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Le radici “normali” e moderniste del nazismo secondo Herbert Marcuse


Di Stefano Petrucciani


Dell’ampio lascito letterario di Marcuse che da qualche tempo si viene pubblicando in Germania e in Usa, gli scritti ora tradotti in italiano nel volume Davanti al nazismo. Scritti di teoria critica 1940-1948 (a cura di Carlo Galli e Raffaele Laudani) costituiscono uno dei tasselli più significativi. Si tratta di brevi saggi dedicati prevalentemente all’analisi della società e della mentalità nazionalsocialista, che Marcuse scrive anche in veste di consulente dei servizi di intelligence statunitensi; la collaborazione di Marcuse con il governo americano durò fino al 1951, quando finalmente il filosofo potè sbarazzarsi di questo incarico per intraprendere una carriera universitaria in America.

I rapporti scritti per il Dipartimento di Stato non sono però riducibili alla misura di scritti d’occasione. Si coglie pienamente la loro originalità se li si legge mettendo a fuoco innanzitutto non tanto le tesi che Marcuse sostiene, quanto quelle che attacca, o di cui egli dimostra l’inconsistenza smontando alcune visioni troppo facili del nazismo, che godonoancora di larga circolazione.
La prima tesi che Marcuse decostruisce è che la Germania nazista possa essere definita uno “Stato totalitario”. Alla apparente banalità e incontestabilità di questa formula Marcuse risponde: «se vi è qualcosa di totalitario nel nazionalsocialismo – scrive – questo non è certamente lo Stato». Innanzitutto lo Stato moderno, dice Marcuse, si caratterizza per la separazione dalla società civile e dalla sfera privata, per il monopolio del potere coercitivo che esso detiene, per il dominio della legge nell’ambito della quale lo Stato opera come sistema di amministrazione razionale. Nel momento però in cui queste caratteristiche, proprie dello Stato liberale, vengono a cadere (nel nazismo non vi è più una sfera privata protetta, la violenza è gestita direttamente dal Partito, la legge è modificabile a piacimento) è lo stesso concetto di Stato che entra in crisi. E piuttosto, come aveva indicato Franz Neumann in Behermoth, si dovrebbe parlare di un non-Stato, di «una forma di società in cui i gruppi dominanti controllano il resto della popolazione in modo diretto, senza la mediazione di quell’apparato coercitivo ancorché razionale fino ad oggi conosciuto come Stato» (il riferimento a Neumann è dato opportunamente nella postfazione di Laudani).
Per Marcuse il nazismo non è dunque l’espandersi totalitario del dominio statale a tutte le sfere della società ma, all’inverso, è il dominio diretto di alcuni gruppi o settori sociali (grandi industriali, partito nazista, esercito) sulla totalità, senza più quel minimo di mediazione e imparzialità che lo Stato e il dominio della legge comunque garantivano. Nel nazismo insomma i grandi poteri sociali (primo fra tutti, gli industriali) si liberano della mediazione statale per esercitare un comando diretto e senza limiti; il partito nazista, per un verso, è lo strumento di questo dominio terroristico; dall’altra parte però, in quanto strumento indispensabile, pretende anch’esso di dettare legge, in una triarchia (industriali, nazisti, esercito) il cui punto d’equilibrio è il Fuhrer che ideologicamente appare come la guida carismatica e il luogo della sovranità, mentre in realtà, scrive Marcuse, non è altro che il luogo della mediazione tra i diversi potentati.
Altrettanto nettamente Marcuse smonta l’idea del carattere irrazionalistico della mentalità nazista. Se è vero – sostiene Marcuse – che «il nazionalsocialismo può essere descritto come la forma specifica tedesca di adattamento della società ai bisogni dell’industria su larga scala», allora ci si può spingere fino a considerarlo come «la forma specificamente tedesca di tecnocrazia». Il fine dei poteri sociali che nel nazismo si sono alleati è l’espansione imperialista della Germania su scala intercontinentale, per sbaragliare la concorrenza internazionale: il Terzo Reich è il «più efficiente e inarrestabile competitore». Ma questo obiettivo può essere attinto solo dispiegando il massimo di efficienza e razionalizzazione tecnica. Lungi dall’essere irrazionale, perciò, il nazismo è la società della razionalizzazione tecnica spinta all’estremo. Nell’organizzazione del lavoro il nazismo si spinge infatti anche più avanti di Taylor e di Ford.
Lo stesso discorso vale sul piano culturale: l’irrazionalismo del mito e del neopaganesimo non è affatto la cifra dominante per capire il nazismo. Al contrario, esso costituisce un fattore di compensazione di quello che invece è, secondo Marcuse, il «vero fulcro della mentalità nazionalsocialista», il realismo illimitato, la brutalità pragmatica. Per Marcuse, quindi, il nazismo non è né irrazionalista né reazionario; anzi, egli ne sottolinea di continuo l’aspetto disincantato, razionalizzante, quello per cui il nazismo è anche, come ricorda Galli nell’introduzione, un processo di «modernizzazione». Ma questa scelta interpretativa ha, nell’orizzonte marcusiano, come più in generale in quello della Scuola di Francoforte, un senso molto preciso: far capire che il nazismo non è unmonstrum circoscrivibile e isolabile nella storia del Novecento; al contrario, diventa un esperimento di espansione, fino agli estremi limiti, della razionalità tecnico-pragmatica. In questo senso il nazismo non è altra cosa rispetto alle tendenze dominanti della modernità occidentale borghese-capitalistica; è piuttosto il punto-limite che ne svela la perversione segreta. «Lo Stato nazionalsocialista – scrive Marcuse in uno dei passaggi più espliciti e radicali – non è l’opposto dell’individualismo competitivo, ma il suo compimento. Il regime libera tutte le forze dell’egoismo brutale che i paesi democratici hanno cercato di contenere e di combinare con l’interesse della libertà».
De te fabula narratur. Ma ciò è vero anche sotto un altro profilo, che consente di toccare di sfuggita anche il tema dell’antisemitismo, presente nelle riflessioni di Marcuse in modo piuttosto implicito. Il successo di movimenti autoritari di massa come il nazismo dipende da uno straordinario paradosso politico: essi riescono infatti a usare, a favore della riconferma brutale dei poteri vigenti, proprio quei sentimenti di ostilità, risentimento e protesta che contro quei poteri sono originariamente diretti. Così il nazismo – scrive Marcuse – sfrutta il diffuso sentimento anticapitalistico traducendolo in ostilità contro gli ebrei e le nazioni «plutocratiche», e quindi volgendolo a sostegno proprio di quel grande capitale contro cui era originariamente indirizzato. L’ostilità per il debole, il diverso, l’outsider, su cui l’antisemitismo si innesta, si radica nell’angoscia e nella frustrazione sociale che il capitalismo competitivo riproduce incessantemente, e in modo tanto più drammatico nelle fasi di crisi. Perciò, anche da questo punto di vista, il nazismo non è un’altra storia; e questo è in sostanza quanto ci insegna ancora il pensiero critico di Marcuse, con la sua polemica intransigente contro le visioni consolatorie e autorassicuranti.

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