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LONDRA – Capitale della povertà

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Di Daniele Lorenzetti
La chiamano “la capitale dei soldi”, la metropoli più internazionale dove l’ultimo magnate arabo o cinese in vena di follie può permettersi di affittare, senza battere ciglio, una magione per più di 30 mila sterline di canone al mese.
C’è poi l’altra faccia di Londra, quella meno pubblicizzata: la città-mondo dove quasi un bambino su due vive ancora sotto la soglia della povertà. Uno spaccato di miseria che sembra iscritto nel dna della capitale britannica, ed è tanto imbarazzante quanto difficile da estirpare.
 Nella capitale britannica vivono almeno 320 mila bambini nati in famiglie sotto la soglia di povertà.
Dentro il buco nero della povertà sono finite le politiche fallimentari dei governi laburisti e ora rischiano di essere inghiottite anche le buone intenzioni dell’esecutivo lib-con. «Sconfiggeremo la povertà entro il 2020», aveva promesso in campagna elettorale l’attuale inquilino di Downing Street David Cameron e la ricetta era quella di affidare le cure alle mani generose della Big Society, tagliando il cordone ombelicale dell’assistenzialismo. «Non è possibile continuare a far figli da disoccupati confidando nei sussidi pubblici», aveva rincarato la dose il ministro della Cultura Jeremy Hunt. Ora però Cameron ha cominciato a parlar d’altro, come della necessità di una stretta sull’immigrazione.
I CONTI DELLA POVERTÀ. Forse perché i conti ancora non tornano nella capitale del Regno. E a ricordarlo ci hanno pensato i dossier dell’associazione Child Poverty Action: l’Inghilterra mantiene i più alti tassi di povertà infantile tra i Paesi industrializzati europei. E sette dei primi dieci quartieri in condizioni peggiori sono concentrati proprio a Londra.
Bussando alla porta di un’altra associazione no profit, il Trust for London, il quadro non cambia: oggi vivono nella capitale 305 mila bambini con genitori poveri e disoccupati, meno dunque dei 415 mila dei primi Anni ’90.Ma il numero di piccoli nati da famiglie a bassissimo reddito è salito da 240 a 320 mila. Papà o mamma magari lavorano pure, ma portano a casa solo briciole.
LA MAPPA DEL DISAGIO. Secondo le statistiche ufficiali nel Regno Unito si può parlare di povertà infantile in famiglie che, escluse le spese di alloggio, vivono con 11 sterline o meno al giorno. E la mappa della miseria londinese è la triste fotografia delle divisioni di sempre, che la crisi ha appena esacerbato senza cambiarne i connotati: colori azzurrini nei benestanti quartieri occidentali, e tinte rosso fuoco nelle storiche roccaforti dickensiane. Come a Tower Hamlets, il quartiere a maggioranza bengalese appena a est dei grattacieli della City, dove si viaggia ben oltre il 50%.
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L’enclave della povertà nel cuore di Londra
Il mercatino dei fiori di Columbia Road.
È domenica mattina dalla parti di Columbia Road, e frotte di visitatori invadono questo angolo dell’East London dove è cresciuto un pittoresco mercatino di fiori. Affacciata alle finestre di un modesto caseggiato, una signora osserva perplessa il via vai del popolo alla moda. Passato il weekend mordi-e-fuggi, sparite le pettinature di tendenza, il quartiere torna a essere bazzicato solo da giovani dall’accento cockney. Una scena tra le tante nella capitale dei mondi paralleli di chi ce l’ha fatta e di chi è finito ai margini.
Prendiamo un quartiere cosmopolita del centro come Islington, qui si trovano case vendute a professionisti dei media o del design per milioni di pound. I trentenni di successo amano la café society del distretto. In pochi sanno che a Islington la percentuale di bambini poveri supera il 40%».
Reclusi nei blocchi degli alloggi popolari costruiti negli Anni ’50, i figli della Londra misera crescono nelle stesse strade, dentro vite separate da un muro invisibile. Famiglie che mandano il figlio alla private school accanto a chi non può permettersi di pagare la mensa. «Londra è una città di quartieri e questo per fortuna ha impedito che, come accade in altre capitali, i poveri siano stati espulsi dal centro. Ma non ha scoraggiato una segregazione di fatto».
 Magra consolazione quella di aver evitato le banlieue alla parigina per ritrovarsi le enclave dei diseredati. Anche perché oggi il processo di espulsione dei meno abbienti oltre i confini dell’inner London è in atto.Spiegano gli esperti che negli anni dei governi Labour i numeri della povertà erano stati limati a forza di sussidi, ma senza successi eclatanti, mentre il segmento più ricco della società inglese prendeva il volo, sull’onda del boom finanziario. Ora, dopo il biennio della recessione, i poveri restano dov’erano, e a tirare la cinghia è il ceto medio ex-benestante.  
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«Nonostante la politica oggi scelga l’immigrazione come capro espiatorio»,accusa Nichols, «la realtà è più complessa. Negli ultimi anni il flusso di immigrati entrati in Gran Bretagna è costituito soprattutto da lavoratori qualificati, richiesti dall’industria dei servizi. Il problema della povertà affonda piuttosto le sue radici nel classismo di base della società britannica». E Hugh Thornbery, direttore dei servizi per bambini di Action for Children, conclude: «In questo Paese milioni di bambini continuano a essere destinati alla povertà. Il governo ha bisogno di trasformare le promesse in azione. E presto»
fonte: Lettera 43

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