hanno operato sotto banco per creare uno “scenario terroristico” che garantisse loro finanziamenti ed armi a volontà. Se questa ipotesi fosse vera, andrebbero letti diversamente i ripetuti sequestri di occidentali avvenuti negli anni scorsi nel Sahel. Ed anche la conquista del nord del Mali da parte dei gruppi jihadisti, a scapito dei tuareg del MNLA, troverebbe una sua spiegazione meno banale. La guerra in corso, quindi, non sarrebbe – come si è affrettato a dichiarare al mondo il premier francese Francois Hollande – l‘extrema ratio per evitare che il Mali cadesse nelle mani di Al Qaeda ma un’operazione pianificata ad arte e dai risvolti un po’ più oscuri.
Non bisogna per forza essere dei complottisti anti-imperialisti per credere che si possano spingere dei gruppi terroristici a compiere azioni eclatanti che li espongano poi al contrattacco e, magari, all’annientamento. E’ già successo nella storia: l’ha fatto la CIA, più volte, e l’hanno fatto i servizi segreti algerini durante gli anni bui della guerra civile.  Tutte le guerre sono sporche, si sa. E anche questa non fa eccezione.

Fonte:http://www.amedeoricucci.it/mali-la-vera-posta-in-gioco/

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