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L’importanza del capitale naturale per l’economia di tutte le società umane

Di Gianfranco Bologna

Lo scorso 14 novembre a Parigi presso la sede mondiale dell’Unesco, le Nazioni Unite hanno lanciato la decade delle Nazioni Unite sulla biodiversità. L’evento ha coinciso con la conferenza generale proprio dell’Unesco che ha lanciato la sua specifica iniziativa sulla biodiversità che mira a contribuire efficacemente al piano strategico sulla biodiversità 2011-2020 ed ai target sulla biodiversità approvati a Aichi Nagoya in Giappone, lo scorso anno, in occasione della 10° Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione sulla Diversità Biologica (www.cbd.int).<

br />Nel 2010 infatti la comunità internazionale ha preso atto, nella 10° COP, di non aver raggiunto l’obiettivo della significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello planetario che si era data per l’anno 2010 ed ha approvato, come abbiamo riportato sulle pagine di questa rubrica, uno specifico piano strategico per ottenere questo risultato entro il 2020.
Anche se la perdita di biodiversità e la pressione sugli ecosistemi in tutto il mondo è ben lungi dall’arrestarsi, non si può ignorare la progressiva crescita nella consapevolezza del valore della biodiversità, della sua straordinaria importanza per il benessere e l’economia delle nostre società, che va gradualmente incrementando presso l’opinione pubblica, la società civile, le imprese e le istituzioni.
Oltre ai piani strategici previsti nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica il tema cruciale del valore del capitale naturale, degli ecosistemi, dei servizi e dei beni che essi offrono al nostro benessere ed alle nostre economie è ormai oggetto di approfondimenti e decisioni in importanti sedi istituzionali (basti ricordare qui gli interventi realizzati dall’Unione Europea).
Sono molto interessanti gli sforzi e le iniziative dirette alla revisione del sistema di contabilità ambientale ed economica in sede Nazioni Unite (il System of Environmental-Economic Accounting – SEEA – che è stato proposto, per la prima volta, nel 2003 ed ha avuto un ruolo pionieristico nell’impostazione dei nuovi sistemi di contabilità ambientale e nell’avanzamento della strutturazione di una contabilità ecologica oltre a quella economica per i paesi di tutto il mondo).
Come parte del lavoro di revisione ed aggiornamento del SEEA, la Divisione Statistica delle Nazioni Unite (UNSD) ha commissionato ad un comitato di esperti ONU sulla contabilità economico-ambientale, lo sviluppo di una contabilità sperimentale sugli ecosistemi (Experimental Ecosystems Account). Il draft  che scaturirà da questo processo sarà disponibile per un’ampia consultazione globale per la metà del 2012 e il testo finale sarà approvato dalla Commissione Statistica delle Nazioni Unite nel febbraio del 2013.
Una parte importante di questo processo riguarda lo sviluppo di una Common International Classification of Ecosystem Services (CICES, una classificazione internazionale comune dei servizi degli ecosistemi), un’idea che è scaturita nel 2008 in un meeting organizzato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) e il ministero dell’ambiente tedesco. E’ stata ampiamente riconosciuta l’importanza di sviluppare una nuova classificazione standard dei servizi degli ecosistemi che fosse consistente con il lavoro scientifico che ha condotto alle classificazioni sin qui elaborate ed accettate e consentisse, contestualmente, una facile “traduzione” nel campo delle informazioni statistiche per le diverse applicazioni necessarie.
Dai vari meeting internazionali e da un apposito forum sul web lanciato nel periodo novembre 2009 – gennaio 2010 (sul sito http://cices.eu) è scaturito un primo draft, presentato nel 2010 al comitato di esperti ONU sulla contabilità economica ed ecologica e poi successivamente un secondo draft nel 2011 (i draft sono stati realizzati dal Centre for Environmental Management dell’Università di Nottingham nel Regno Unito).
La letteratura sugli Ecosystem Services si è notevolmente ampliata nell’ultimo decennio ed oggi il termine che, per la prima volta era stato utilizzato dai grandi ecologi Paul ed Anne Ehrlich nel loro bel libro “Extinction. The causes and Consequences of  the Disappearance of Species”  (pubblicato nel 1981 da  Random House), sta ormai entrando pienamente nel linguaggio politico ed economico internazionale, soprattutto grazie a due imponenti studi realizzati negli ultimi anni. Mi riferisco al Millennium Ecosystem Assessment (MEA) che è stato pubblicato nel 2005 ed ha visto la partecipazione di oltre 1.200 tra i maggiori specialisti a livello internazionale dei sistemi naturali e dei sistemi sociali (vedasi il sito www.maweb.org dal quale si possono scaricare i volumi del rapporto) e al The Economics of Ecosystems and Biodiversity i cui volumi conclusivi sono stati pubblicati tra quest’anno e l’anno scorso (vedasi il sito www.teebweb.org, mentre al sito http://environment.yale.edu/teeb sono disponibili i video del corso sul TEEB realizzato alla Yale School of Forestry & Environmental Studies della Yale University).
Gli ecosistemi presentano delle proprietà, delle strutture, delle funzioni e dei processi che consentono loro di mantenere continuamente le opzioni evolutive della vita sulla Terra. Le dimensioni, il livello di presenza della biodiversità, la stabilità, i livelli di organizzazione, gli scambi di energia e di materia tra i differenti elementi degli ecosistemi, sono tutte proprietà che caratterizzano un ecosistema. Le proprietà degli ecosistemi garantiscono l’esplicarsi delle funzioni e dei processi degli stessi nell’ambito delle dinamiche evolutive che si presentano naturalmente.
Da tempo l’attenzione di numerosi ecologi si è focalizzata su quelli che sono stati definiti i “servizi” degli ecosistemi e cioè i benefici che provengono dalle proprietà, dalle funzioni e dai processi degli ecosistemi e che sono fondamentali per la nostra specie (un volume molto importante da questo punto di vista è quello che ha curato l’ecologa Gretchen Daily nel 1997 dal titolo “Nature’s Services: Societal Dependence on Natural Ecosystems” pubblicato da Island Press).
Gli ecosistemi infatti offrono alla specie umana servizi di supporto, servizi di regolazione, servizi di approvvigionamento, servizi culturali. Ad esempio, il sequestro del carbonio nel ciclo biogeochimico di quell’elemento, la regolazione del clima, la rigenerazione del suolo, la dispersione dei semi, i servizi di impollinazione, fondamentali per la riproduzione di tante piante utili alla specie umana, la produttività primaria netta, il ciclo dei nutrienti, il ciclo idrico, il controllo dei parassiti e molti altri.
La perdita della biodiversità provoca il progressivo impoverimento delle funzioni e dei processi degli ecosistemi che, a loro volta, provoca la perdita dei servizi ecosistemici forniti al benessere ed all’economia umana.
Esiste anche un importante fronte di ricerca che mira a calcolare il valore monetario dei servizi degli ecosistemi, adottando metodologie di calcolo mutuate dall’economia, avviato soprattutto dal pionieristico lavoro pubblicato da Robert Costanza e tanti altri studiosi, su “Nature” nel 1997, dal titolo “The Value of the World’s Ecosystem Services and Natural Capital”. Questo studio prese in considerazione 17 servizi degli ecosistemi (regolazione dei gas nell’atmosfera, regolazione del clima, regolazione ai disturbi – risposta degli ecosistemi alle fluttuazioni ambientali quali inondazioni, uragani, siccità ecc. -, regolazione del ciclo dell’acqua, fornitura di acqua, controllo dell’erosione, formazione del suolo, ciclizzazione dei nutrienti – come la fissazione dell’azoto -, trattamento naturale dei rifiuti, impollinazione, controllo delle dinamiche trofiche delle popolazioni, rifugi per la riproduzione e la migrazione di specie, produzione alimentare – la porzione di produzione primaria lorda utilizzabile per l’alimentazione -, la produzione di materie prime, i servizi di ricreazione, il ruolo estetico-culturale-spirituale e scientifico degli ecosistemi) per 16 biomi (marini, di barriera corallina, costieri, di foresta tropicale, di foresta temperata, di praterie, di zone umide, di mangrovie, di laghi e fiumi, di deserti, di tundra, di ghiaccio e roccia, di zone agricole e di zone urbane), e giunse alla conclusione che il valore monetario complessivo di tali servizi per l’intera biosfera, si aggirava, secondo una stima ancora preliminare, tra i 16.000 e i 54.000 miliardi di dollari annui, con una media annuale di 33.000 miliardi di dollari.
Queste analisi ancora oggi sollevano ovviamente molte critiche, non solo di tipo tecnico (come quantificare con esattezza, ad esempio, il piacere che si prova di fronte a uno splendido tramonto nella savana, davanti agli elefanti al pascolo?) ma di carattere più sostanziale, in quanto non è possibile trovare un corrispondente monetario a qualcosa che non può essere ricondotto alla semplice valutazione economica.
In merito a questi aspetti ha scritto il noto biologo della conservazione Thomas Lovejoy (in un suo articolo dal titolo “Will expectedly the top blow off?” pubblicato su “BioScience” nel 1995 nel supplemento Biodiversity Policy) : “Come dovrebbero essere valutate le ostriche della costa orientale della Baia di Chesapeake? In base al numero che in un anno arriva sul mercato sotto forma di frutti di mare? Oppure in relazione al fatto che, nel medesimo lasso di tempo, la loro attuale popolazione depura un volume d’acqua pari a quello dell’intera baia? O che, prima che la baia si degradasse, faceva la stessa cosa nell’arco di una settimana? La nostra economia gode di un’enorme quantità di sussidi di questo tipo, che al momento non sono conteggiabili. In egual misura però gode di sovvenzioni e incentivi che conducono al degrado ambientale”.
Comunque, al di là di queste giuste osservazioni, è di fondamentale importanza il lavoro che si sta facendo con il CICES perché finalmente ci conduce a fornire un quadro di contabilità ecologica che si affianca alla classica contabilità economica, iniziando a riconoscere l’importanza del capitale naturale per l’economia di tutte le società umane sul pianeta.

Da  Green Report

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