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L’idea di Occidente e la ricerca di una nuova narrazione plurale per definirlo





Di Marcello Floris
Corriere della Sera, “La Lettura” del 29.11.15

L’antica Grecia e Rudyard Kipling, la Carta Atlantica e le Crociate:
come si è formata la nostra identità e come ci considerano altrove
È in crisi l’idea della missione civilizzatrice ma anche la polemica anticolonialista
La sfida di una nuova narrazione plurale

Nel 1899 Rudyard Kipling, primo Nobel inglese per la letteratura, chiede agli americani di assumersi «il fardello dell’uomo bianco» e plaude al loro intervento nelle Filippine, per portare avanti un’opera di civilizzazione necessaria e inevitabile. Pochi anni prima, nel 1895, Kipling iniziava la sua Ballad of East and West con i versi: «Oh, l’Est è Est e l’Ovest è Ovest e mai i due s’incontreranno». Kipling era convinto della superiorità dell’Occidente, ma anche della sua missione, che consisteva nel mandare i suoi uomini «migliori» a «servire le necessità dei sottomessi» e a vigilare l’irrequietezza di popoli «per metà demoni e per metà fanciulli». Accanto a lui vi era chi predicava un cieco e tronfio uso della forza, di cui era emblema lord Kitchener, ma anche chi si ribellava a ogni intervento (Mark Twain, ad esempio) e ricordava le offese contro l’umanità commesse in quei Paesi in nome della Benedizione e della Civilizzazione.
L’idea di Occidente, a cavallo tra XIX e XX secolo, è pienamente condivisa, anche se con accenti diversi e contraddittori. È in quel momento che nasce l’idea di Occidente che tutti, più o meno consapevolmente, ci portiamo dietro. Idea che serve a giustificare la conquista coloniale al suo apice, a sancire la superiorità del binomio libertà-mercato, ma anche a definire un’unità culturale e politica che coinvolge sia l’Europa che gli Stati Uniti. Ma l’Occidente è solo un mito moderno o una realtà storica antica e identificabile?
Se per i greci gli altri popoli erano «barbari», accettavano che molte loro città fossero fondate da «orientali», un termine che non usavano, visto che consideravano il Mediterraneo una realtà unica: il fenicio Cadmo aveva fondato Tebe e l’egizio Danao divenne re di Argo. E più tardi Alessandro Magno era stato in grado di riunificare Occidente e Oriente.
Nel Medioevo, con le Crociate, la contrapposizione Occidente/Oriente prende l’aspetto di quella tra l’Europa cristiana e l’Oriente islamico. La percezione di sé come Cristianità si accompagna a un’idea di Oriente di cui colpisce soprattutto il rapporto degli individui con il potere, la sottomissione dei sudditi a un potere dispotico e assoluto.
Ma è «con le grandi scoperte geografiche dei secoli XV e XVI», scrive Franco Cardini, che «l’asse politico, economico e culturale europeo, già mediterraneo, si sposta sulle rive dell’Oceano Atlantico». Pur avendo radici anche antiche e medievali, l’Occidente è quindi una creazione della modernità, sia che si situi tradizionalmente nel 1492 (anno del viaggio di Colombo, ma anche della fine della Reconquista spagnola contro gli arabi e della cacciata degli ebrei) o nella seconda metà del Settecento, quando la cultura illuminista, le rivoluzioni americana e francese e la rivoluzione industriale accelerano una visione universalistica che impone all’Occidente di diventare la forma e il modello del mondo intero.
La codificazione dell’idea di Occidente, tuttavia, emerge con nettezza negli Stati Uniti all’indomani della Prima guerra mondiale, trova consenso negli anni Venti e Trenta e diventa quasi universale dopo la Seconda guerra mondiale; resta incontestata fino alla fine degli anni Sessanta, quando viene criticata da ondate diverse che, fino agli anni Novanta, capovolsero la prospettiva di questa «Grande narrazione liberale», come sostiene David Gress, che «presenta l’Occidente come un’entità coerente che emerge trionfalmente attraverso la storia, in una serie di tappe di cui ognuna costituisce un elemento essenziale per il tutto. La civiltà occidentale, secondo questa storia, fu una sintesi di democrazia, capitalismo, scienza, diritti umani, pluralismo religioso, autonomia individuale e il potere di una ragione umana libera da impacci per risolvere i problemi umani».
Si trattava di una visione mitica, ottimistica, che iniziando dall’antica Grecia e attraverso la sintesi cristiana vedeva, a partire dal Rinascimento e dalle scoperte geografiche, una serie di magic moment caratterizzati da progresso e universalità, l’ultimo dei quali era rappresentato dalla Carta Atlantica del 1941. A essa si contrapposero, negli ultimi decenni del Novecento, ricostruzioni altrettanto moralistiche e universalistiche, fondate su una critica profonda dell’Occidente e della sua ragione come fonte di crimini perpetrati per secoli. Nessuno, aggiunge Gress, aveva il coraggio di guardare alla storia dell’Occidente come creatività e distruzione, gioia e tragedia, perdita e conquista, non come modello di perfezione o di male, ma come realtà sociali contraddittorie e complesse.
La visione della Grande Narrazione non poteva nascondere delle difficoltà: la Russia e l’Impero ottomano facevano parte dell’Occidente o dell’Oriente? In Russia la questione divideva lo stesso Paese, impegnato da metà Ottocento nella disputa tra occidentalisti e slavofili; ma anche dentro l’Impero ottomano non mancavano voci che volevano una più rapida occidentalizzazione e compromessi con la modernità. Con la guerra fredda, quando la Narrazione è pienamente egemone, l’Occidente impone al resto del mondo una visione fondata sulla propria divisione interna, tra un Occidente simbolo del bene e un Occidente incarnazione del male (l’Est comunista): «È la guerra fredda in sé, lotta di potere, scontro economico e sociale, disputa e scisma ideologico tutti interni a un Occidente che impone i propri conflitti come un assoluto», osserva Tiziano Bonazzi, a costringere a identificarsi con uno dei due sistemi, ma anche ad accettare l’esistenza dell’altro.
Questo Occidente finisce con il 1989, ma è proprio allora che, nelle narrazioni che emergono da un Oriente tutt’altro che assimilato, l’idea di Occidente entra profondamente in crisi, e non può più pensare se stessa come l’unica civiltà.
Ma che idea avevano gli altri, dell’Occidente? Se la storia che dalla Grecia portava alla Carta Atlantica poteva essere riassunta — sia pure in modo mitico — con il binomio Occidente/democrazia, per l’Oriente esso diventava Occidente/colonialismo, Occidente/sfruttamento. Era pur vero che a inizio Novecento i pochi regimi democratici esistenti erano tutti occidentali; così come era vero che nella percezione orientale dell’Occidente vi erano sfumature e atteggiamenti diversi, ignorati in Europa e Nord America e adesso mirabilmente disponibili nelle opere letterarie, per fare qualche nome, di Amitav Ghosh, di Mo Yan, di Tahar Ben Jelloun.
Le modernità non occidentali si sono costruite anche grazie (per imitazione e/o opposizione) allo stereotipo dell’Occidente che avevano introiettato. Molti giapponesi, proprio a fine Ottocento, vedevano nell’Occidente una realtà capace di costringere a una rivoluzione razionalista e meritocratica il proprio Paese, facendovi crescere una coscienza nazionale; mentre in India a inizio Novecento si usava l’idea di Occidente per promuovere una via asiatica alla modernità, spirituale e antirazionalista.
In Russia, Asia e Medio Oriente, il concetto di Occidente era familiare ben prima che lo fosse in Europa. La Cina, del resto, viveva da sempre se stessa — la Terra di Mezzo — come la civiltà, e nei primi trent’anni del XV secolo mette in mare sette grandiose spedizioni che arrivano alle coste dell’Africa, per interrompersi nel 1434 con un ripiegamento politico e culturale all’interno, proprio quando le navi europee giungono in Asia. La Cina conosce l’Occidente attraverso i gesuiti, Matteo Ricci e Martino Martini, e la loro cartografia: si stupirà (prima di offendersi e arrabbiarsi) quando nell’Ottocento l’Occidente diffonderà senza scrupoli tra la sua gente l’oppio, proibito invece in Europa.
Se in Cina prevale un senso di distacco e lontananza, non scevro da superiorità, nei confronti dell’Occidente, l’India si costruisce un Occidente immaginario, vedendolo soprattutto come un non-Oriente. Non c’è una visione unica e omogenea dell’Occidente: vi è un atteggiamento paternalistico, uno di denuncia, uno di satira, uno di condanna, uno che valorizza — come per il popolo assamita — la fine del dominio birmano grazie all’arrivo dei britannici. Ridere dell’Occidente è anche ridere di sé, di quella parte che ha introiettato la presenza ed egemonia coloniale. Gli scrittori del Bengala cercano così di demolire le ideologie dei dominatori, di denunciare la corruzione degli ufficiali britannici, ma non sono pochi quelli che guardano — più attraverso la letteratura che la conoscenza diretta — agli inglesi della Gran Bretagna come gente onesta. Gli indiani rifiutano il mito della mascolinità coloniale contrapposto alla loro presunta effeminatezza. Ma utilizzano per riscrivere le proprie vicende gli studi etnografici e demografici dei britannici, guardando alla propria storia anche con gli occhi dell’Occidente.
Vi è, soprattutto in Bengala, un misto di ammirazione e ostilità, che cambia con le generazioni e che nel passaggio tra Ottocento e Novecento diventa critica diffusa e voglia di indipendenza, messa in questione della legittimità del dominio coloniale e sfida a esso. Come ebbe a chiedere in quell’epoca agli inglesi, ricorda Vijayasree Chaganti, un giovane direttore di giornale, Shishir Kumar Ghosh: «Perché non ci avete detto prima che più imparavamo e meno vi saremmo piaciuti?».
Nel caso dell’Impero ottomano, che per secoli fu la patria prevalente dei popoli islamici, nel corso dell’Ottocento coesiste un atteggiamento contraddittorio: si crea il mito della Spagna musulmana, faro perduto di civiltà superiore, e ci si rivolge all’Occidente per cercare di fermare il declino e la decadenza dell’impero. A tentativi riformatori di tipo occidentale e all’emergere di un nazionalismo fortemente debitore, anche per il suo sottofondo razziale, a quello europeo, faranno poi seguito il nazionalismo arabo di stampo militare-socialista, ma anche il sorgere della salafiyya e poi, tra le due guerre, dei Fratelli musulmani, entrambi movimenti per il recupero dell’identità islamica purificata dalla corruzione dell’occidentalismo. L’Occidente è visto da molti come maestro (per il richiamo alla libertà e all’indipendenza), da molti come il nemico (per il colonialismo e i suoi lasciti); tanto per un islam moderato più vicino al modello occidentale quanto per un islam radicale che vi si oppone totalmente, l’Occidente è comunque centrale per l’identità musulmana.
Oggi, in Asia, sembra prevalere una visione di modernità coeve che si collocano in una cornice globale e relazionale, nella quale è possibile riscoprire elementi simili a quelli dell’Occidente: la razionalità confuciana, l’umanesimo buddhista, la logica hindu. Diverso il discorso per l’islam, che ha conosciuto attraverso le vicende storiche degli ultimi decenni differenziazioni interne forti e accentuate, che l’Occidente fa fatica a riconoscere e comprendere.
La Ballata di Kipling proseguiva: «Ma non c’è né Est né Ovest, non Confine, non Razza, non Nascita, quando due uomini forti si affrontano faccia a faccia, arrivando dai lati opposti del mondo». Un inno, così potremmo leggerlo, alla superiorità della politica rispetto alle identità di ogni tipo.
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Titolo originale:”Gli Altri Occidenti”

VISTO SU http://spogli.blogspot.it/2015/11/corriere-la-lettura-29_10.html

 http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=52617

FOTO:http://importanzadeleparole.ilcannocchiale.it

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