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L’evidenza storica suggerisce che si prepara la “sollevazione”

Quanto lo odieranno? Tagli alla spesa e sollevazioni popolari nel lungo periodo 
Ecco i dati su un secolo di tagli alla spesa e rivolte in Europa


di Jacopo Ponticelli e Hans-Joachim Voth*

Pubblichiamo questo recente articolo di analisi (traduzione nostra) che evidenzia una chiara regolarità empirica: a più grandi tagli alla spesa corrisponde una più grande instabilità politica. Soprattutto in tempi di crisi economica, laddove i governi tagliano di più la spesa pubblica, fioriscono maggiormente movimenti di protesta, manifestazioni anti-governative e rivolte anti-sistema. Se la storia tende a ripetersi, allora la via che hanno imboccato i governanti europei prepara la sollevazione popolare.

I governi che tagliano la spesa devono considerare non solo la reazione dei politici dell’opposizione e dei media. Una protesta per le strade, sotto forma di disordini e violenze a sfondo politico, è una possibilità reale. Questo articolo mostra che dal 1919 ad oggi, il livello di instabilità è generalmente aumentato successivamente ai tagli alla spesa pubblica.
L’Agosto 2011 ha visto giorni di scontri a Londra e in altre città del Regno Unito. In Spagna, i manifestanti conosciuti come indignados hanno recentemente occupato piazze e hanno chiesto un vero e proprio cambiamento del sistema politico. E in Grecia continuano i violenti scontri tra polizia e dimostranti che protestano contro i ripetuti tagli di bilancio.
In una prospettiva storica, tuttavia, tutti questi incidenti sono ancora poca cosa. In nessun posto infatti i danni materiali e costi umani sono per ora paragonabili a quelli, ad esempio, delle rivolte che solo pochi anni fa sono scoppiate nelle banelieu parigine.
Cosa dovrebbero aspettarsi i governi se imporrano tagli alla spesa ancora maggiori? Cosa spinge tali esplosioni di violenza contro beni e persone, portando a edifici e veicoli bruciati, intaccando pesantemente la fiducia nelle istituzioni civiche e nella polizia, e portando a perdite di vite umane?
L’effetto austerità
Ci sono tanti episodi che possono portare ad un’esplosione della violenza (dall’uccisione di Mark Duggan a Londra lo scorso sabato, ad un inseguimento ad alta velocità andato storto nel caso dei disordini di Rodney King a Los Angeles nel 1992). La domanda più interessante è: perché alcune città in determinati momenti assomigliano ad una polveriera? Perché basta un solo episodio a generare violenza di massa, rivolte, o manifestazioni anti-governative? A questo riguardo, il ruolo delle politiche di riduzione della spesa pubblica è importante.
Dalla fine della prima repubblica della Germania negli anni ’30 alle manifestazioni anti-governative in Europa iniziate nel 2009, le politiche di austerità hanno avuto la tendenza ad andare di pari passo con la violenza a sfondo politico e l’instabilità sociale. Gli economisti hanno a lungo sostenuto che i disordini e tentativi di rivoluzione sono più probabili quando i redditi sono temporaneamente depressi – in tali casi infatti sarre più basso il costo opportunità di cercare di cambiare l’ordine esistente [cioè ciò a cui si deve rinunciare per tentare il cambiamento rivoluzionario, ndr] (Acemoglu e Robinson, 2001). Un fattore determinante per il livello di agitazione delle popolazioni dovrebbe quindi essere la scala dei tagli di spesa pubblica. In questo articolo presentiamo l’evidenza empirica disponibile per il periodo che va dal 1919 al presente per l’Europa, focalizzando l’attenzione sul livello di instabilità osservato dopo i tagli alla spesa pubblica. I risultati mostrano una chiara correlazione positiva tra ridimensionamento fiscale e instabilità sociale. (In un altro articolo a cui stiamo lavorando, esaminiamo se ci sono delle regolarità che emergono dalla storia delle agitazioni politiche e sociali dopo la prima guerra mondiale – si veda Ponticelli e Voth, 2011).
Guardiamo a cinque diversi tipi di instabilità – manifestazioni anti-governative, sommosse, omicidi, scioperi generali, e le rivoluzioni tentate – avvenute in Europa nel il periodo che va dal 1919 al 2009. Le informazioni rilevanti provengono da una grande collezione internazionale di dati (Banche, 1994), e si basano su un’analisi delle notizie passate sul New York Times. I singoli indicatori di instabilità sono poi aggregati per ciascun paese e ciascun anno. Questo dà la variabile etichettata CHAOS. La Figura 1 mostra come tale variabile si è evoluta nel corso del tempo a partire dal 1919, presentando altresì la sua media e il suo massimo. Gli anni tra le due guerre mostrano un alto livello di agitazione, così come l’immediato secondo dopoguerra, e il periodo dal 1970 ai primi anni 1990.
Figura 1. Totale numero di manifestazioni anti-governative, sommosse, omicidi, scioperi generali, e le rivoluzioni tentate in Europa, 1919-2009
Inoltre, studiamo se il livello di agitazione in Figura 1 può essere spiegato con la scala di misure di austerità. La Figura 2 riassume il risultato principale. Le barre indicano il numero di incidenti per paese e per anno. Più scura è la barra, più pesante il taglio di bilancio. In media (di paesi e di anni), quando la spesa è in aumento, ci si dovrebbe aspettare circa 1,5 incidenti all’anno [cioè decisamente non molti, ndr].
Quando però la riduzione della spesa è di almeno del 2% del PIL, l’instabilità aumenta rapidamente in tutte le dimensioni, e soprattutto in termini di disordini e manifestazioni. Drastici tagli – del 5% o più, come in Grecia oggi – sono associati con il più alto livello di instabilità. Una situazione di questo genere è stata documentata per l’America Latina dopo la seconda guerra mondiale (Voth, 2011).
Variazioni fiscali non hanno lo stesso effetto. Sebbene incrementi di tasse sono pure associati a disordini in aumento, il legame è debole e potrebbe essere un artificio statistico. Naturalmente, abbiamo cercato di verificare se il rapporto tra tagli e instabilità che documentiamo rifletta semplicemente il fatto che entrambe le cose sono più probabili in tempi di recessione economica [cioè sia i tagli che l’instabilità politica sono causati da qualche altra cosa, ndr], e tenderemmo a concludere che non sia così. Le recessioni tendono a generare più disordini, ma i tagli sembrano approfondire il grado di instabilità anche quando si tiene conto di tale effetto delle recessioni. Infine, ci siamo focalizzati sui tagli di bilancio che sono chiaramente motivati da azioni politiche, e non semplicemente generati da stabilizzatori automatici e meccanismi simili. Il FMI ha recentemente compilato un elenco dettagliato delle politiche di austerità di questo genere (Devries et al. 2011). Restringendoci a queste manovre si osserva esattamente lo stesso schema di Figura 2.
Figura 2. Instabilità politica al variarie dei tagli alla spesa pubblica
Per verificare se stiamo considerando un correlazione spuria tra tagli alla spesa e instabilità politica, potenzialmente generata da elementi terzi, conduciamo la cosiddetta “prova placebo”. Per un piccolo sottoinsieme dei nostri dati, abbiamo informazioni sulla causa principale di ogni manifestazione. Verifichiamo se manifestazioni e rivolte motivate da questioni legate alla guerra o all’ecologia vedano anch’esse un incremento in presenza di misure di austerità. La risposta a questa domanda è un netto “no”. Infatti, solo le manifestazioni con lo scopo dichiarato di protestare contro i tagli mostrano una significativa associazione con le politiche di tagli alle spese.
Infine, abbiamo analizzato le interazioni con le varie variabili economiche e politiche. Sebbene nelle autocrazie e nelle democrazie le risposte popolari ai tagli di bilancio siano molto simili, risulta che i paesi con più vincoli sull’esecutivo hanno meno probabilità di avere disordini a seguito di misure di austerità.
La “media connection”
Molti aneddoti circa la “primavera araba” e il movimento degli indignadossuggeriscono che le moderne forme moderne telecomunicazioni possano facilitare la crescita di disordini. Per verificare se questo è vero, abbiamo esaminato due tipi di penetrazione dei media: radio e TV, forme tipicamente unidirezionali che rendono più semplice diffondere il messaggio del governo, e forme peer-to-peer, cioè di comunicazione bidirezionale distribuita, come ad esempio il telefono.
La crescente penetrazione dei media non porta a un effetto più forte dei tagli alla spesa sul livello di agitazione popolare. Per entrambi i tipi di telecomunicazioni, il legame tra austerità e disordini diventa più debole quante più persone possono scambiarsi informazioni più facilmente. Questo non vuol dire che Facebook, SMS, e-mail non hanno giocato un ruolo nei primi mesi del 2011. Suggerisce semplicemente che, fino a poco tempo, livelli più elevati di penetrazione dei media non soffiavano sul fuoco del malcontento nella stesso modo in cui, a quanto pare, facciano adesso.
Implicazioni politiche
Quando la Grande Recessione si è diffusa nel mondo, parecchi governi hanno abbracciato il consiglio di alcuni economisti di primo piano che avevano sostenuto, in una serie di lavori scientifici, che i tagli di bilancio possono essere positivi per la crescita (Alesina et al., 2002; Alesina Ardagna, 2010; Giavazzi e Pagano 1990). Inoltre, un importante letteratura ha sostenuto che non vi è una effettiva punizione elettorale per i tagli di bilancio: gli elettori a quanto pare comprenderebbero la necessità di austerità, e non punirebbero i governi che la implementano (Alesina et al., 1998; Alesina, et al 2010).
Questi risultati suggeriscono un paradosso: se austerità è un bene per la crescita, e l’elettorato non punisce chi implementa l’austerità, perché i governi non sono maggiormente proni a drastici tagli alla spesa pubblica dei loro paesi? I nostri risultati suggeriscono che la paura di disordini politici può essere un importante fattore che frena governi. Come i tagli alle spese cominciano a farsi sentire, il numero di manifestazioni anti-governative, rivolte, scioperi generali, i tentativi di rovesciare l’ordine stabilito, e gli omicidi politici aumenta notevolmente. In perfetta linea con i nostri risultati sulla spesa, Woo (2003) mostra che i paesi con alti livelli di disordini sono più indebitati.
*Fonte: articolo tratto da vox.eu del 10 Agosto 2011
Bibliografia
Acemoglu, Daron and James A Robinson (2001), “A theory of political transitions”, American Economic Review, 938-963.
Alesina, Alberto, Silvio Ardagna, Roberto Perotti, and Fabiano Schiantarelli (2002), “Fiscal policy, profits, and investment”, American Economic Review,92(3):571-589.
Alesina, Alberto, Dorian Carloni, and Giampaolo Lecce (2010), “The electoral consequences of large fiscal adjustments”, Harvard University, mimeo.
Alesina, Alberto, Roberto Perotti, and Jose Tavares (1998), “The political economy of fiscal adjustments”, Brookings Papers on Economic Activity, 1998(1):197-266.
Alesina, Alberto, and Silvio Ardagna (2010), “Large changes in fiscal policy: taxes versus spending”, Tax Policy and The Economy.
Banks, Arthur S (1994), Cross-National Time-Series Data Archive. Binghamton, New York.
Devries, Pete, Jaime Guajardo, Daniel Leigh, and Andrea Pescatori (2011), “A New Action-based Dataset of Fiscal Consolidation”, IMF Working Paper No. 11/128.
Giavazzi, Francesco, and Marco Pagano (1990), “Can Severe Fiscal Contractions Be Expansionary? Tales of Two Small European Countries”, NBER Macroeconomics Annual: 75-111.
Ireland, Doug (2005), “Why is France burning?“, The Nation, 28 November.
Ponticelli, Jacopo and Hans-Joachim Voth (2011), “Austerity and Anarchy: Budget Cuts and Social Unrest in Europe, 1919-2010“, CEPR Discussion Paper No. 8513.
Voth, Hans-Joachim (2011), “Tightening Tensions: Fiscal Policy and Civil Unrest in Eleven South American Countries, 1937-1995”, Fiscal Policy and Macroeconomic Performance, Central Bank of Chile.
Woo, Jaejoon (2003), “Economic, political, and institutional determinants of public deficits”, Journal of Public Economics, 87(3-4):387-426.

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