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Le “riforme” Renzi e il pericolo concreto dell’autoritarismo



Di Matteo Zola

L’Italia si avvicina a una svolta epocale, la sua Costituzione potrebbe andare incontro alla più significativa riforma della sua storia: la trasformazione del Senato in una “Assemblea delle Autonomie”. Non sono mancate le levate di scudi dovute al rischio di “svolta autoritaria” cui incorrerebbe il paese.
 
Ma cosa sarebbe questa nuova “Assemblea”? Come è noto si tratterebbe di una camera composta dai presidenti di Regione, da due membri eletti dai Consigli regionali tra i propri componenti e da tre sindaci eletti da un’assemblea dei sindaci di ciascuna Regione. Il bicameralismo perfetto, che al momento assegna eguali potere alle due camere, lascerebbe il campo a una primazia della Camera dei Deputati. Fin qui, insomma, niente di male. Molti paesi, tra cui la Gran Bretagna (più antica democrazia d’Europa), si reggono su un bicameralismo imperfetto. La questione però è un’altra.
 
La riforma proposta andrebbe a completare, di fatto, la riforma del 2001 (promossa dall’Ulivo) che doveva creare le basi per la trasformazione del paese in “repubblica federale” stabilendo le materie su cui le assemblee regionali e i comuni potevano legiferare in autonomia. Quella riforma prevedeva la possibilità dell’istituzione di un Senato federale che fosse rappresentante delle realtà locali. Nel 2006 si cercò di portare a termine quel processo con un disegno di riforma costituzionale che poi i cittadini bocciarono in referendum. Esso prevedeva un sistema per il quale Camera e Senato potessero votare, indipendentemente l’una dall’altra, leggi su materie di cui erano competenti: un doppio monocameralismo, insomma.
 
Quella riforma fu bocciata per un motivo sostanziale: l’attribuzione al presidente del Consiglio di poteri “maggiori”, quali lo scioglimento delle Camere e l’istituzione del “premierato” che prevedeva la designazione diretta del “premier” da parte dei cittadini (il presidente del Consiglio è invece proposto dal Parlamento e nominato dal presidente della Repubblica). La fiducia al nuovo governo, infine, sarebbe stata votata dalla sola Camera. Il timore dei cittadini, che portò alla bocciatura della riforma, era che l’istituzione del premierato scavalcasse il parlamento stabilendo una sorta di primazia del governo.
La concentrazione di poteri è cosa da evitarsi in democrazia e gli italiani, troppo spesso considerati beoti appesi all’amo delle retoriche, ebbero allora il buon senso di non correre il rischio.
Ma il rischio si ripresenta oggi. La riforma del Senato proposta dal governo, abbinata alla proposta di legge elettorale (il cosiddetto “italicum“), profilano uno strapotere della maggioranza. Spieghiamoci: il “nuovo” Senato non potrebbe modificare né proporre leggi né votare la fiducia. L’unica Camera che conterebbe sarebbe quella dei Deputati. Benissimo fin qui. Ma quella Camera si troverebbe schiacciata da una maggioranza di governo che, in virtù della maggioranza relativa dei voti, avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi. Già, poiché un partito che ottenga almeno il 37% dei voti otterrà, in virtù di un premio di maggioranza, fino al 55% dei seggi.
Ora pensate a quella maggioranza di governo (che non è maggioranza assoluta nel paese) che può da sola, senza dover cercare il compromesso con le opposizioni, votare quello che vuole. E come quella maggioranza di governo potrebbe essere decisiva (in un regime bicamerale come quello proposto) nell’elezione del Presidente della Repubblica, del Consiglio superiore della magistratura e della Corte Costituzionale. E’ evidente che, prima o poi, arriverebbe quella maggioranza decisa a imporre “uomini fedeli” al governo nelle cariche suddette scardinando una volta per tutte la nostra fragilissima democrazia. Per assurdo (ma è assurdo?) un despota potrebbe democraticamente tiranneggiare, senza violare alcuna legge, nel totale rispetto delle istituzioni e senza che nessuno – nella comunità internazionale – possa accusarlo di autoritarismo.
 
Il pericolo dell’autoritarismo c’è, dunque, eccome. Il problema dunque non è il monocameralismo o il bicameralismo imperfetto ma “l’uso” che se ne fa. L’attuale riforma si profila come il compimento di un lungo processo di depauperamento dell’istituzione parlamentare. Il Parlamento, a riforma attuata, non avrebbe alcun potere nel limitare la maggioranza, né potrebbe correggerne le leggi attraverso il dibattito e il compromesso (come s’usa in democrazia). Il Parlamento sarebbe l’ancella del governo, un vile esecutore. E lo sarebbe ancora di più se, come “italicum” propone, i deputati non fossero scelti dai cittadini ma nominati dai partiti: è evidente che verrebbe a mancare l’autonomia del parlamentare in nome della “fedeltà” al governo, o al leader che lo ha scelto. Infine pensate a quel partito che, proponendo una alternativa politica rispetto agli altri, non voglia unirsi in coalizione con nessuno: ebbene, questo partito dovrebbe ottenere l’8% dei voti per entrare in parlamento.
Non è peregrino ricordare che in Turchia, paese certo non noto per il suo pluralismo, la soglia è il 10%. In tal modo si tengono fuori tutti quei partiti “alternativi” allo status quo, e i loro elettori si trovano senza rappresentanti (non ci si stupisca poi delle molotov in piazza Taksim). Insomma, il rischio di una deriva di proporzioni inimmaginabili per l’Italia è assai prossimo. E lo è tanto di più alla luce della pochezza del dibattito parlamentare in corso, immiserito da slogan e retoriche, immaturo e incapace di dialogare su un tema tanto delicato.
 
Il fatto che già oggi il Parlamento – ritenuto incostituzionale nella sua composizione da parte della Corte Costituzionale – sia già svuotato di poteri, tramite l’abuso da parte dei governi della cosiddetta “decretazione d’urgenza” che bypassa il dibattito parlamentare, non significa che questo sia il modello da seguire.
Il tema della riforma del Senato e quello della legge elettorale sono dunque inscindibili: si sta disegnando un nuovo assetto del potere in Italia che, per non tendere alla verticalizzazione e concentrazione del potere,deve elaborare adeguati “contropoteri” che bilancino la possibile “dittatura della maggioranza”.
In nome della governabilità si sacrifica la libertà. Dal punto di vista di chi scrive poco conta chi è il promotore di questa riforma, quali le alleanze politiche che sono a monte. Una simile proposta, da chiunque provenga, è comunque irricevibile per come è formulata. Il monocameralismo (o la riduzione di poteri del Senato) sarebbe certo salutare per il nostro paese, ma non fatta a questo modo. In nome della governabilità, sfruttando le frustrazioni popolari, si rischia di far passare una riforma pericolosa per il futuro del paese.
 
Legge elettorale e riforma del Senato devono essere guardate congiuntamente. Non si intende qui accusare qualcuno di malafede, ma anche di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. Il rischio della “svolta autoritaria”, come l’hanno definita molti costituzionalisti, è reale. Non perché questo governo abbia ambizioni autoritarie ma perché consentirebbe, a chi le ha, di perseguirle tramite riforme siffatte.
 
Esiste in Italia una larga resistenza a qualsiasi forma di modifica della Costituzione, una resistenza spesso venata di conservatorismo. Il continuo richiamo alla lotta di Resistenza santifica e iberna una Costituzione che ha bisogno di cambiamenti. Ma devono essere cambiamenti volti a garantire (se non aumentare) le libertà democratiche. La nostra costituzione ha radici più profonde, ed è ispirata alla Costituzione della repubblica romana del 1849, la prima e unica esperienza democratica e repubblicana italiana prima del 1947. I patrioti del Risorgimento la fondarono e difesero fino all’ultimo uomo, anche Mameli vi trovò la morte. Dal quel passato occorre trovare le ragioni ideali dell’agire politico affinché sempre sia teso a garantire le libertà poiché, come scrisse Mazzini all’indomani della caduta, “la repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono“. E liberi vogliamo rimanere.

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