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L’incoerenza populistica dell’italiano calciofilo

Di Lorenzo Repetto


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L’Italia è un paese meraviglioso. Ma lo è, soprattutto, per quello che è stato fatto in passato, per coloro che sono vissuti nel passato e per quelli che, nonostante tutto, ancora oggi tengono botta.
Perchè molti degli abitanti della nostra penisola sono persone incoerenti, qualunquiste, assetate di luoghi comuni. Queste persone rappresentano l’italiano medio. Inteso non certo a livello economico, quanto piuttosto dal punto di vista intellettuale.
In questi giorni sento fiumi di demagogia spiccia, cascate di populismo di bassissimo profilo sullo sciopero dei calciatori italiani. Per come sono fatto, non riesco proprio a scrivere uno dei mille pezzi cavalcanti (il Guido stilnovista non c’entra nulla, anzi) questa ondata dirompente. Avrete capito, infatti, dagli altri miei pezzi, che al sottoscritto piace analizzare una qualsiasi fenomenologia da punti di vista che, almeno apparentemente, sfuggono agli occhi dell’opinione pubblica. E questo nuovo brano non sfugge a questa mia “regola non scritta”.
Le stesse persone che, in questo momento, si scandalizzano, che urlano sdegno, che li hanno già messi alla gogna, sono i medesimi giacobini che, alla prossima giornata di campionato, saranno lì a gridare, ad idolatrarli ed a vivere la loro esistenza domenicale solamente in funzione di quello che faranno i loro ex-capri espiatori ora, magicamente, di nuovo beniamini assoluti.
Questo passaggio rapidissimo da rivoluzionari Robespierre a intransigenti reazionari rappresenta quanto di più becero siamo in grado di palesare noi italiani, da sempre, dalle grandi tematiche internazionali alle più insignificanti questioni interne.
Inoltre, molto spesso, queste vere e proprie ondate popolari parlano, sputano sentenze, senza essere sufficientemente informate sui fatti.
Come avrete potuto capire il punto di questa mia riflessione non si focalizzerà sulle questioni dello sciopero né, tantomeno, vorrà concentrare il succo del discorso su un giudizio riguardante le motivazioni dello stesso. Anche se, durante questo pezzo, lascerò, comunque, trapelare un breve pensiero.
Ciò che mi preme sottolineare maggiormente è che chi alimenta un qualcosa, non importa a che livello, in che campo o in che ambito, poi non può fare il moralista se coloro i quali hanno beneficiato di tale generosità, dalla stessa sono stati “viziati”. I calciatori, a prescindere dai contenuti della loro protesta, non è questo il punto del mio discorso, se sono arrivati a guadagnare determinate cifre, e aggiungo pure ad avere determinati atteggiamenti e comportamenti, lo devono quasi esclusivamente all’attaccamento morboso e patologico, il più delle volte fuori luogo e totalmente esagerato (compreso il mio, lo confesso) che noi tifosi abbiamo dimostrato loro.
Il calcio, da sempre, è uno specchio delle società civili che lo seguono. Ferma restando la comune presenza del denaro in tutti i mondi pallonari occidentali, in molti paesi, Gran Bretagna per prima, il calcio è una cosa. In Italia è ben altro. In Italia il calcio rappresenta, per molti, l’aspetto più importante della propria vita. Più importante della propria famiglia, dei propri affetti, persino delle proprie “passioni altre”. Mi è capitato, più di una volta, di sentire dalla bocca di alcuni ragazzi, in grosse difficoltà economiche e senza un futuro chiaro né certo davanti a loro, che sarebbero stati disposti ad autotassarsi di una determinata cifra pur di poter vedere con la maglia della loro squadra del cuore un campione di un’altra compagine. Per altri, altrettanto condannabili, è una valvola di sfogo dei loro istinti violenti repressi e/o una possibilità di “vomitare” tutto in una volta la loro perenne insoddisfazione e castrazione quotidiana. Uno che fornisce ad un ragazzo una dose di droga, più volte, non può poi dirgli lanciargli contro giudizi umilianti e trancianti. Io credo che sarebbe stato meglio che quella sostanza non gliela avesse fornita affatto.
Il sottoscritto non arriva a “piegare” la propria realtà economica o famigliare alle volontà del mondo del calcio. Indubbiamente, però, pur non arrivando a un così assurdo livello di coinvolgimento psico-fisico, per me il calcio rappresenta una passione, una passione viscerale e sfrenata, al pari della musica, della storia contemporanea e della politica. Per questo, anche volendomi autoassolvere in nome di una presunta passione sana nei confronti di questa realtà, sono comunque “colpevole”, in misura importante, di ciò che è diventato il calcio in Italia.
Gli abbonamenti che pago a Sky ogni anno, per non parlare delle spese per i biglietti dello stadio, sono prove schiaccianti a supporto del mio stato di colpevole.
Quando si parla, proprio perché le parole hanno un’importanza indiscutibile, ci vuole coerenza. Sempre.
Proprio per questo io non posso permettermi di giudicare, criticare, muovere accuse nei confronti dei calciatori. Non dalla mia posizione. Non sarei coerente. Hanno diritto di protestare, di indignarsi, di “fare casino” tutti quelli che sono, innanzitutto, ben informati sui fatti, ossia sulle motivazioni che stanno alla base dello sciopero, e poi tutti quelli che vivono tranquillamente senza il mondo del pallone, e che passano la loro esistenza in maniera onesta, pagando le tasse fino all’ultimo centesimo, ricchi o poveri non fa differenza. Questi ne hanno più che diritto, quasi dovere. Tutti gli altri, dai disinformati ai malati cronici di calcio che, a mio parere, protestano più per il fatto di non poter assumere la loro droga quotidiana che per motivi prettamente idealistici (comunque presenti anche questi e, di fatto, altrettanto deprecabili), farebbero meglio a tacere. Sulla questione mi permetto, solamente, di affermare i calciatori possono anche formalmente essere in ragione, specialmente sull’articolo 4 che riguarda la possibilità di escludere da tutte le attività della squadra, allenamenti compresi, i giocatori fuori rosa. Questo è mobbing, puro mobbing, utilizzato dai presidenti per fare pressioni sui calciatori, in sostituzione del “vincolo” al quale questi ultimi dovevano sottostare negli anni sessanta e settanta, un vincolo che li obbligava ad accettare qualunque decisione della loro società. Anche perché queste questioni erano uscite ben prima del discorso sul contributo di solidarietà che, ovviamente, condanno. Anche qui, dal punto di vista formale, sono in ragione, essendo loro dei lavoratori dipendenti pagati al netto. Per cui il contributo dovrebbe essere a carico delle società. Tuttavia, come feci a suo tempo una critica etica e di principio a Michele Santoro (che poi peraltro non prese perché tutto rientrò nei ranghi) sulla mancata opportunità di rinunciare a tale cospicua somma, che peraltro, da contratto, lui era legittimato a percepire, allo stesso modo mi permetto di eccepire ai signori calciatori che, contestualmente, eticamente ed umanamente sono totalmente fuori luogo, fuori mano, fuori e basta.
Non credo, permettetemi, al fatto che i grandi calciatori si stiano muovendo per i loro colleghi delle serie minori per la possibilità che una loro protesta possa farsi sentire molto di più di una portata avanti da calciatori di Lega Pro o della Lega dilettanti.
Anche perché questi giocheranno, mentre solo quelli della Serie maggiore non lo faranno.
Perché, devo dire la verità, se la protesta coinvolgesse determinate frange di calciatori delle serie minori, effettivamente non pagati da mesi, effettivamente precari, effettivamente pagati non molto di più di uno stipendio medio, non avrei quasi nulla da obiettare.
I calciatori “hors categorie”, invece, formalmente saranno pure precari, ma via, come si fa a non considerare il loro guadagno annuo spropositato.
Tuttavia, ripeto ancora una volta, il mio pensiero si ferma qui, poiché non posso dire nulla, io. Questo perché faccio parte del fuoco che alimenta il giro di soldi che, da qualche decennio, sta uccidendo quello che io consideravo lo sport più bello del mondo.
Provo sincero ribrezzo per quei presidenti che, ora, fanno i perbenisti dicendo che i calciatori che non pagano il contributo sono dei viziati, che tutto ciò è un insulto ai precari, alle persone in difficoltà.
Loro non possono parlare perché hanno lo stesso grado di colpevolezza dei tifosi sopra descritti. Se i calciatori percepiscono quegli stipendi ma di chi sarà la colpa? Forzando un po’ un assioma il “corrotto” esiste ed esisterà sempre finchè ci sarà un “corruttore” ed entrambi, per quanto mi riguarda, sono figure spregevoli.
Come ultima nota a margine volevo sottolineare come, ancora una volta, anche i politici siano diventati, improvvisamente, dei Robin Hood moderni. Dei paladini della giustizia, dei moralisti che hanno interesse ad alimentare queste ondate di “finta ribellione”, dei Robin Hood che, solo in questo caso, rubano ai ricchi, senza peraltro dare ai poveri. E neanche a tutti i ricchi, poi. La casta, la vera casta, la loro, bè, quella non si tocca.


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