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L’interpretazione del Novecento di Ernst Nolte

Le ricerche storiche di Nolte si sono concentrate essenzialmente sulla prima metà del secolo, e in particolare sul periodo che va dalla rivoluzione sovietica del 1917 fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945. Egli ha anche però dedicato alcuni scritti alla Germania nel contesto della guerra fredda, e, dopo la fine del conflitto Est-Ovest e la dissoluzione dell’URSS, ha sviluppato in alcuni saggi, articoli e libri-interviste alcune considerazioni sintetiche ma abbastanza articolate sulla seconda metà del XX secolo, che si riallacciano a quelle relative alla prima metà. Sicché si può dire che ha elaborato una sua interpretazione complessiva del Novecento, che cercherò ora di ricostruire nelle sue linee essenziali[1].

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Due sono le esperienze fondamentali del Novecento che ogni interpretazione complessiva di questo secolo deve cercare di capire in profondità. La prima, che si colloca nella prima metà del secolo, è rappresentata dal nazionalsocialismo. Da una parte esso ha costruito il più perfezionato ed efficiente dei regimi totalitari di marca fascista ed ha compiuto il crimine orrendo del genocidio del popolo ebraico, oltre agli altri crimini nei confronti degli zingari, delle popolazioni slave e dei minorati.


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 Dall’altra parte, ha portato all’esasperazione le tendenze espansionistiche ed imperialistiche tedesche, già emerse in occasione della prima guerra mondiale, ed ha quindi scatenato la seconda guerra mondiale con i suoi orrori. La seconda esperienza è il conflitto Est-Ovest, che costituisce chiaramente il filo conduttore dell’epoca che va dal 1945 alla dissoluzione del sistema sovietico. Le due esperienze, ovviamente assai diverse, sono peraltro legate fra loro dal fatto che l’azione della Germania hitleriana è stata determinante nel passaggio dall’una all’altra. L’attacco sia alle potenze democratiche occidentali che all’URSS ha infatti prodotto la loro alleanza, la cui vittoria finale ha reso possibile l’ascesa dell’URSS al rango di superpotenza mondiale in grado di sfidare il mondo occidentale guidato dalla superpotenza americana.
Se queste sono dunque le due esperienze fondamentali del Novecento, la peculiarità dell’interpretazione di Nolte consiste nel ritenere che la rivoluzione sovietica sia la radice profonda non solo del conflitto EstOvest, ma anche della stessa esperienza nazista. Pertanto la sua visione è caratterizzata da una radicalizzazione della tendenza a considerare il comunismo come il male fondamentale del secolo, che è presente ad esempio in François Furet[2], ma che non giunge a una simile conclusione.
Il nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo è costruito da Nolte fondamentalmente sulla base di due argomentazioni. Secondo la prima, l’estremismo di sinistra bolscevico rappresenta il fattore storico decisivo che ha reso possibile l’avvento al potere in Germania dell’estremismo di destra nazionalsocialista. In sostanza, nel 1917 ha preso il potere in una grande potenza europea un partito che ha scatenato una guerra civile contro la società borghese non solo in Russia, ma in Europa e nel mondo intero, in quanto aveva come obiettivo ultimo e chiaramente proclamato l’assorbimento degli Stati nazionali in un sistema di governo socialista mondiale, avente come premessa non solo l’espropriazione., bensì l’eliminazione dei ceti proprietari. Poiché fu messo effettivamente in pratica il disegno dello«sterminio di classe» all’epoca della guerra civile in Russia e poi nella collettivizzazione forzata dell’agricoltura, non poteva non emergere un partito della resistenza al comunismo nei paesi in cui erano presenti forti partiti comunisti (o comunque forze estremistiche che avevano come punto di riferimento il modello sovietico) e in cui era perciò legittimo attendersi un destino analogo. Il nazionalsocialismo, che aveva avuto il suo più significativo precedente nel fascismo italiano, fu appunto la massima espressione della resistenza al comunismo e la sua vittoria fu resa possibile dal fatto che esso appariva in grado di eliminare in modo radicale un pericolo di fronte a cui sembravano invece impotenti le forze politiche favorevoli ai principi liberaldemocratici.
Secondo Nolte Hitler deve dunque essere considerato essenzialmente un anti-Lenin, nel senso che la motivazione fondamentale della sua azione politica fu la difesa della società borghese unitamente al rifiuto di un universalismo che avrebbe cancellato le nazioni. Di fronte a questa motivazione gli appaiono come elementi certamente importanti ma sussidiari sia l’antisemitismo (fondato sulla falsa convinzione, che Hitler peraltro condivideva con personaggi come Henry Ford, secondo cui l’ebraismo fosse il terreno di coltura del bolscevismo), sia l’espansionismo (che, nella misura in cui era rivolto anche in direzione dei paesi democratici, era funzionale al rafforzamento della capacità tedesca di sconfiggere la sfida internazionale comunista). L’individuazione nell’anticomunismo della motivazione centrale del nazionalsocialismo, se permette di dire che si è trattato di una reazione fino a un certo punto sincera e legittima e di comprendere il successo che ha avuto presso l’opinione pubblica, non implica minimamente per Nolte giustificare i crimini compiuti dai nazionalsocialisti, e in particolare il genocidio del popolo ebraico. E qui interviene la sua seconda argomentazione.
Il nazionalsocialismo ha potuto costituire un efficace partito della resistenza al comunismo nella guerra civile ideologica da esso scatenata, in quanto ha costruito una ideologia avente le stesse caratteristiche totalitarie, pur nella diversità degli obiettivi, dell’ideologia comunista, una ideologia cioè che prometteva la soluzione definitiva di ogni problema attraverso un radicale cambiamento della natura umana. Il passaggio dall’ideologia totalitaria allo Stato totalitario, proprio perché eliminava ogni limite al potere della classe politica, non poteva che produrre i crimini più efferati. I crimini compiuti dai nazionalsocialisti avevano d’altra parte un precedente di decisiva rilevanza in quelli commessi dai bolscevichi. Con lo «sterminio di classe» si è in effetti applicato, in dimensioni macroscopiche e in un paese europeo per la prima volta dopo l’Illuminismo, il principio per cui si è colpevoli per il solo fatto di appartenere ad un determinato gruppo considerato collettivamente colpevole, e non per le proprie azioni individuali. Lo «sterminio di razza» compiuto dal nazionalsocialismo rientra precisamente in questa logica, la quale venne peraltro applicata in questo caso in modo assai più pianificato e sistematico di quanto non sia avvenuto nel primo caso, caratterizzato sovente, anche a causa dell’arretratezza della Russia, dall’improvvisazione e dalla disorganicità.
La tesi secondo cui il bolscevismo costituisce il prius logico e storico rispetto al nazionalsocialismo non significa per Nolte, va precisato, la completa equiparazione fra le due ideologie. Egli riconosce in effetti la differenza qualitativa esistente fra di esse: il comunismo bolscevico è caratterizzato dai valori universalistici dell’emancipazione di tutti gli sfruttati e dell’affratellamento di tutti i popoli, per cui molti dei crimini bolscevichi possono essere considerati (e lo sono stati effettivamente da parte di molti comunisti) un tradimento degli aspetti più genuini dell’ideologia professata; per contro i crimini nazionalsocialisti sono perfettamente coerenti con la loro ideologia fondata sui principi deliberatamente antilluministici della disuguaglianza naturale degli uomini e dei popoli e del primato razziale. Rimane il fatto che il bolscevismo, con l’applicazione del principio della colpa di gruppo, ha introdotto una forma di imbarbarimento della lotta politica che ha fatto scuola ed ha aperto la strada alle idee e alle pratiche ancora più barbare dei nazionalsocialisti. Donde l’imperativo di liberarsi dalla «tirannia del pensiero collettivistico» e di impegnarsi nella difesa intransigente del regime liberaldemocratico contro ogni deviazione totalitaria.
Questa visione del nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo e in particolare la tesi che il secondo abbia rappresentato una reazione comprensibile e fino a un certo punto giustificata nei confronti del primo trova conferma, secondo Nolte, nell’esperienza successiva al 1945. Con la sconfitta della Germania nazista si è in effetti tolto di mezzo un serio pericolo per il mondo liberaldemocratico, ma in compenso il comunismo ha raggiunto, con l’ascesa dell’URSS a superpotenza mondiale, dimensioni tali da poter sfidare per quasi cinquant’anni l’Occidente, mettendo assai più a dura prova la sua sopravvivenza. La guerra civile ideologica scatenata dalla rivoluzione sovietica, che fino al 1945 è stata essenzialmente europea e poi è diventata mondiale, costituisce dunque il filo conduttore del Novecento, che si è concluso con la sconfitta irrevocabile del comunismo. Questa sconfitta è stata resa possibile soprattutto dalla fermezza delle forze politiche del mondo occidentale che più chiaramente hanno riconosciuto la natura totalitaria dell’URSS — denunciando l’ambiguità di un antifascismo che tendeva a mascherare questo dato cruciale — e hanno resistito ai tentativi sovietici di estromettere, in cooperazione con il «movimento pacifista», gli Americani dall’Europa, ottenendo con ciò una sorta di neutralizzazione della metà occidentale del continente.

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