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L’intervento militare in Libia? Sì, ma dell’Egitto

Di Lorenzo Marinone
Affondiamo i barconi degli scafisti, con i droni, col blocco navale, con i sabotatori. Il dibattito su un possibile intervento militare italiano in Libia è rapidamente scomparso dalle prime pagine dei giornali, forse più per discordia politica che per una valutazione attenta di come realizzarlo. Intanto c’è chi, sull’altra sponda del Mediterraneo, sembra fare sul serio e prepara la prossima mossa. L’Egitto di al-Sisi sta concentrando in questi giorni truppe e mezzi lungo il confine con la LibiaLo ha rivelato il sito di intelligence Debkafile, considerato vicino al Mossad (i servizi segreti israeliani) e solitamente attendibile. D’altronde non più tardi del febbraio scorso l’aviazione egiziana aveva già condotto dei raid contro Derna e Bengasi. Una circostanza che aveva ampiamente dimostrato che al-Sisi intrattiene buoni rapporti con il generale libico Khalifa Haftar, capo delle Forze Armate del governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Ma a cosa potrebbe mirare un intervento egiziano via terra, ben più impegnativo dal punto di vista militare e difficile da giustificare sul piano politico?
Buffer zone
Lo scenario più probabile è la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine per limitare gli spostamenti di uomini e armi collegati con i gruppi jihadisti. In sostanza, un movente legato alla sicurezza interna. L’Egitto infatti deve gestire l’insurrezione che dilaga nel Sinai, condotta dalla filiale locale dello Stato Islamico, Ansar Beit al-Maqdis (“Sostenitori di Gerusalemme”), che è riuscita a catalizzare il malcontento di molte tribù beduine della penisola e quindi a radicarsi nel tessuto sociale. Blindare il confine con la Libia significa interrompere i traffici di armi razziate a suo tempo dai depositi dell’esercito di Gheddafi, quindi isolare e indebolire i gruppi jihadisti.
Il momento è propizio anche perché coincide con un giro di vite imposto da al-Sisi. Nel Sinai vige il coprifuoco, la zona cuscinetto esistente al valico di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, è stata raddoppiata da qualche settimana, e il governo è riuscito a spezzare l’unità delle tribù portando dalla sua almeno le due confederazioni più influenti, i Tarabin e i Sawarka. Tagliando le vie di rifornimento, Ansar Beit al-Maqdis si troverebbe in forte difficoltà.
Via libera in Cirenaica
L’intervento egiziano però potrebbe estendersi a tutta la Cirenaica, la regione orientale della Libia che grosso modo è controllata dalle truppe di Haftar. Gli obiettivi sarebbero due: Derna e Bengasi, gli stessi dei raid aerei di febbraio. Le due città sono in mano a gruppi jihadisti (alcuni federati allo Stato Islamico) che resistono da mesi alle incursioni di Haftar. L’intervento egiziano potrebbe far cadere i bastioni salafiti, visto che l’esercito di al-Sisi è rafforzato dai finanziamenti dall’Arabia Saudita e probabilmente sarebbero della partita anche gli Emirati Arabi.
A che pro? Un’operazione di questo genere consente ad Haftar di presentarsi come unico “uomo forte”per il futuro della Libia a scapito del governo rivale di Tripoli, appoggiato dalla Fratellanza Musulmana. Allo stesso tempo quindi garantisce ad al-Sisi un alleato regionale che bloccherebbe le aspirazioni degli islamisti. D’altronde è su questa linea che si sta muovendo anche parte del governo di Tobruk, sempre più succube di Haftar. L’ostacolo maggiore è crollato qualche mese fa, quando è stata abrogata la legge sull’isolamento politico che impediva agli ex funzionari di Gheddafi di ricoprire qualsiasi incarico. Per Haftar, generale dell’esercito libico fino al 1987, la via del potere è in discesa.
Colpo finale su Tripoli
Le ripercussioni di un intervento militare potrebbero farsi sentire fino a Tripoli. Sulla capitale è in atto un’offensiva condotta dalle milizie di Zintan, alleate di Haftar. La difesa di Tripoli però finora ha retto bene. Se è difficile pensare che al-Sisi possa spingersi via terra fino all’ovest del Paese, è però plausibile che valuti di fornire armi e mezzi (soprattutto aerei) alle milizie locali. Ma un’operazione del genere non può prescindere dall’appoggio – anche silenzioso – delle potenze occidentali.
La linea ufficiale portata avanti dall’Onu è quella di unificare i due governi. Le trattative però non stanno portando a nulla. Di recente i rappresentanti di Tripoli hanno stracciato la bozza di accordo, facendo naufragare per l’ennesima volta il processo di pacificazione. Il problema, come sottolineato di recente dall’ambasciatore libico in Italia Ahmed Safar, sta nel mancato riconoscimento del ruolo del governo islamista che controlla la capitale. Di fronte al tramonto di una soluzione politica crescerebbe la tentazione di forzare la mano. In quest’ottica l’intervento dell’Egitto potrebbe fornire quelle forze di terra – indispensabili per ottenere risultati – che nessun Paese occidentale sembra davvero disposto a impiegare.
Le incognite di un intervento in Libia
In ogni caso resterebbero sul tavolo molti nodi da sciogliere. Innanzitutto palesi questioni legate al diritto internazionale: anche se presentata come lotta al terrorismo, resterebbe un’invasione. Un “cappello” internazionale per conferire legittimità all’azione militare resta per il momento fuori discussione. Poi la reazione di Turchia e Qatar, che appoggiano il governo di Tripoli e difficilmente darebbero il loro benestare a un nuovo intervento militare in Libia. Lo scenario peggiore vedrebbe il Paese teatro di una guerra per procura, con i principali Paesi arabi come protagonisti ma  con l’aggravante dei pozzi di petrolio e gas attorno a cui gravitano interessi francesi, inglesi e italiani. Va poi valutato come si intende mantenere una certa stabilità dopo l’intervento. Sotto la contrapposizione fra Cirenaica e Tripolitania infatti si muovono alleanze estremamente fluide fra gruppi tribali, che non hanno deposto le armi al termine della rivoluzione del 2011 e potrebbero trascinare il Paese in un conflitto dagli esiti ancora più imprevedibili. Una situazione più caotica di quella attuale favorirebbe senz’altro la proliferazione dei gruppi jihadisti. Non solo lungo la costa, dove qualche timido tentativo di espansione è stato condotto nella zona di Sirte. Il rischio è che le regioni meridionali (Sebha, Awbari) diventino ancora una volta un’autostrada per le milizie attive nel Sahel, una sorta di movimento di risacca rispetto a quanto successo in Mali alla fine del 2012, dove l’insurrezione è cresciuta grazie agli ex mercenari di Gheddafi in fuga dalla Libia.

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