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Libia: l’imperialismo vuole soggiogare un paese ricco e sovrano

Da Avante del 12/07/2011

Conversazione con Silas Cerqueira, dirigente del movimento per la pace e antimperialista
Traduzione di l’Ernesto online
“Resistendo, il popolo libico lotta anche per noi. E noi? E’ urgente inserire la solidarietà democratica con questo popolo nell’agenda della nostra lotta per la pace e l’indipendenza nazionale”.

“Non siamo alla fine della guerra fredda, Siamo forse alla vigilia di una guerra calda”
(Silas Cerqueira Jornal de Angola 25 gennaio 1990)

Recentemente rientrato dalla Libia, dove ha partecipato alla Conferenza Internazionale promossa dall’Associazione degli Avvocati e Giuristi del Mediterraneo, Silas Cerqueira sottolinea in “Avante” (organo del Partito Comunista Portoghese, ndt) la necessità della mobilitazione per la fine immediata dei bombardamenti, mette in guardia circa la possibilità dell’inizio di una terza fase dell’aggressione al popolo libico e illustra alcune delle ragioni che stanno alla base della campagna imperialista contro quel territorio.

La conversazione con il professore, ricercatore e militante comunista con oltre mezzo secolo di attività in difesa della pace, del progresso, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli avviene un mese e mezzo dopo la sua presenza in Libia. Ma non per questo Cerqueira cessa di esprimere la sua indignazione per la barbarie che l’imperialismo ha portato in quel paese dal 19 marzo, per la rilevanza drammatica delle sue conseguenze e delle autentiche ragioni di un’altra campagna militare guidata dalla NATO, attraverso una nitida analisi della situazione che la Libia sta attraversando.

Silas Cerqueira vuole evidenziare l’importanza del suo viaggio, realizzato nell’ultima settimana di maggio, a Tripoli, che “aveva come obiettivo rompere almeno in parte l’isolamento che l’imperialismo era riuscito a imporre alla Libia con le campagne di disinformazione mediatica e i bombardamenti. Dopo la conferenza, molte altre delegazioni si sono recate a Tripoli per osservare la situazione in completa libertà”.

C’è da aggiungere che “i popoli arabi sono abituati a trovarsi nel mirino dell’imperialismo. Quando svolgemmo in Portogallo, nel 1979, una conferenza internazionale di solidarietà con la causa palestinese, i libici vi avevano partecipato dimostrando grande simpatia per il popolo portoghese, poiché anch’essi avevano lottato contro il colonialismo di un regime fascista (quello di Mussolini). Era il momento di dargli fiducia”, afferma.

“Sono andato in Libia indipendentemente dalle differenze di giudizio sul suo regime e sul ruolo storico del suo principale dirigente”, chiarisce. “Ciò che è in causa è la solidarietà con il popolo libico, la condanna di un’aggressione dalle conseguenze mortali, l’esigenza della fine dei bombardamenti, la ricusazione di così grave violazione del diritto internazionale e della decisione perversa del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Era ed è in causa l’applicazione di un piano di pace, come quello proposto dall’Unione Africana, vale a dire la cessazione del fuoco, il dialogo tra i libici e, entro un anno, le elezioni. Gheddafi ha già accettato e ha garantito che, se perderà nelle urne, abbandonerà il potere. Se domani la Libia sarà governata da Gheddafi o no, compete ai libici deciderlo”.

Aggressione crescente            

Gli ostacoli collocati dall’aggressione sono iniziati fin dalla prima fase del viaggio, testimonia Silas Cerqueira. “Non abbiamo potuto viaggiare in aereo da Tunisi, per questo abbiamo dovuto andare in macchina fino a Djerba (isola turistica nel Sud della Tunisia), dove si sono immediatamente manifestati gli effetti degli sconvolgimenti provocati dalla guerra, dato che gli operatori turistici non sono in grado di garantire la sicurezza dei voli.”
“Da Djerba siamo partiti per Tripoli”, un viaggio da considerare “normale per le circostanze, con controlli di frontiera dalla parte della Tunisia e della Libia, e circa 40 posti di controllo fino a Tripoli per evitare infiltrazioni di terra”.

Il tragitto lungo il Litorale Nord-Ovest non rivelava, tuttavia, segnali evidenti dei bombardamenti, scenario che è mutato radicalmente quando Silas Cerqueira ha raggiunto la capitale della Libia, dove ha avuto l’opportunità di visitare varie infrastrutture civili distrutte, e confermare che i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica sono stati indirizzati anche contro complessi dell’apparato produttivo nazionale (centrali elettriche, fabbriche, ponti, strade, università, cliniche).

“Ma questo è avvenuto alla fine di maggio. Nel frattempo, la situazione è molto cambiata, e molto in peggio. Durante questo periodo si sono intensificati i bombardamenti”, nota rafforzando le sue affermazioni con informazioni ottenute in comunicazioni, quasi quotidiane, con amici libici.

“In quel momento – sottolinea – i bombardamenti aerei e con missili da crociera erano fatti di notte e all’alba. Ora, la guerra è entrata in una seconda fase. E’ stato deciso, il 1 giugno, in una riunione della NATO a Bruxelles, di prolungarla fino ad agosto-settembre con bombardamenti di altra natura, in particolare ricorrendo a elicotteri francesi e inglesi, e a spari sistematici di artiglieria da parte di navi da guerra francesi. Si bombarda tutto il giorno e si colpiscono sempre di più zone residenziali a Tripoli”, riferisce.

                                                                                                                                                                     

“Occorre segnalare il raziocinio mostruoso dei dirigenti di USA, UE e NATO”, questa “ossessione isterica e irresponsabile nel cercare di uccidere Gheddafi”, dice indignato dopo aver spiegato che gli attacchi a quartieri di Tripoli mirano a colpire anche altri dirigenti libici e a seminare il terrore.

“Quando sono stato a Tripoli, il Ministro della Cultura ha voluto parlare con me, chiedendomi di rimanere altri due o tre giorni. Ma non ho potuto farlo e dopo la mia partenza ho saputo che era sfuggito a un bombardamento contro la sua casa. Ha perso 15 familiari”, riferisce Cerqueira.                                  

Insomma, insiste il militante comunista, “attualmente il livello di distruzione è molto maggiore e la vita è molto più difficile per le persone. Già non era facile quando ero là. C’erano file giorno e notte per i combustibili perché gli imperialisti hanno bloccato il porto di Tripoli. Nei suk (aree di commercio tradizionale), si osservava l’aumento dei prezzi. Credo che non ci siano ancora particolari difficoltà nella fornitura di luce e acqua potabile, ma si capisce l’obiettivo degli aggressori: creare malcontento tra la popolazione perché esiga le dimissioni di Gheddafi. E’ successo il contrario”.

Vittime della loro stessa propaganda

Per Silas Cerqueira, le potenze imperialiste sono state, in qualche modo, vittime della loro stessa propaganda. “Hanno detto che c’era in Libia una dittatura, una tirannia. Sbagliavano. In una dittatura non viene distribuito più di un milione di armi leggere al popolo, come è stato fatto recentemente”.

“La signora Clinton, i signori Obama, Cameron e Sarkozy avevano pensato che bombardando intensamente il paese, distruggendo, avrebbero finito di provocare, in pochi giorni, il collasso del regime e la fuga di Muammar Gheddafi. Si sono ingannati. A Tripoli, ho osservato manifestazioni quotidiane contro la NATO e di appoggio ai governanti”, insiste nella sua conversazione con “Avante”, che avviene proprio mentre un milione e mezzo di libici sta manifestando nella capitale del paese contro l’aggressione.

                                                                                                                                                              
                                                                                                                                                             
                                                                                                                                                               
In questo contesto, il membro della Presidenza del Consiglio Portoghese per la Pace e la Cooperazione e membro della Direzione del Movimento per i Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace nel Medio Oriente, teme che “stiamo entrando in una nuova fase della guerra. Se gli imperialisti fermassero ora i bombardamenti, si ritirassero senza essere obbligati dalla pressione dell’opinione pubblica, si immagini che sconfitta sarebbe”,

Ora, ammettere “ciò che specialisti francesi, inglesi e nordamericani già dicono apertamente – che è stato un errore abbastanza serio imporre l’uscita di Gheddafi come condizione per la fine dell’aggressione”, sarebbe una prova dell’inefficacia del bellicismo e delle sue argomentazioni.

In questo quadro, Silas Cerqueira considera un reale pericolo una terza fase della guerra, che potrebbe consistere “nell’infiltrazione di commandos”, a cui si aggiungerebbero “gruppi aggressivi e militarizzati della corrente islamica” con l’intento di “provocare una sollevazione a Tripoli”.

“Non è che si preveda una vittoria sulle forze regolari e le milizie popolari che sorvegliano la capitale”, afferma. “La questione sta nel fatto che il regime soffocherebbe questa insurrezione, dando agli imperialisti il pretesto del “bagno di sangue”, per giustificare la preparazione di un’invasione terrestre”, possibilità su cui anche il Ministero degli Affari Esteri russo ha richiamato l’attenzione.

Mentre la conversazione continua, Silas Cerqueira si rivolge ad “Avante”, con un appello ai lettori. “Ciò che è in causa in Libia – quarto pericoloso teatro di una guerra lanciata dall’imperialismo nella regione del Mediterraneo e del Medio Oriente, da aggiungere a quelli di Palestina, Iraq, Afghanistan e chissà quali altri tra breve – è di decisiva importanza per il suo popolo. Come pure per gli altri popoli arabi e africani; per l’equilibrio energetico internazionale e, in definitiva, per l’equilibrio e la pace mondiali, nel momento in cui il capitalismo affronta la più grave crisi di sempre”.

“Resistendo, il popolo libico lotta anche per noi. E noi? E’ urgente inserire la solidarietà democratica con questo popolo nell’agenda della nostra lotta per la pace e l’indipendenza nazionale”.

Una punizione al patriottismo

L’aggressione alla Libia si inserisce in un processo storico che non può essere ignorato, che rappresenta uno dei punti nodali della conversazione con Silas Cerqueira, per il quale “l’imperialismo ha avuto due grandi disillusioni con la Rivoluzione attuata da Gheddafi e altri giovani militari a partire dal 1969. Già nel 1970, la prima è stata l’espulsione delle basi militari straniere degli USA e della Gran Bretagna, la seconda la creazione della “National Oil Company” e la gestione delle risorse nazionali petrolifere”, sostiene.

“Con l’investimento nazionale e la ridistribuzione dei profitti, la Libia è passata ad essere, in circa due decenni, da uno dei paesi più poveri e arretrati del mondo al luogo della nazione africana con i migliori indici di sviluppo umano, secondo le statistiche annuali delle Nazioni Unite”.

“Moltissime infrastrutture sono state costruite nel paese, tra cui emerge il “Great Man-Made River”.

Il progetto, iniziato nel 1984, facendo ricorso esclusivamente a fondi propri, recupera la più grande riserva di acqua fossile del mondo, condivisa da Ciad, Sudan, Egitto e Libia. Con quella che viene chiamata l’ottava meraviglia del mondo, i libici sono passati da paese importatore di alimenti freschi a territorio autosufficiente attraverso “un progetto di irrigazione fantastico delle zone semi-desertiche”, ben oltre le tradizionali “aree costiere dove si colloca la produzione agricola del paese”.

Ma è l’oro nero, di cui la Libia ha le maggiori riserve del Continente Africano, l’obiettivo dell’avidità più immediata dell’imperialismo. Dopo un lungo periodo (iniziato nel 1986 con un bombardamento ordinato da Reagan) di dure sanzioni internazionali, dovuto a presunte responsabilità e sostegni ad atti terroristici, la Libia ha inteso risolvere il contenzioso accettando di pagare indennizzi. “Questi processi hanno trovato risoluzione recentemente”, e il governo libico lo ha fatto a causa dell’ “enorme freno che le sanzioni rappresentavano per l’economia”.

                                                                                                                                                                                                                                                                             

“E’ in questo contesto che sono state ristabilite relazioni commerciali con le imprese petrolifere occidentali”, spiega Silas Cerqueira garantendo che “americani e inglesi si sono affrettati a correre dietro al profitto facile proveniente dal petrolio libico, di elevata qualità e molto facile da estrarre”.

Tuttavia, americani e inglesi non solo hanno incontrato la concorrenza di italiani, francesi, russi e cinesi, ma hanno anche trovato in Gheddafi “un partner negoziale difficile”, che ha imposto “contratti meno vantaggiosi di quelli stipulati dalle multinazionali in altri paesi arabi”.

Inoltre, “quando, a un certo momento, nel 2009, e nel mezzo di scandali di corruzione in seno al regime, Gheddafi ha proposto di distribuire parte dei rendimenti del petrolio al popolo, si è diffuso il panico tra le imprese occidentali. Ma questa proposta non è stata accettata dagli altri dirigenti libici”.

Tutto ciò è stato aggravato dal lapidario rifiuto di Gheddafi, nel 2008, di accogliere in Libia il Comando Nord-Americano per l’Africa. “Gli USA avevano tentato di installare AFRICOM in Libia, ma Gheddafi ha respinto questa richiesta in termini che penso non siano stati molto graditi”.

Infine, “in un celebre discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, a New York, nel 2009, Gheddafi ha definito il Consiglio di Sicurezza dell’ONU il “consiglio del terrore”, denunciando le guerre di aggressione, dalle guerre di Corea e del Vietnam a quelle di Afghanistan e Iraq. I dirigenti occidentali hanno preso nota. E’ chiaro”. E l’opinione pubblica internazionale non è venuta a conoscenza del contenuto dell’intervento del dirigente libico perché i media dominanti si sono soffermati unicamente su aspetti “eccentrici”.

Hanno nascosto la parte fondamentale di quanto quanto ha sostenuto un dirigente che “non digerivano”, che, “nonostante avesse proceduto ad aprire l’economia al capitalismo, ceduto anche al neoliberalismo, allentato la vigilanza nei confronti dell’Occidente, continuava ad essere un nazionalista intransigente e oggi resiste all’imperialismo”.

La frode e i fatti

L’aggressione imperialista alla Libia avviene in un contesto di rivolte popolari in vari paesi arabi. Ciononostante, a parere di Silas Cerqueira, non sono consentite confusioni.

“Ci sono state manifestazioni di massa in Tunisia e in Egitto. In questi paesi, gli interessi dell’imperialismo sono stati scossi, ma non sconfitti. Si noti che in Egitto il nucleo del potere si conserva nelle forze armate, che da 40 anni sono formate dagli USA. I militari hanno impedito che Mubarak schiacciasse il popolo, ma anche che il popolo schiacciasse Mubarak”, sintetizza Cerqueira.

“Gli egiziani, come pure i tunisini, hanno messo in causa i regimi, hanno richiesto riforme democratiche e hanno rovesciato i dittatori, ma non hanno puntato al carattere di classe dello Stato. Ossia, rischiano di avere un 25 novembre senza aver fatto un 25 aprile!”

“Pertanto, la tattica dell’imperialismo allo scopo di innescare in Libia un processo inverso, controrivoluzionario, era far pensare che anche lì erano avvenute sollevazioni democratiche di massa violentemente represse. E’ una frode. Ciò che è avvenuto, a seguito di una manifestazione di familiari di prigionieri islamici vittime della repressione in anni precedenti, è stata un’insurrezione e una controrivoluzione (a Bengasi), lungamente preparata con assalti a quartieri ed edifici statali da parte di nuclei armati e orientati”.

Silas Cerqueira va anche oltre e accusa i cosiddetti ribelli di costituire un amalgama di elementi borghesi liberali, agenti dell’imperialismo, con gruppi islamici aggressivi e settori razzisti e xenofobi, elementi del “lumpen proletariato” e giovani emarginati.

                                                                                                                                                       

Sembra paradossale che, avendo la Libia una parte della popolazione nera, si manifesti il razzismo e la xenofobia, ma Silas Cerqueira afferma che “prima della guerra i lavoratori immigrati erano circa 4 milioni nell’industria e nei servizi. Di questi, più di un milione oriundi dell’Africa Nera”, a cui si sommavano centinaia di migliaia di asiatici, soprattutto cinesi, nei complessi petroliferi.

“Gli immigrati lavoravano dove i libici non intendevano lavorare, data la ridistribuzione della rendita petrolifera. Da qui deriva la non esistenza in Libia di una classe operaia autoctona, o di una sua esistenza solo embrionale. La mancanza di un movimento operaio organizzato è una seria debolezza nella difesa del Paese e delle sue realizzazioni”.

Dove sono quelli che seguivano Gheddafi?

Nella conversazione con Silas Cerqueira sono stati affrontati anche fatti che vale la pena ricordare, come i cambiamenti di campo da parte dei politici borghesi.

Uno degli esempi ricordati è stato “che Gheddafi veniva ricevuto, fino a pochi mesi fa, nelle alte sfere europee. Come presidente dell’Unione Africana ha partecipato al G8 nella primavera 2009, in Italia, anche con Obama. Ora è un “tiranno” e un “dittatore”.

“Ha montato la sua tenda da beduino a Parigi. Piacerebbe anche sapere dove stanno ora quelli che lo omaggiavano nella sua visita in Portogallo. Perché non si pronunciano?”

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