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Le utopie minimaliste secondo Luigi Zoja



Di Francesco Manacorda

«La “generazione impegnata” degli Anni ’60-’70 aveva qualcosa di maniacale nella sua contestazione, nel chiedere tutto e subito. Un’utopia che chiede di realizzarsi immediatamente è una contraddizione in termini. Quando mi ritrovai a un corteo dove si gridava “Padroni borghesi/ancora pochi mesi” rimasi sconcertato. Ero sufficientemente cosciente di appartenere a una famiglia di borghesi; i miei erano piccoli imprenditori e quindi padroni. Ma a mio padre non auguravo certo pochi mesi di vita, bensì una lunga esistenza. In effetti è morto centenario». Anche per questo il laureato in Economia alla Bocconi Luigi Zoja lascia quelle contestazioni sessantottine in salsa milanese e parte per Zurigo, dove studierà all’Istituto Jung diventando poi uno psicoanalista e saggista di fama internazionale.  


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Tornano alla mente adesso, quegli slogan, nel raccontare il fallimento delle utopie massimaliste del XX secolo – quasi sempre finite nel segno della violenza, «nella distruzione dell’uomo vecchio prima dell’ipotetica creazione di un uomo nuovo, che poi regolarmente non si è realizzata» – alle quali Zoja contrappone le Utopie minimaliste, come si intitola il suo libro appena uscito per Chiarelettere. «Non possiamo affidarci a nessuna utopia – scrive – sperare in nessun cambiamento, se prima non ci fermiamo un attimo, non ci guardiamo dentro e non cerchiamo di agire in modo più cosciente: più giusto, più compassionevole verso gli altri e verso noi stessi».  
Sono utopie minimaliste, racconta, quelle di chi sceglie di limitarsi nei consumi, di essere vegetariano, di chi difende l’ambiente, di chi vuole affermare diritti come quello all’aria pulita, al silenzio, alla luce naturale. Non una rivoluzione individuale, «perché la rivoluzione porta la sua richiesta di cambiamenti immediati, ma un lavoro su sè stessi, ciò che in linguaggio junghiano si chiama “individuazione”», ossia un processo di crescita in cui l’individuo si differenzia dal suo gruppo e si costruisce poi una propria identità. «A differenza di quello del XX secolo – scrive ancora – il vero “eroe” del XXI non lotta più sapendo cosa il mondo vuole da lui, ma per sapere cosa vuole da se stesso». 
Se bisogna scegliere esempi concreti per rappresentare la dicotomia tra le utopie massimaliste e quelle minimaliste, la scelta cade su Che Guevara e Olof Palme: il primo «altruista assoluto» che «fu in sostanza egocentrico», icona rivoluzionaria che trova una morte «eroica» ma finisce per diventare «uno stereotipo irreale quanto Tarzan»; il secondo che trasforma invece politiche concrete gli ideali della socialdemocrazia scandinava e «perde la vita anche lui, ma da “eroe borghese”», ucciso mentre va al cinema con la moglie e non mentre cerca di esportare la rivoluzione. 
Ma c’è anche un percorso logico e cronologico che lega la «generazione impegnata» che ha spesso sognato e talvolta praticato le utopie massimaliste, a quella che Zoja chiama «la nuova generazione critica», che sceglie invece utopie di segno opposto. «La vecchia “generazione impegnata” – spiega – aveva due anime: una di stampo sociale, che cercava la giustizia; l’altra legata alla liberazione del desiderio. Si tratta però di anime asimmetriche: per ottenere la giustizia devi lavorare ogni giorno; per liberare il desiderio invece no. Nel conflitto tra queste due anime ha vinto la liberazione del desiderio, che ha aperto inconsciamente le porte al consumismo. In termini junghiani, con l’aiuto del consumismo il “puer” ha vinto sul “senex”, il volere tutto e subito e l’utopia istantanea hanno trionfato, segnando però in questo modo la vittoria del capitalismo». Un trionfo che passa per una generazione di mezzo che si guadagna la definizione di «indifferente»: «Il consumismo è il contrario di un’utopia, che è un progetto nel quale uno include anche i propri figli. Con il consumismo, invece, divoro il futuro, l’ambiente, anche l’economia visto che aumentano i debiti, e dunque mangio anche quello che spetterebbe ai miei figli». 
Sono proprio quei figli che adesso si interrogano in modo critico su temi come la distribuzione del reddito o il rapporto tra l’uomo e la natura, mettendo in atto comportamenti concreti e coerenti: «Il minimalismo non è affatto minimalista. Anzi, è qualcosa di radicale perché chi aderisce a questo senso critico generale non lo fa solo per un problema di giustizia sociale, ma anche di giustizia verso le altre forme di vita e verso l’ambiente. È un impegno trasversale, ma anche longitudinale, che guarda verso il futuro».  
Ma le utopie minimaliste possono davvero mirare a cambiare la società? E possono farlo anche in assenza di movimenti collettivi come quelli del secolo scorso? «Certo, ci vorrebbe una maggiore aggregazione. Io sono troppo in là con gli anni e troppo poco tecnologico per capire quanto le aggregazioni virtuali possano sostituire quelle reali. Però, mentre la “generazione dell’impegno” è stata sopravvalutata anche perché molto rumorosa, penso che la “nuova generazione critica” sia invisibile ma potenzialmente più numerosa di quella passata, composta da un’infinità di giovani che fanno scelte concrete pagandole anche a livello personale».

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/10/15/cultura/tuttolibri/luigi-zoja-leroe-piccolo-piccolo-disarma-che-guevara-JP6bcJcYfF0ODnaXm77UUM/pagina.html

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