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L’invasione degli alberi mostro

Di Fulvio Gioanetto
La «Red per un Cile senza transgenici», composta da una settantina di organizzazioni ambientaliste e associazioni di consumatori, ha denunciato che nel paese sudamericano si stanno realizzando, all’insaputa dell’opinione pubblica, varie piantagioni di specie native di alberi locali clonate e in cui sono stati inseriti geni trangenici. Dice che almeno due specie di alberi delle zone fredde della cordigliera andina, il lenga (Nothofagus pumilio) e il raulí (Nothofagus alpinum), alberi molto utilizzati nelle costruzioni e in falegnameria per l’eccelente legno dai toni rosati che producono, sono coltivati – in segreto – nella nona regione l’Araucabia (nella parte meridionale del paese), in esperimenti condotti sia dall’istituto forestale statale Infor sia dall’impresa Demegen Inc.
Dale notizie trapelate, queste ricerche non sono nuove in Cile. Infatti, fin dal 2002 e fino al 2008, la joint venture GenFor, basata in Cile, con le imprese biotecnologiche Cellfor (Canada), Interlink (Usa) e la locale Fundación Chile – oltre al Consorcio Genómica Forestal S.A. (che opera nell’Università del Centro de Biotecnología di Concepción, nella regione di Bío Bío) e la VitroGen S.A., appoggiate dall’istituto forestale nazionale e da sei imprese forestali, avevano coltivato ettari di alberi transgenici per renderli resistenti alle malattie e al freddo. Attraverso una tecnologia di embriogenesi somatica della Genfor SA, sono stati introdotti nei pini geni resistenti agli erbicidi. Agli eucalipti sono stati clonati geni con proprietà insetticide e altri tolleranti a funghi defolianti.
I risultati di queste sperimentazioni non sono mai stati resi pubblici: la giustificazione fu che si trattava di imprese private che effettuavano esperimenti in terreni privati e che si trattava di biotecnologie in pieno sviluppo. Questo però dopo aver ottenuto permessi ad hoc, forzando le norme del Servizio agricolo ufficiale (Sag), le cui norme impongono requisiti di biosicurezza per autorizzare coltivazioni transgeniche in Cile, e di fatto escludono le piantagioni commerciali di alberi.
Casi analoghi accadono in Finlandia, Francia, Belgio, Australia, Canada, Indonesia, Israele, Nuova Zelanda, Svezia e Giappone. Senza tralasciare la Russia, dove pare che nel 2009 siano stati piantati a San Petersburgo e Novgorod qualcosa come 300.000 pioppi e betulle transgeniche per «frenare la deforestazione e contrastare il cambio climatico». In Cina esistono dal 1987 centinaia di ettari di pioppi transgenici a crescita rapida. Questi boschi transgenici si sono mescolati a quello che restava dei boschi nativi. Negli Usa la transnazionale produttrice di cellulosa, legname e biocombustibili ArbolGen ha programmato di piantare mezzo milione di eucalipti e pioppi transgenici in almeno sette stati, modificati con il batterio Pseudomonas putida per assorbire acque contamínate e ripulire Tnt dai suoli contaminati.
I rischi ambientali delle monocolture di alberi transgenici sono ormai ben conosciuti e documentati: rappresentano una erosione della biodiversità (per essere resistenti all’aggressione di insetti e perché non producono fiori, frutta né semi) e un aumento dell’inquinamento del suolo (perché comportano un maggiore uso di erbicidi e insetticidi – paradossale, visto che sono modificati proprio per resistere ai parassiti). Senza dimenticare la contaminazione genetica che viene dalla cross-impollinazione con le specie native, e il rischio di veder sviluppare super-insetti e super-infestanti resistenti alle «nuove proprietà» di questi tree-monsters, alberi-mostro, come li sta chiamando la stampa cilena.
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Da il Manifesto

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